A che servono?

solo dal nostro Paese versati ogni anno quasi  57 miliardi, ma senza risultati.

di M. Cristina Franconi

Secondo i dati diffusi dall’Eurostat, l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale di tasse ambientali, rispetto al Pil, più elevata (3,6%).

Un gettito fiscale per le casse del Tesoro di quasi 57 miliardi l’anno di cui l’ambiente beneficia però solo in minima parte.

Sebbene infatti si tratti di prelievi che dovrebbero servire a migliorare la qualità della vita, salvaguardare la salute dei cittadini, stimolare e incoraggiare l’uso efficiente delle risorse con l’impiego di tecnologie e innovazioni a basso tenore di carbonio, soltanto lo 0,86% poi viene destinata effettivamente a “spese per la protezione dell’ambiente”. Il resto è vincolato a tutt’altre finalità.

Quella di far pagare chi consuma al posto di chi inquina è la scelta dei carbocentrici ambientalisti di Bruxelles che alla crisi climatica hanno trovato rimedio con la “tassa” sulle nostre abitudini.

Insomma il principio “Chi inquina paga” del primo Programma d’Azione Ambientale della Comunità Europea (1973/76) entrato ufficialmente nel Trattato delle Comunità Europee dal  1986, è solo un arguto motteggio.

“Chi inquina paga”, solo un arguto motteggio.  In realtà tassano le nostre abitudini, e solo una minima parte è destinata a spese per l’ambiente”. 

"Le tasse ambientali sono praticamente tasse sull’energia".

Le tasse verdi, il cui giro d’affari miliardario per gli Stati europei rappresenta una quota significativa delle entrate pubbliche, ormai le paghiamo su tutto: veicoli, elettrodomestici, rumore, igiene, inquinamento. Ma ad alimentarle sono soprattutto i tributi imposti sull’energia, che incidono per oltre l’ 80%.    

Per avere un’idea di che si parla, sempre stando alla relazione Eurostat, nel 2017 i contributi raccolti dalle ecotasse nell’UE, hanno raggiunto quasi i 369 miliardi. Con risultati però 100 volte inferiori a quelli che secondo i parametri e i modelli dei climatologi dell’IPCC sarebbero necessari.

L’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, è l’organismo scientifico intergovernativo istituito nel 1988 dal  World Meteorological Organization (WMO) e dallo United Nations Environment Programme (UNEP) –  l’Organizzazione metereologica mondiale e il Programma ONU per l’Ambiente -, con lo scopo di studiare il riscaldamento globale e valutare i cambiamenti climatici.

Non è un organismo che fa ricerca, né si occupa di monitorare  dati o parametri correlati al clima. Raccoglie ed esamina le informazioni e le pubblicazioni  scientifiche, e si avvale del contributo volontario di migliaia di scienziati, ricercatori e climatologi di tutto il mondo – sono 195 i Paesi che vi aderiscono -,  la gran parte dei quali sostiene che l’emissione di CO2 nell’atmosfera produce un innalzamento delle temperature che causa catastrofi ecologiche.

”La lotta al riscaldamento globale è una manna straordinaria”.

Un allarmismo esagerato che il fisico François Gervais, professore emerito dell’Università di Tours, medaglia del CNRS in termodinamica, vincitore del premio Yvan Peyches dell’Accademia delle scienze ed ex membro della stessa IPCC, trova infondato. 

Gervais non ha un punto di vista convenzionale è un insider climatoscettico che il pensiero dominante tiene ai margini.  Eppure nel campo delle scienze del clima è uno che ha pubblicato diversi articoli di ricerca, ma paga il prezzo delle sue idee.

Nel suo ultimo libro, “l’urgence climatique est un leurre : Prévenir un gâchis économique gigantesque” “l‘emergenza climatica è un’esca”… denuncia la propaganda attorno all’emergenza climatica e le stime esagerate dell’IPCC. Gervais punta l’indice contro la mancanza di rigore scientifico, i toni apocalittici e il “carbocentrismo ambientale” per cui  lo sconvolgimento globale del clima sarebbe causato dalle emissioni umane.  

Il professore emerito è uno contro la teoria ufficiale che se ne frega del pensiero unico “green”. Per lui neppure è misurabile l’impatto delle politiche di riduzione sul clima e la lotta contro il riscaldamento globale è irrilevante.  Sostiene che gli annunci della maggior parte dei climatologi dell’IPCC, basati su modelli teorici elaborati al computer, sono spesso contraddetti dalle osservazioni.  Rappresenta la voce dissonante che guarda al green business come un’attività già adesso molto redditizia e fa notare pure, senza girarci troppo intorno, che  ”La lotta al riscaldamento globale è una manna straordinaria” “la Banca Mondiale ha calcolato che l’ammontare degli investimenti che il business ecologico svilupperà entro il 2030 arriverà a sfiorare i 90 mila miliardi di dollari.”

“ Naturalmente tutti a carico dei contribuenti”.  

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