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NOTA DIPLOMATICA di James Hansen

REAL GEOPOLITICS

- Mondo -

Allacciare le cinture di sicurezza!

Molte cose sono cambiate negli ultimi tempi. Una di queste è che l'improbabile città di Anchorage, Alaska, è inaspettatamente diventata l'ombelico assoluto del traffico aereo internazionale...

Ad aprile il Ted Stevens Anchorage International Airport di Anchorage, Alaska, è diventato l’aeroporto più trafficato del mondo, superando per decolli e atterraggi “concorrenti” come New York JFK, London Heathrow e Tokyo Narita. 

Anchorage ha una popolazione di circa 290 mila persone, un po’ meno di Catania.

La città si trova alla latitudine di 61° Nord—con Oslo, Stoccolma e Helsinki.

D’inverno fa molto freddo e la popolazione urbana di alci cresce dai circa 250 “residenti permanenti” a oltre mille con l’arrivo di altri loro cugini dai boschi per passare la stagione gelida in una località più amena.

Sono un problema per la circolazione.

Ne muoiono investiti dalle auto oltre cento ogni anno.

I lupi grigi di Anchorage sarebbero una trentina, gli orsi neri e i “grizzly” oltre 300. 

Anchorage snodo dell'aviazione commerciale mondiale

Benché la città sia senz’altro fuori mano, è quasi esattamente a metà strada tra New York e Tokyo, il 90% del mondo industrializzato è raggiungibile da Anchorage in meno di 9 ore e mezzo di volo.

Non di volo passeggeri però… Anche quando non ci sono epidemie, non è una meta molto richiesta.

Secondo l’Airports Council International, il traffico passeggeri è sceso con l’epidemia Covid di oltre il
90%.

C’è una sola attività in crescita, il trasporto merci e così Anchorage, già specializzata in questo
tipo di traffico, è diventata improvvisamente lo snodo critico dell’aviazione commerciale mondiale.

Per la IATA-International Air Transport Association, il fatturato globale derivante dal servizio passeggeri
calerà di $252 miliardi nel 2020.

Il caso di Air Canada è rappresentativo.

Nell’annunciare l’intento di
lasciare a casa prossimamente oltre metà dei suoi 38 mila dipendenti, ha precisato che al momento vola
“al 5% della capacità dell’anno scorso”.

Sopravvive, appena, con un ventesimo del traffico pre-Covid… 

Senza poltrone, cucine e toilette.

L’estrema e inaspettata riduzione del flusso di cassa ha fatto sì che molte linee tentino perfino di non
rimborsare i biglietti acquistati da passeggeri che non sono più riusciti a partire. 

Sia l’Ue sia il Governo Usa hanno trovato necessario ricordare agli operatori che quei soldi non gli appartengono se non hanno fornito il servizio pattuito.

Un’altra strategia, meno proditoria, è il veloce riadattamento degli aerei passeggeri al traffico merce,
togliendo le poltrone, cucine e toilette. 

Il caricamento attraverso i portoni intesi per il solo accesso umano non è agevole, ma è possibile. 

Anche in tempi normali molti voli passeggeri a lungo raggio – specialmente quelli diretti in Oriente -portano un po’ di merci insieme ai bagagli nella stiva, ma si tratta di una “ottimizzazione”, un “già che ci siamo…”. 

Il contributo al risultato economico è modesto. 

Per i problemi di caricamento e di capienza, l’attività con gli aerei passeggeri riadattati presenta costi quasi raddoppiati rispetto al regolare servizio merci. 

Aiuti. Una lista lunga.

Nelle circostanze, la pur marginale liquidità generata dal traffico dei “pacchi” è molto meglio che niente.

Tutte le linee hanno ormai chiesto aiuti e sussidi ai rispettivi governi, ma la lista dei settori in crisi è
lunga e non è detto che i fondi arrivino prima a loro. 

Gli alci, gli orsi e i lupi di Anchorage – per il momento il centro del mondo – non hanno invece chiesto niente.

James Hansen © riproduzione riservata

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