La verità: una realtà surgelata.

come la saggezza convenzionale che ci rende schiavi.

Scegliere cosa amplificare non equivale certo a limitare le capacità di parlare di qualcuno, ma come minimo gioca un ruolo centrale nel plasmare il discorso pubblico.   Almeno quanto una narrativa perniciosa e ripetitiva, maliziosa così tanto da apparire intelligente che combinando insieme impressioni, suggestioni, pregiudizi, a credenze e convinzioni personali, si appella alle emozioni e supera i fatti. Strategia comune, anche se si tratta di un messaggio che ha la lunghezza di una minigonna, definire ciò che è falso.  Poi però la tattica che srotola la cultura del teleschermo chiama in causa una collezione di aspetti e di parole che surgelano la realtà, per cui è la verità oggettiva alla fine l’elemento superfluo. 

In effetti completamente indistinta fra realtà e rappresentazione, vero e verosimile, interpretazione e manipolazione, la verità è talmente tanto irrilevante che neanche si smentisce, si contesta o si confuta. Soltanto si ignora.
Anche su un media come la tv, quando, sotto il pretesto di “guardare la realtà in faccia”, parla franco.

Invero un mezzo di diffusione che di per sè sia in grado di assicurare più garanzie di autenticità di un altro,  non esiste.  

Tuttavia,  nei confronti della comunicazione radio televisiva, che pure inonda le nostre vite, manca proprio l’educazione ad assumere l’atteggiamento critico.
Siamo cioè intrappolati da immagini e sacchi di parole che le contornano, che dovrebbero liberarci, ma che invece sempre di più ci imprigionano nell’inerzia di un’interattività che si, ci consente di interagire, ma solo su un oggetto di consumo deciso da altri.

L'IO che comada ingabbiato da ciò che giudica reale.

Benchè infatti la scelta del mezzo di diffusione condizioni il contenuto del messaggio, lo scopo per l’industria culturale resta sempre ingabbiare consenso. Lo share.
Un’esigenza quella del consenso a cui siamo assuefatti e che si consuma nella perpetua generazione di nuove verità. Ovvero, probabili stronzate di domani.
L’approccio è sempre lo stesso. Si parte quasi sempre da questioni di cortile per cercare ambiti tematici su cui tambureggiare. Con infondata certezza vengono perciò diffusi dati, citati fatti, e rappresentati, in uno scenario che giudichiamo reale, aspetti che armonizzano col nostro ego e agiscono sul nostro inconscio.

Quando del resto ogni cosa ricade sotto la disciplina statistica che attraverso i propri apparati categoriali pretende di definire l’intero universo, anche la produzione culturale è ancorata a logiche di consumo. Massificata in ogni mossa solo per alzare i volumi e ottenere gradimento.
Tanto che quando anche il messaggio stesso è contestualizzato dall’opinione legittima di chi comunica, le versioni delle impressioni si basano su ciò che non viene omesso.

E' vero la manipolazione una pratica di massa.

Tutti possono manipolare o essere manipolati.

Ma la sfera pubblica, è ancora sotto il potere assoluto dei grandi media.
Specialmente per quanto riguarda l’azione sulle opinioni, segnatamente sulle convinzioni e sulle scelte di ordine politico, sono loro a determinare il lato d’osservazione del mondo circostante.

Decidono, nonostante la comprensione dei fatti reali poi sarà per sempre compromessa, cosa “non” mostrare, e cosa enfatizzare. E hanno un potere tanto più grande in quanto interagiscono nella medesima direzione.

Non solo perché quello che si afferma sui mass media è poi anche il punto di vista dominante. Ma perché l’autorità che viene dal sostegno mediale influenza la pubblica conversazione e assorbe pure l’eloquio o spinge al silenzio chi per dire, deve esprimere un pensiero che stride con quello comune mainstream.

Oggi la propaganda di idee e di opinioni a cui siamo ben allenati, anche se non ha argomentazioni sempre logiche o razionali, e fa solo leva sugli istinti, è diventata sinonimo di intrattenimento e piacere.
La troviamo ovunque. In qualsiasi canale capace di raggiungere milioni di utenti.
Ma non dimentichiamoci che nonostante l’arena competitiva, buona parte della produzione culturale come musica, spettacoli tv, film, giornali, sono prodotti che fanno capo a una manciata di corporation. Cinque in tutto.

E la libertà di pensare liberamente è quindi sotto il loro pieno controllo.

Una concentrazione di potere immenso che livella, uniforma, appiattisce. Non orientano solo gusti, scelte, bisogni. Condizionano anche politiche e determinano persino la nascita di movimenti di massa spontanei, magari a forma di pesce.

Ma poi ci sono le mezze verità

L’imbroglio si moltiplica col danno se, deliberatamente, in fase di assemblaggio delle notizie, e poi nella pubblicazione, non vengono incluse informazioni rilevanti per la piena comprensione di un fatto, un fenomeno, un avvenimento o un problema.

Cioè quando la manipolazione consiste nel raccontare mezze verità.
Non è possibile conoscere ciò che si ignora, infatti, se non per analogia con quello che si conosce, e l’omissione come la menzogna, falsifica una verità che incide sulle nostre convinzioni. Le più difficili da sradicare.

La mezza verità insomma è il modo peggiore e in pratica anche più diffuso, per mentire senza mentire e speculare sulla credenza e buona fede.  Soprattutto perché cosa è rimasto fuori dalla ricostruzione nessuno potrà più saperlo. Neppure soffermandosi ad analizzare a lungo quel contenuto che gli viene presentato potrà mai più riuscirvi.

Alziamo barriere ma il nostro cervello usa la percezione selettiva

E se da un lato sfruttare l’aspetto emozionale per spiegare il mondo che ci circonda, far apparire le cose diverse da come sono e suggerire particolari interpretazioni degli eventi e dei fenomeni sociali, avvelenando il pozzo con versioni concorrenti della verità, è una strategia comunicativa verso cui ci sentiamo vaccinati.

Nella realtà anche se siamo consapevoli che nessun resoconto può essere del tutto corretto o completo, non è affatto così.
L’azione occulta di una strategia comunicazionale dei mass media, riesce ad iniettare idee, paure, desideri, e interviene sul  pensiero decisionale. Compromettendo capacità di analisi razionale e senso critico, e incoraggiando comportamenti irrazionali e compulsivi.

Si da il caso che la “verità” e la “falsità” di una credenza sia una questione diversa da quella della sua “razionalità”. Noi possiamo benissimo avere credenze di fatto false ma “razionali” e credenze di fatto vere ma “irrazionali”.
Per essere “razionali” è sufficiente che le nuove informazioni mantengano una coerenza interna con il nostro sistema di credenze e dunque non siano auto contraddittorie.

In conclusione

E’ chiaro che l’ideale sarebbe perciò credere con probabilità uno, cioè da subito, soltanto a proposizioni vere. Ma questo non è possibile.
E allora però, seguendo il nocciolo logico del ragionamento, neanche è impossibile che credere il falso sia proprio il modo per arrivare a credere il vero.

Una bella logica. Stramba, però forte.  Almeno quanto il comportamento umano!

A questo punto c’è ancora solo un’altra cosa che voglio dire, scritta in conclusione di un saggio intitolato” On Public Knowledge and Personal Revelation” , dal Prof. Joseph Zinker del Gestald Institute di Cleveland:

“Se l’uomo della strada fosse alla ricerca del proprio io, quali pensieri-guida troverebbe per cambiare la propria esistenza? Forse scoprirebbe che il suo cervello non è ancora morto, che il suo corpo non è inaridito e che, in qualunque situazione si trovi, è ancora l’artefice del suo destino. Può cambiare questo destino prendendo la decisione di cambiare seriamente se stesso, combattendo le sue meschine resistenze al cambiamento e alla paura, imparando a conoscere meglio la propria mente, provando a comportarsi in modo da soddisfare i suoi veri bisogni, compiendo atti concreti anzichè limitarsi a vagheggiarli…”
 

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