Gli sprechi e la scarsa efficienza, sia nei processi di trasformazione energetica, sia negli usi finali dell’energia, peggiorano la qualità della vita e dell’aria, ma accrescono il prodotto interno lordo. La riduzione degli sprechi e la maggiore efficienza, sia nei processi di trasformazione energetica, sia negli usi finali dell’energia, migliorano la qualità della vita e dell’aria, ma riducono la crescita del prodotto interno lordo. Più è meglio? Meno è peggio?  

Maurizio Pallante, La decrescita felice, 2005

CO2. Una questione di soldi

Non è un segreto. Eppure forse una persona su un milione sa che esiste il mercato dell'anidride carbonica .

Inquinamento quotato in borsa.

Sembra assurdo, eppure il commercio dell’inquinamento esiste davvero, ed è un business milionario, con una propria di  borsa, e tanto di indici, quotazioni, bollettini di scambio e compagnia cantando.

E’ il mercato del CO2 in cui le imprese, proprio come succede per le obbligazioni finanziarie, possono comprare, vendere e commerciare fra loro “crediti di carbonio”, cioè veri e propri permessi di inquinare(1)

I permessi di inquinare si comprano.

Nascosto dal greenwashing, il commercio dei permessi di inquinare (ET) è  il principale strumento di politica ambientale adottato, per minimizzare i costi di riduzione delle emissioni e controllare l’inquinamento globale.

Elemento centrale del Protocollo di Kyoto, l’approccio di mercato basato sugli incentivi dei profitti, inserito per convenienza economica fra i Meccanismi Flessibili (2), sarebbe infatti la soluzione trovata dalla diplomazia ai cambiamenti climatici.

EU- ETS il primo mercato mondiale di CO2

Il mercato dell’aria inquinata  è stato creato in sostanza per legge dalla direttiva europea, ed è una specie di “fondo comune” gestito da Banche private, al quale ogni Stato deve contribuire in una certa misura.

Teoricamente questo mercato include due tipi di commercio di emissioni, e si basano su due principi. 

Quello del “cap and trade” nel quale, definito un limite massimo di emissioni “cap”, lo stesso viene suddiviso in un certo numero di permessi negoziabili, poi distribuiti fra i soggetti obbligati partecipanti, per un periodo di tempo determinato. E quello del “baline and credits”. 

Quest’ultimo, al contrario, non ha un limite assoluto, ma si aggancia ad un progetto sostenibile e genera “crediti di emissioni” che possono essere venduti sul mercato o impiegati per compensare emissioni in eccesso.

Il sistema della compravendita d’aria pulita fra paesi industrializzati, è lo schema tradotto dall’Europa per recepire Kyoto e ripartire, fra i settori industriali maggiormente responsabili dell’inquinamento,  l’obbligo di riduzione di emissioni assunto. 

Il meccanismo è perverso

Istituzionalizzato con Direttiva 2003/87/CE e successive modificazioni, quale strumento attuativo dell’Accordo internazionale, l’Emission trading scheme europeo (EU- ETS), è il primo mercato mondiale entrato in funzione per lo scambio di quote di CO2 fra persone fisiche o giuridiche all’interno della Comunità, e dei Paesi terzi aderenti con un accordo bilaterale.

In vigore dal 1° gennaio 2005, l’EU–ETS è anche il più esteso mercato di titoli/crediti di carbonio del mondo in costante crescita dalla sua introduzione.

Questo complesso quanto assurdo meccanismo nato per disincentivare le emissioni di gas serra, è però un sistema perverso e irrazionale che funziona solo in condizioni d’equilibrio tra domanda e offerta. 

Il sistema cap-and-trade infatti dovrebbe servire a far salire il prezzo delle quote di carbonio, dato che sono in numero definito e limitato.  Ma …c’è un ma.

Un mercato che non conosce crisi

Anche se solo una parte delle quote/permessi di inquinare è assegnata gratuitamente o tramite asta, e le altre devono essere acquistate sul mercato, quando la domanda scende, si crea un surplus di offerta, e il prezzo dei “permessi d’inquinamento” crolla.

Risultato: il capitalismo va in crisi e il sistema rivela tutte le sue criticità. La distribuzione di una montagna di permessi e la concessione di moratorie, alle grandi industrie, avvenuta nelle prime due fasi di implementazione dell’ETS, ha causto un forte abbattimento del prezzo delle licenze.

Dai 35 euro iniziali la quota di CO2, che corrisponde a 1 tonnellata di emissioni equivalenti, è arrivata a costare anche 2 euro, privilegiando una imponente speculazione.

D’altra parte se i complessi industriali ricevono incentivi dai Governi per anni, come è successo, ma i consumi diminuiscono, la produzione industriale scende e la domanda delle quote cala.  

Così quello che doveva essere il deterrente ad inquinare diventa al conrario un altro bel sussidio per i grandi inquinatori.

Un mercato di fumo senza regole

Quella di gestire la riduzione dell’inquinamento attraverso la sua stessa finanziarizzazione, è una strategia dei governi coincisa con la crisi della finanza per pompare soldi nelle banche.

E la green-economy, che per essere chiari non ha ridotto il tasso di emissioni – il più alto da oltre 60 milioni di anni a questa parte –,  ne è stato  il motore di sviluppo che in pochi anni ha generato un indotto e una speculazione impressionanti.

Essendo infatti il costo dell’acquisto di quote di CO2,  trasferito direttamente sui consumatori recapitato in bolletta, industrie e aziende di produzione elettrica hanno continuato ad inquinare. 

Costrette a superare i limiti,   anzichè investire e rinnovare, hanno  comprato quote d’aria virtuali di un altro posto meno inquinato o solo meno tassato, e hanno scaricato la reputazione green sui cittadini.  

La “borsa ambientale” è praticamente la scappatoia ideale per i grandi inquinatori  agli investimenti in innovazione e riduzione delle proprie emissioni. Ed è l’El Dorado delle cricche finanziarie che in questo mercato di fumo, fanno affari d’oro.

Senza regole, a parte le quote di emissioni ufficiali del meccanismo obbligatorio assegnate ai colossi insustriali di ogni Paese, sugli scambi tra privati dei titoli/crediti d’aria, infatti non c’è controllo.

Una mancanza che ha privilegiato la proliferazione di un vasto sottobosco di derivati, contratti a termine che vendono, addirittura, l’inquinamento che sarà prodotto.

 

Carbon offset un affare succulento.

Ma la speculazione in borsa attraverso la negoziazione di titoli d’aria non è tutto

Una parte dell’affare soprattutto per grandi imprese e banche, che ci ha pure portato ad essere improvvisamente tutti ambientalisti, è la pratica del carbon offset. Con l’explois di strumenti finanziari direttamente collegati al business dell’aria pulita – la Borsa mondiale  “carbon finance” è a Chicago e le atività sono gestite dalla Banca Mondiale – le imprese infatti ritrovano vitalità e con la gabola del marketing green, si riposizionano sul mercato.

I progetti sono spesso discutibili, sponsorizzati in lontani paesi in via di sviluppo (ndr. con parametri quindi meno onerosi) che tuttavia, nell’ambito del Meccanismo di sviluppo pulito incluso da Kyoto, generano crediti di emissioni. 

Con la scusa delle compensazioni l’inquinamento prodotto passa così in secondo piano, mentre il messaggio “rispetta l’ambiente” campeggia ovunque e raggiunge la gente comune fino a fare tendenza.

Non ci vuole molto perchè questa mercificazione, nonostante le conseguenze regressive, si trasformi in un fatto di obbedienza civile. 

Come è facile immaginare le compensazioni di emissioni sono utilizzate soprattutto dai grandi inquinatori, che in questo modo ottengono – alla faccia dei cambiamenti climatici – una specie di “cedola di credito” e massimizano i profitti.

 

Con i sistemi di negoziazione, tanti saluti ai buoni propositi.

In questo quadro è evidente che chi ha costi bassi decide di fare interventi diretti di adeguamentomentre industrie, per cui la spesa in tecnologie ad alta efficienza e minore impatto ambientale è elevata,  comprano  o si procurano permessi.

Energivori abituali, come centrali termoelettriche, cartiere, piuttosto che cementifici, stabilimenti chimici o compagnie aeree così, mentre propinano rincari perche piantano alberi chissà dove, possono inquinare.

E malgrado si prospetti la creazione di una tassa sulla C02, i piani d’azione non ne prevedono l’analisi e l’attuazione, nè contemplano una compensazione sistematica di CO2 per prodotto.

Alla fine, in tutto questo mercimonio di intenti, perciò, al di là degli slogan e le etichette, non c’è in effetti neppure una spruzzatina di verde.

 

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