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La fine dell’Impero Romano fu un colpo di fortuna?

Per lo storico di Stanford Walter Scheidel il crollo di Roma è stata la cosa migliore che sia mai accaduta.

 

È convenzione considerare il collasso dell’Impero Romano d’Occidente—avvenuto più o meno nel tardo V Secolo—come una grande tragedia della storia. Le cause del disastro—se disastro fu—sono molto dibattute. La spiegazione più comunemente offerta è quella del progressivo indebolimento dell’amministrazione centrale dell’Impero in coincidenza con l’incremento della pressione da parte dei ‘barbari’ teutonici sulle frontiere, ma ciò è più una descrizione dei sintomi che delle cause scatenanti.

Ad ogni modo, l’evento è spesso descritto come il crollo della civiltà e della cultura, la fine di un’organizzazione ‘civile’ della società e l’inizio dei ‘secoli bui’ del Medioevo e di ben oltre un millennio di barbarismo, ignoranza, violenza e sofferenza. Una tremenda iattura… Si tratta però di un’interpretazione degli eventi di 1.500 anni fa che comincia a mostrare delle crepe, almeno dal punto di vista della storiografia accademica.

Uno dei ‘revisionisti’ di punta sulla visione della fine dell’Impero è un noto storico della Stanford University californiana, l’austriaco Walter Scheidel che, invece di dolersene, descrive la caduta di Roma come un “enorme colpo di fortuna” per l’Europa e così per tutta la civiltà occidentale. 

Il Prof. Scheidel inizia la sua ricerca chiedendosi come mai—malgrado i ripetuti tentativi di personaggi come Carlo Magno, Napoleone, gli Asburgo ed altri di ritagliarsi almeno un misero ‘Sacro Romano Impero’ semi-fittizio—nessuno sia riuscito a ricreare qualcosa di simile all’Impero di Roma. In buona parte, lo studioso attribuisce i fallimenti alla geografia, al fatto che l’Europa non possedesse un unico, grande bacino fluviale come quello che permise il controllo centrale dei successivi imperi cinesi, e all’assenza di sterminate steppe come quelle centro-asiatiche: vastissime distese abitate da bande di nomadi a cavallo che giocarono un ruolo chiave nella creazione di grandi imperi in Russia, nel Medio Oriente e nel Sud ed Est dell’Asia.

 

Di conseguenza, sempre secondo Scheidel, “La disintegrazione dell’Impero Romano liberò l’Europa dal governo di un singolo potere unificato. I monopoli imperiali fornirono pace e stabilità ma, nel continuo tentativo di mantenere lo status quo, tendenzialmente soffocarono la sperimentazione e il dissenso”. Invece, con la scomparsa del controllo centralizzato romano, le diverse entità politiche, militari, economiche e religiose furono libere di combattersi, negoziare e trovare compromessi, creando così i presupposti per una società nuova ed elastica.

Tra i molti contributi romani ancora con noi—oltre all’esistenza dell’Italia—possiamo enumerare le lingue derivate dal latino, il calendario di dodici mesi, il cemento, il sistema di scrittura, la legge romana, la forte influenza architettonica e—forse paradossalmente—anche aspetti legati alla diffusione del cristianesimo. Per il Prof. Scheidel invece: “Il più importante contributo dell’Impero Romano fu quello di essersene andato via per sempre…”

 

Nota diplomatica di James Hansen 

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Biografia dell’autore:

James Hansen è un ex diplomatico di carriera e giornalista. In Italia dal 1975, dopo aver svolto vari ruoli nel servizio estero americano, è stato vice-console degli Stati Uniti a Napoli, per poi passare al giornalismo. Corrispondente di diverse testate tra cui l’International Herald Tribune e il Daily Telegraph, è stato portavoce di personaggi come De Benedetti e Silvio e alla guida degli uffici stampa di Olivetti, Fininvest e Telecom Italia.
Dopo essere stato direttore editoriale di EAST, il periodico di politica internazionale ed economica edito da Europeye, oggi Hansen è presidente di una società di consulenza di relazioni internazionali, con sede a Milano, Hansen Worldwide, che consiglia importanti società e istituzioni; e dirige la News smart settimanale Nota Diplomatica, un’iziativa editoriale che conta migliaia di abbonati.

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