Ogni promessa è debito. E adesso?

Tornano le clausole di salvaguardia e sfuma il welfare.

A giudicare dai saldi di finanza pubblica e dall’andazzo generale, c’è  ancora spazio per il peggio. 

Vale a dire  per un’accelerazione delle varie crisi che  le clausole di salvaguardia tra aumenti diretti e indiretti, produrranno.

Torna infatti, dopo la sterilizzazione che ci ha messo al riparo per il 2018, la questione degli aumenti IVA previsti dalle clausole di salvaguardia che se non vengono disinnescate – e pare che non ce ne sia intenzione -, inevitabilmente scattano dal 1° gennaio 2019 ed entro il 2010, per circa 32 miliardi. 

Il paracadute per le manovre dei governi.

Le clausole di salvaguardia sono diventate un tormento che ci affligge come una “cambiale di comodo” emessa in bianco per la spendita degli esecutivi, che continua a scadere. 

Il meccanismo è nel “patto di stabilità e crescita” – l’accordo riformato più volte e diventato “fiscal compact”- ed ha lo scopo, per mantenere la stabilità della moneta unica, di fungere da garanzia se gli adempimenti di riduzione del debito pubblico sottoscritti, non sono rispettati. 

In pratica è il paracadute delle manovre incerte vaticinate dai governi.

L'odiato fiscal compact

Le regole del “fiscal compact” per noi sono una condanna trascendente a cui siamo asserviti, difficile da capire; e sono invece il vincolo ovvio per i creditori. 

Ci obbligano al contenimento del disavanzo pubblico, alla riduzione del debito e al conseguimento del pareggio di bilancio. 

Un’intesa sottoscritta dall’Eurozona, su pressing dell’ala tedesca, con dichiarazione congiunta dei Capi di Stato e di Governo nel 2012 di cui l’Italia, pur essendo un regolamento contabile a tutela dei conti pubblici, ha voluto dotarsi  con  legge di rango costituzionale.

Ma la modifica, all’Art.81 della Costituzione,  fatta in emergenza dall’allora governo Monti coi voti di quasi tutto l’arco parlamentare, privata del principio di discrezionalità che distingue il nostro ordinamento dagli altri,  si è portata dietro  l’aspetto materiale delle controspinte paralizzanti. Una sommatoria di vincoli di spesa e obblighi di restituzione nei termini di scadenza.

I “creditori”, infatti, tutelati da una legge tagliente, hanno si riscosso con precedenza su tutto la loro rata di interessi degli interessi  di cui è fatto il debito dello Stato, ma levandoci quasi il pane di bocca.

Le clausole, gli aumenti.

La sudditanza dei vari governi – da Berlusconi a Gentiloni –alle regole economiche e ai vincoli imposti da Bruxelles nei principi di fondo  in questi anni, non è mai cambiata. Usare un artifizio contabile, rinviando a poi il saldo del conto dei debiti finanziari dello Stato.

Così dalla promessa di  azzeramento del deficit ci si ritrova a inseguire una riduzione graduale degli aumenti automatici di imposta.

Ora, però per riparare agli errori di valutazione di chi ha governato, se tra debito e PIL non si sfora il 3% , al posto della Flat Tax , del reddito di cittadinanza, e delle varie promesse e promessine , quella che arriva  è una brutta stretta dei conti.  Un sonoro aumento di tutto confortato da una rigorosa spending review. 

In assenza di coperture – che infatti non ci sono, neppure per un rinvio -scatteranno come  previsto gli aumenti delle aliquote IVA a partire da quella ridotta che, dal 10% passa all’11,5% già dal primo gennaio 2019 per poi, da gennaio 2020, arrivare al 13%.

Ma dal primo gennaio 2019, anche l’aliquota ordinaria dell’Iva attualmente al 22% aumenta e passa al 24,2%, per diventare del  24,9% da gennaio 2020 e infine del 25% dal 2021.

Per scongiurarlo il governo – ammesso che ne formino uno – deve trovare 12,5 miliardi di euro  per il 2019  e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Un’impresa decisamente ardua. Anche per i più ottimisti.

Per l'Europa, riforme e interventi sulle pensioni.

Del resto per l’Europa, non è un punto discutibile quello di tenere i conti in sicurezza, e infatti a scanso di equivoci ci ha già mandato a dire di andare avanti con le riforme e gli  interventi, compreso quello sulle pensioni. Una spesa che con l’invecchiamento della popolazione è destinata a crescere e pesare sui conti pubblici. 

Intanto la  risoluzione con la quale il Parlamento Europeo aveva chiesto a febbraio dello scorso anno, l’integrazione del fiscal compact nei trattati, pare abbia trovato una via di mediazione.

Anziché nei Trattati, come avrebbe preferito la Germania, l’odiato fiscal compact finirà, infatti, nel diritto europeo; cioè, nella sostanza incorporato nel quadro legislativo europeo, ma con la flessibilità che è prevista dal Patto di stabilità; questa la proposta per mitigarne l’impatto. Staremo a vedere.  

La sola cosa che a questo punto resta da capire se dopo vent’anni di “stabilità” resteremo vittime anche “di un colpo di stato economico” – e tutto fa presagire di si-,  o se al contrario le forze antieuropeiste alle quali ci siamo affidati sapranno cavalcare la tigre sulla quale sono saliti con le promesse fatte agli elettori. La méta è luminosa, ma  la via è a zig zag. Forse tenteranno di scendere.

M.C.F. © riproduzione riservata

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