Editoriale | Politica

di Maria Cristina Franconi

A parte gli elettori tutti contro il cambiamento.

La critica più corrosiva indirizzata a Salvini. Europa stizzita anche per l'annuncio di Di Maio.

Interpretare questo governo con un metodo storicistico, idealistico, o razionalistico, oppure ricorrendo all’affettività o alle frustrazioni personali, sarebbe inutile e anche falso. 

Altrettanto illusorio chiosare sull’improbabile tenuta di questa maggioranza, andando a pescare nell’antologia delle sparate e colpi bassi, o riferendosi  a uno di quei modelli rinvenuti  da “archeolgi” della politica, schedati e messi in vetrina.

Comunque ammesso e non concesso che nel vuoto di idee la spontaneità possa solo essere merce sospetta, definire il “cambiamento” è abbastanza semplice. 

Si tratta di accettare di abbandonare norme attuali per delle altre.

Ma il problema non è questo. 

Consiste piuttosto nel fatto che, nei recinti culturali, il cambiamento, nel sottile equilibrio delle negazioni  è caratterizzato come qualcosa a cui opporsi.

Praticamente un imbroglio ideologico da fronteggiare.

Se tuttavia assumiamo che la vittoria schiacciante, anche se di due forze contrapposte e anti establishment, è espressione di una volontà per elezione,  le visioni apocalittiche di una democrazia degenerata nell’autoritarismo, per sviluppi socio-economici e tecnologici, sono prive di senso.

Nè l'una nè l'altra.

Piuttosto sono le ragioni di tanta resistenza in certi gruppi di potere, e casomai il grado di consolidamento di questo cambiamento, che andrebbero esplorati.   

E comunque tanto meno  condivisibili sono le concezioni esaltatorie di una democrazia esercitata dai social e sana come un pesce.

Semmai ci potrebbe stare una visione meno assolutizzata, tanto in positivo quanto in negativo.

E magari, visto che se qualcosa la si usa per mentire allora la si può anche certamente usare per dire la verità, non sarebbe male se si cominciasse anche a considerare questa XVIII legislatura come una delle potenzialità presenti nel disegno costituzionale.  

Pur con accentuazioni in sé eccessive e comunque certamente contestabili.

Sia come sia, fatto sta che la mutazione di classe dirigente, meno ideologizzata, ma pragmatica fino ad avere influenza politica sui tavoli internazionali, dopo aver sbaragliato le oligarchie, fra incertezze e perplessità serpeggianti, non smette di rinfocolare polemiche.

Il ricambio di uomini, idee, partiti e interessi, come si era potuto intuire fin dall’inizio dei negoziati, dal putiferio politico generale, dalle pressioni dei mercati, e pur di pisciarci in testa dall’alto, dalle reazioni di Jean Claude Juncker, ha rotto equilibri consolidati e scatenato la malizia umana .

La maggior parte dei giudizi temerari proviene dal fatto che si confondono due aspetti e si attribuisce un effetto a una certa causa ed è quindi solo un segno di quella causa, dimenticando che può anche nascere da altre cause, o essere addirittura il segno di un’assenza.  

Ad ogni modo si tratta di visioni  che devono fare i conti con una concezione politica piuttosto ardita e  molto più raffinata.  

Una rivoluzione in piena regola.

L’evidenza più concreta, l’imprevedibile formazione di una maggioranza tra incompatibili.

Talmente carica di sentimenti anti establishment, da essere capace di trovare nel risentimento l’elemento comune per stringere un contratto di governo. 

Un patto che ha trasformato il comportamento elettorale, fra tutti quello più democratico, in una ridistribuzione di potere. 

Dai partiti, e con loro le lobbie e le élite dell’eurozona che ne hanno perso, all’elettorato, che ne ha guadagnato. 

Un punto “sfuggito” alla cucina del senso che pur di appiattire l’opinione pubblica, perde il fiato a diffondere timori per probabili lampi d’ira dei mercati.

E’ convincente rilevare, inoltre, che il cambiamento tanto auspicato di un governo legittimato dal voto popolare, quando si è insediato nei palazzi, anziché essere annotato dal mainstream come il segno di una società sempre più mobile e aperta, capace di far valere insieme tradizionali e nuovi diritti di libertà e partecipazione, è stato bollato, da media, establishment e quanti dall’opposizione, orfana d’identità e alla ricerca di leadership tifavano (e tifano) contro, come il trionfo nefasto di un pericoloso populismo. 

Scellerato e sovranista. Destinato a schiantarsi, come che sia, ancora prima di trovarsi alla resa dei conti.

La drammatizzazione, nonostante il malessere raggiunto in questi anni e gli scricchiolii del sistema, è per lo più ancorata ai possibili dannosi effetti che, un  governo Di Maio Salvini , nazional-populista, disallineato rispetto alla democrazia liberista dell’UE, sarebbe in grado di produrre tra atti, comportamenti, proclami, dichiarazioni, ufficiali ed estemporanee.

 

La questione che punge.

Il tema che su tutti tiene banco, è la disputa sull’asilo dei migranti, scoppiata dopo il ritrovato dinamismo della democrazia italiana, e mai più smessa.

La linea dura di Matteo Salvini, di blindare le frontiere e chiudere i porti italiani, ha sbalordito il regime eurocratico, e dopo anni di “ocarina”, si è passati al grande organo.  

Il fenomeno migratorio, dopo l’ultimo Consiglio d’Europa, e la posizione ferma del governo italiano, è come una spina nel culo per i leader europei, alle prese, ora che quell’intesa deve essere attuata, con il fuoco amico delle coalizioni domestiche e i malumori dell’elettorato.

In più la questione dell’accoglienza non solo mette in croce la Merkel, Draghi e pure il Papa, accende un faro sulle profonde divisioni che ci sono fra paesi membri, e fa vacillare il futuro della stessa Unione Europea, intrappolata dal debito sovrano.   

Considerato il ruolo e la credibilità delle istituzioni europee nell’affrontare in tutti questi anni la crisi, e i problemi di affidabilità di paesi periferici come l’Italia, vi è difatti un serio rischio di dissoluzione dell’unione monetaria.

Ma non dei grandi drammi internazionali e delle grandi paure.

Lo stop e le reazioni.

Intanto,  compromessa dal malinteso che permane sulla destinazione dei migranti soccorsi in mare dalle navi italiane, sfuma l’intesa di giugno.  

Sulla questione dei porti di sbarco e reinsediamento immediato dei rifugiati, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, nonostante le pressioni continue,  non retrocede di un passo, e fa muro con il governo.

Se l’UE infatti dovesse continuare a negare un approccio condiviso del problema come chiesto dall’Italia, tutti i rifugiati, a partire da quelli soccorsi dalla Diciotti, sarebbero rispediti indietro da dove sono venuti.  

Una posizione inedita che la cassa di risonanza ha tradotto come una dichiarazione di guerra più che come una scelta politica, culminata con l’annuncio dell’altro vicepremier Luigi Di Maio, intenzionato a sospendere i fondi italiani all’UE, se non si modifica Dublino.

Il discorso può allora volgere al suo termine. Al punto cioè in cui non è necessario attendere il prossimo sintagma per sapere come finirà. 

Nel frattempo, considerato il limite raggiunto, davvero esagerato, non è ragionevole continuare a sostenere che le cose siano destinate a peggiorare senza fine.

Un cambiamento può essere una realtà temuta o negata, sia in teoria che in pratica, o aprire a plurime prospettive. 

Compresa quella della rivoluzione.

©riproduzione riservata

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