L’impronta di COVID-19

La crisi causata dal COVID ha creato uno shock a livello globale.

Nessuna nazione è riuscita a sfuggire al distanziamento e alle restrizioni al contatto sociale, al blocco parziale o totale di città, regioni, comuni; ai divieti di viaggio.

Per appiattire la curva epidemica della malattia e allentare la tensione sanitaria, governi di tutto il mondo sono dovuti ricorrere a misure precauzionali – anche se con risultati diversi – senza precedenti .

Quarantene di massa, blocchi dei cluster, sospensione dei sistemi di trasporto, mobilità ridotta all’essenziale di merci e passeggeri, come pure di gran parte delle attività commerciali limitate dai vari “coprifuoco”. 

Un’interruzione violenta della routine il cui impatto diretto sulle relazioni socio-politiche locali e globali e sulla crescita economica è devastante.

Così quella che era iniziata come una crisi sanitaria, in un lampo si è trasformata in una minaccia economica, sociale e ambientale, che mette paura. 

Scelte insostenibili

Ma le implicazioni del COVID-19 sull’ambiente, con la salute pubblica che ora è una priorità assoluta, e l’economia che trema, restano ampiamente sottovalutate. 

A prima vista la pandemia con la riduzione delle emissioni di gas serra, dell’inquinamento complessivo dell’aria e del livello di rumore ambientale sembrava poter indirettamente contribuire  agli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.  

Secondo gli studiosi però, le cose non stanno affatto così. 

Modelli comportamentali implementati dai vari governi,  politiche verso l’uso di articoli mono utilizzo e il cambiamento pubblico dello stile di vita, considerando l’aumento di consumo di plastica monouso, l’uso massivo di dispositivi di protezione individuale, la scarsa qualità dell’aria negli ambienti confinati, e la gestione dei rifiuti,  non favoriscono la sostenibilità ambientale. 

 

Un'altra causa d'inquinamento.

Già prima dell’emergenza sanitaria, stando a uno studio del 2017 pubblicato sulla rivista Science, il mondo in meno di sett’antanni aveva prodotto più di 6,3 miliardi di rifiuti di plastica con un riciclo di appena il 9%. 

Mentre una stima del 2018 di UN Envirnment evidenzia che ogni anno ben 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli Oceani.

Una situazione che strategie inadeguate di gestione e smaltimento dei rifiuti messe in atto sotto pressione sanitaria sono destinate ad aggravare. 

Attualmente l’uso mensile di guanti e mascherine necessario per proteggere i cittadini in tutto il mondo, è stimato in 129 miliardi di maschere, e 65 miliardi di guanti il cui mercato globale quest’anno si prevede in crescita di oltre l’11%, pari a 330 miliardi di pezzi.

 

L'inversione di marcia che preoccupa

La corsa verso la plastica usa e getta scatenata dal COVID- 19 che sta causando un mutamento nella direzione di  sviluppo, ha innescato due conseguenze. 

La prima che maschere, guanti, visiere, camici, contenitori, non possono essere riciclati – sarebbe troppo costoso -.

La seconda, una guerra di prezzi tra plastica nuova e riciclata. Tutta a danno delle aziende di riciclo schiacciate dalle quotazioni a ribasso del petrolio e dagli elevati costi di produzione. 

Un’inversione di tendenza che arriva mentre i pacchetti di recupero promuovono gli obiettivi ambientali e accelerano il cambiamento strutturale verso la transizione a basse emissioni di carbonio.

L’Unione europea dal 2021 prevede di vietare molti articoli di plastica monouso – con l’attuazione della plastic tax – e anche il Senato degli Stati Uniti sta valutando il divieto per la plastica usa e getta con l’introduzione di obiettivi di riciclaggio. 

Proprio quando i politici di molti paesi hanno promesso di fare la guerra ai rifiuti della plastica monouso, è scoppiata la pandemia.

Per gli industriali dei combustibili fossili il virus non poteva essere più tempestivo.

r.m.© riproduzione riservata

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