Ambiente & Co.

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Secondo i dati diffusi dall’Eurostat, l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale di tasse ambientali, rispetto al Pil, più elevata (3,6%).

Un gettito fiscale per le casse del Tesoro di quasi 57 miliardi l’anno di cui l’ambiente beneficia però solo in minima parte.

Sebbene infatti si tratti di prelievi che dovrebbero servire a migliorare la qualità della vita, salvaguardare la salute dei cittadini, stimolare e incoraggiare l’uso efficiente delle risorse con l’impiego di tecnologie e innovazioni a basso tenore di carbonio, soltanto lo 0,86% poi viene destinata effettivamente a “spese per la protezione dell’ambiente”. Il resto è vincolato a tutt’altre finalità.

Dopo averla infarcita di altri divieti, il Parlamento europeo ha detto si al varo delle direttiva che intende vietare le plastiche monouso.

Approvata dagli europarlamentari anche la direttiva sulla qualità delle acque potabili, passata con la bocciatura degli emendamenti che chiedevano limiti ai Pfass inferiori o pari a zero.  Ora, per approdare alla stesura definitiva degli articolati da portare al vaglio del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, a cui spetta l’ultima parola, le due proposte legislative sono messe alla prova del “trilogo”. Negoziati politici a tre. Ovvero riunioni informali a porte chiuse, fra rappresentanti di Commissione, del Parlamento UE e del Consiglio, per trovare, sulla base di emendamenti e scambi di accordi, una posizione comune.   

Oltre a fissare al 2025 l’obiettivo del 90% di raccolta per le bottiglie di plastica, la proposta di risoluzione “Single Use Plastic Directive”, prevede il divieto di commercializzare oggetti di plastica sintetica, usa e getta, come i cotton fioc, piatti, posate, bastoncini, etc… che infestano il Mediterraneo.

La produzione di plastica negli ultimi sessant’anni è aumentata vertiginosamente. Una tendenza in costante crescita destinata, con questi ritmi, a raddoppiare nei prossimi vent’anni.

CO2 in aumento. Rischio malnutrizione di massa

Nonostante gli accordi di Parigi sul clima, la roadmap, e i connessi obiettivi di riduzione, il livello di CO2 nell’aria è in costante crescita, soprattutto in certe aree del pianeta.

Continuando di questo passo la concentrazione in atmosfera di diossido di carbonio già oltre i 400 ppm, a partire da prossimi 30/80 anni potrebbe raggiungere e addirittura superare i 550 ppm (parti per milione). 

Uno degli effetti dell’aumento dei livelli di CO2 è la sensibile riduzione di nutrienti chiave in alimenti di base come grano, riso, orzo, patate.

Il cambiamento del clima ha infatti ridotto le risorse idriche mondiali del 20%, e l’acqua è divenuta sempre più motivo di conflitto in molte aree del Pianeta. Risorsa primaria e vitale, la mancanza di acqua potabile è la sfida che siamo chiamati, insieme e ognuno per propria parte, ad affrontare. Sono 1,6 miliardi di persone quelle che vivono attualmente in condizioni di reale scarsità d’acqua. Nel 2050 si legge nel rapporto per l’ambiente delle Nazioni Unite, con l’aumento della popolazione mondiale, 

Carbon Capture and Storage – of Sequestration, si chiama così  l’altra parte del business dell’anidride carbonica, sul quale si gioca il nostro futuro:”Cattura e sequestro di CO2″. Nonostante i costi, i consumi e i dubbi sulla sicurezza degli impianti di stoccaggio, l’utilizzo della tecnologica di confinamento di CO2 è considerato strategico dall’Europa che lo giudica necessario per “ridurre l’inquinamento”. Ma anche USA, Canada, Australia, Giappone, Messico, lo ritengono fondamentale per lo sviluppo energetico.

Generalmente usata e buttata, la carta è una risorsa molto preziosa a cui spesso non si fa troppo caso,  eppure dipendiamo dalle foreste. Per Greenpeace un terzo di tutti gli alberi abbattuti nel mondo, serve a fare carta. In realtà, in Europa e nel mondo, il 12% è conseguenza della produzione di carta; la maggior parte del legno impiegato è quello che si ricava dallo sfoltimento degli alberi – pratica necessaria alla salute della foresta-, e da residui di altri settori industriali (segherie, etc).

Tuttavia l’allarme non si può ignorare.      

CO2, tutta una questione di soldi. Aria inquinata quotata in borsa. Un business milionario che non conosce crisi.

Anche se non è un segreto, forse una persona su un milione sa che esiste il mercato della Co2 o, se preferite, dell’anidride carbonica. E’ un business milionario con una propria borsa, indici, bollettini di scambio  in cui le imprese(1), proprio come succede con le obbligazioni finanziarie, possono comprare, vendere e commerciare fra loro crediti di carbonio cioè veri e propri permessi di inquinare.

LA FORZA DEI NUMERI.

E’ stata l’armonia della matematica che ha convinto i Governanti di quasi 200 Paesi a sottoscrivere quell’Accordo magnificato come l’impegno che avrebbe cambiato il mondo, invece da quando è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, il Protocollo di Kyoto, tra politiche e misure, è stato un esercizio burocratico per piazzare una nuova commodity con dilemmi ben diversi da quelli del clima. Intanto, per la maggior parte delle persone, il mondo è rimasto com’era, anzi forse sta pure peggio;

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