Due alti funzionari della sicurezza iraniana confermano che tra le opzioni già elaborate figurano anche i collegamenti sottomarini che attraversano il Golfo. Non abbastanza da spegnere internet nel mondo, ma sufficienti a mettere sotto pressione economie che dipendono sempre di più da data center, finanza digitale e servizi connessi.

Sotto Hormuz corre una rete molto meno visibile delle rotte petrolifere, ma ormai essenziale per banche, imprese e servizi digitali: ed è entrata nei piani di risposta iraniani.
Se Stati Uniti e Israele tornassero a colpire l’Iran, la risposta di Teheran potrebbe passare anche sotto il mare. Due alti funzionari della sicurezza iraniana hanno confermato l’esistenza di piani dettagliati per attaccare i cavi sottomarini delle comunicazioni nel Golfo, infrastrutture quasi invisibili dalle quali dipendono una parte crescente delle transazioni finanziarie, dei servizi cloud e delle comunicazioni utilizzate ogni giorno da imprese e istituzioni della regione.
L’eventuale operazione non sarebbe pensata soltanto per interrompere temporaneamente i collegamenti. Uno dei funzionari ha spiegato che l’obiettivo sarebbe anche rendere più difficile un rapido ripristino della rete, prolungando gli effetti dell’attacco e costringendo operatori e governi a deviare il traffico verso percorsi alternativi. Non sono stati indicati né i punti che potrebbero essere colpiti né le modalità con cui verrebbero condotte le operazioni, ma la presenza di piani già predisposti mostra come le infrastrutture digitali siano ormai entrate stabilmente nel calcolo militare iraniano.
La portata di un eventuale attacco sarebbe soprattutto regionale. I cavi sottomarini trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale, mentre attraverso lo Stretto di Hormuz passa meno dell’1% della capacità internazionale; un sabotaggio non spegnerebbe quindi internet su scala globale, ma potrebbe creare problemi seri soprattutto a Qatar, Bahrain, Kuwait e agli altri Paesi del Golfo, dove non tutto il traffico potrebbe essere trasferito rapidamente su collegamenti alternativi.
Negli ultimi anni Emirati, Arabia Saudita e Qatar hanno investito miliardi in data center, cloud e intelligenza artificiale, attirando alcuni dei maggiori gruppi tecnologici americani e costruendo attorno alle infrastrutture digitali una parte crescente della propria strategia economica. Interrompere quei collegamenti significherebbe colpire non soltanto le comunicazioni, ma anche servizi finanziari, piattaforme cloud e attività industriali proprio mentre i governi della regione cercano di ridurre il peso del petrolio sulle rispettive economie.
I cavi sottomarini rappresentano inoltre soltanto uno dei possibili obiettivi tecnologici già evocati da Teheran. Mohsen Rezaei aveva indicato tra le infrastrutture suscettibili di essere colpite quelle legate agli Stati Uniti, compresi data center e impianti destinati all’intelligenza artificiale, mentre durante la guerra di marzo erano state danneggiate due strutture di Amazon Web Services negli Emirati e infrastrutture vicine a un impianto in Bahrain.
La strategia iraniana contiene anche un messaggio diretto agli alleati di Washington: secondo uno dei funzionari, i Paesi del Golfo dovrebbero considerare gli Stati Uniti responsabili delle conseguenze che un nuovo attacco all’Iran potrebbe provocare sulle loro infrastrutture. Rendere credibile la possibilità di danni economici e digitali permetterebbe così a Teheran di aumentare il costo politico di una nuova offensiva, spingendo governi e grandi aziende tecnologiche presenti nella regione a esercitare pressione sull’amministrazione americana.
Questo scenario si inserisce in uno Stretto di Hormuz già sottoposto a una pressione crescente, dove ottobre ha fatto registrare il numero più alto di attacchi contro navi commerciali dall’inizio della guerra, con decine di incidenti nelle acque dello Stretto e nelle zone circostanti. Alla vulnerabilità delle rotte petrolifere e della navigazione si aggiunge quindi quella di una rete digitale che resta nascosta sul fondale marino, ma dalla quale dipende una parte sempre maggiore della vita economica del Golfo.
Hormuz continua a essere uno dei passaggi energetici più importanti del mondo, ma la guerra sta mostrando che la sua importanza non si esaurisce nelle petroliere che lo attraversano. Sotto le stesse acque corrono collegamenti capaci di tenere insieme banche, imprese, data center e servizi essenziali, abbastanza circoscritti da non mettere fuori uso internet globale ma abbastanza importanti da trasformare una nuova escalation militare in una crisi digitale ed economica per milioni di persone nella regione.
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