piuttosto che ridurre le emissioni CO2 seppellito sotto terra.

di M. Cristina Franconi
Nonostante i costi, i consumi e i dubbi sulla sicurezza degli impianti di stoccaggio, per l’Europa l’utilizzo della tecnologica di confinamento di CO2,  è strategico.  Anzi lo giudica necessario per “ridurre l’inquinamento”.    Anche USA, Canada, Australia, Giappone, Messico, ritengono il sistema fondamentale, però, per lo sviluppo energetico.
Sebbene, infatti, non sia prudente affidarsi ad una soluzione incerta, sulla questione dei CCS anche la Cop21 di Parigiha lasciato la porta aperta.  Per chi non lo sa, si tratta di una tecnologia per cui il CO2 viene catturato per poi essere immagazzinato sottoterra, in siti ritenuti idonei, nei quali viene iniettato e intrappolato.

Carbon Capture and Storage - of Sequestration

L’anidride carbonica è il “rifiuto” che sul mercato vale milioni. Lo sanno bene Governi e industrie di produzione di energia e petrolifere, le quali, piuttosto che diminuirne la produzione come dovrebbero, dopo averla trasportata attraverso chilometri di condotte e tubazioni,  spesso sotterranee, da tempo la stoccano sotto i nostri piedi per poi  usarla nel ciclo di produzione. In giacimenti di idrocarburi e riniettandola ad alta pressione in pozzi, in larga parte dismessi, ma anche no, dove viene confinata per un periodo di tempo molto lungo, lontano dall’atmosfera.

L'affare rende

Il CO2 infilato con una iniezione a una certa pressione nel sottosuolo profondo, è un affare che rende. E’ infatti impiegato dalle compagnie energetiche per il recupero forzato e l’incremento di produzione di idrocarburi (oli e gas). Ma non solo funziona da “rivitalizzante” nei pozzi in esaurimento. E’ anche diventato un metodo per compensare le emissioni, così aumentano i profitti delle industrie e scende l’obbligo di riduzione assunto dall’Europa. Insomma, sebbene sia improbabile e non si possa affermare con rigore scientifico che i cambiamenti climatici siano indotti solo dalle emissioni esterne di gas serra  e non anche da cambiamenti interni del nostro pianeta dovuti ad azioni alteranti antropogeniche. E per giunta siano pure  molte pure le perplessità sui rischi che il confinamento geologico di CO2 comporta, lobbies e banche, da anni hanno accordi stretti sulle nostre teste. Ma non se ne sa niente. Neppure della provata sostenibilità economica si sente mai accennare. La sperimentazione dei CCS, da tempo in atto anche qui da noi in Italia, è infatti un argomento tabù di cui, sebbene dovremmo  essere informati, nessuno, ma proprio nessuno nessuno, parla. Le industrie non ne sentono il bisogno, e i massmedia  hanno altro su cui dissertare. Eppure su questa tecnologia esistono ancora pochi standard e il metodo, che non si sa se darà benefici ambientali,  non è affatto economico e ci costa parecchio di più. Diciamo il doppio. Conviene invece alle compagnie e alle cricche politico-finanziarie, che con la scusa di liberare l’aria dal CO2, spalmano tutte le spese  di non si sa bene quale “adeguamento” strutturale sugli utenti, completamente ignari.

I CCS

Lo stoccaggio  di CO2 (CCS), con il quale si vuole procedere per stare al “Patto” e ripulire l’aria dopo averla inquinata, non è un metodo direttamente contemplato dall’Accordo di Kyoto, tuttavia anche se non ci sono protocolli internazionali specifici, può rientrare in uno qualsiasi dei suoi meccanismi flessibili. L’UE infatti con direttiva CCS introdotta con la revisione ETS del 2009, non soltanto li ha praticamente esplicitamente ammessi  – allegato I ; ma ha  pure stabilito che le emissioni catturate, trasportate e conservate secondo la stessa direttiva, sono considerate come emissioni non emesse. Siti di stoccaggio ideali sono, per capirci,  miniere di carbone non sfruttabili, giacimenti esauriti di idrocarburi (olii e gas), e acquiferi salini profondi che, da soli, secondo studi modellistici, hanno il potenziale per contenere più CO2 di quella che produciamo sulla Terra. Ma è tutto da verificare.<

“La CO2 può essere trasportata, solitamente allo stato liquido, con diversi vettori – appositi camion cisterna, navi serbatoio o tubazioni, ed iniettata in un adeguato sito di confinamento, ovvero una trappola geologica che possa contenere tale gas per un periodo di tempo dell’ordine delle centinaia di anni. Di solito il sito geologico identificato come adatto allo stoccaggio è o un vecchio giacimento di idrocarburi ormai esaurito o una formazione porosa o permeabile, saturata con acqua salata e detta acquifero”.  

 (https://it.wikipedia.org/wiki/Cattura_e_sequestro_del_carbonio)

In Italia per questa sperimentazione – peraltro già da tempo avviata da Enel, Eni, Carbosulcis spa,.., di siti naturali adatti ne sono stati individuati all’incirca una quindicina molti dei quali nel nostro mare -, e progetti industriali di stoccaggio geologico della CO2, come pure progetti sperimentali e dimostrativi sono tutt’ora in corso.

Progetti industriali di stoccaggio in Italia

ENEL: Stoccaggio geologico in acquifere saline nei pressi degli impianti di produzione della società.

ENI: studio di fattibilità per l’iniezione di CO2 in pozzi petroliferi esausti. 

ENEL: realizzazione dell’impianto di cattura della CO2 a Cerano (Brindisi), integrato nell’area dell’impianto a carbone di produzione elettrica Federico II. L’impianto pilota è alimentato dai fumi delle 4 unità che formano il Federico II, e consiste di 4 sezione dedicate rispettivamente: all’estrazione del gas di scarico, al pre trattamento dello stesso, alla fase di assorbimento e alla rigenerazione tramite solventi. Il progetto è cofinanziato dall’Unione Europea attraverso l’EEPR (European Energy Programme for Recovery). 

ENEA: Progetto Carbone pulito/zero emission

Progetti industriali dimostrativi in Italia

L’ENEL ha sviluppato il Progetto Zero Emission di Porto Tolle (ZEPT). L’impianto sarà gestito da ENEL produzione e localizzato nel comune di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, in Veneto a 160 km a sud di Venezia.   ITEA ha sviluppato una nuova tecnologia di ossicombustione ad alta pressione.

Diversi test sono stati effettuati su un impianto da 6 MWth localizzato presso l’area sperimentale di Ansaldo Caldaie, a Gioia del Colle (Bari). Al momento ITEA sta valutando possibili sviluppi su scala da 50 MWth. 

SOTACARBO e ENEA stanno conducendo lo studio di fattibilità per il progetto SULCIS, impianto commerciale da 450 MWe alimentato con il carbone estratto localmente.

E SOTACARBO e CARBOSULCIS, insieme ad ENEA, OGS, Università e altri stanno valutando la fattibilità di stoccaggio del metano e della CO2 in ampie zone del bacino del SULCIS non adatte per attività di estrazione. 

Poi SOTACARBO e ENEA stanno conducendo attività sulla precombustione di CO2 e la realizzazione di un impianto pilota zero emission. 

Mentre Technit e Tenaris, con ENEA, RSE e Politecnico di Milano hanno completato lo studio di fattibilità per l’adattamento dell’impianto a ciclo combinato di Tenaris (circa 120 MWe) con l’aggiunta di un sistema di cattura precombustione della CO2 e stoccaggio in sito acquifero salino nell’area di Bergamo.    (Fonte ENEA)

Il CO2 in questo caso non fa notizia.

Il punto è che la tecnologia CCS interessa troppo i colossi industriali, preoccupati di raggiungere le riduzioni di emissioni al minor prezzo possibile, e forse per questo si è sviluppata in pochi anni. La scelta di puntare direttamente sul sequestro e stoccaggio della CO2 non trova ostacoli neppure dal punto di vista del consenso politico, sebbene siano ancora molte le teorie che devono essere validate e ci sono quindi dei rischi.   A parte lo studio sull’eventualità della fuoriuscita o il rilascio di CO2 che si basa su stime di rischio ottenute attraverso procedure di valutazione; non si conoscono, con precisione,  gli effetti che una iniezione di CO2 nel sottosuolo marino, oltre certe profondità, provoca sugli organismi. Come pure sono imprevedibili le conseguenze e sconosciuti gli effetti sismici, dei CCS, ovunque si utilizzino; per cui poco cambia che siano in acquiferi marini o in loro prossimità, piuttosto che in pozzi o miniere di carbone esauriti. Il rischio c’è ed è elevato. In più, per quanto ci riguarda, non c’è neanche disponibilità di dati di molte aree off shore del territorio italiano, e quindi la fattibilità, in un paese fortemente a rischio sismico come il nostro, è proprio quanto la sperimentazione, intanto attuata nella penombra, dovrà, se può, dimostrare. Ma in caso contrario, sempre che ce lo facciano sapere, poi che si fa? Ci facciamo mandare due spicci da Bruxelles a tasso agevolato per sistemare le cose? ©riproduzione riservata [email protected]

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