Debito.

Un circolo vizioso che si auto-alimenta e che l'architettura UE rafforza.

La saga sul deficit continua. E mentre un clero intellettuale consuma la saliva sull’eccesso di spesa nel settore della protezione sociale - in cima  reddito di cittadinanza e flat tax -, su come questo debito si è accumulato e perché è ineliminabile neppure un fiato per sbaglio.

Benché  sia impossibile per qualsiasi governo risolvere in una gabbia di regole il problema di un indebitamento strutturale, il messaggio martellante è sempre solo che il debito è reale. Quindi il confronto con quelli di Bruxelles è perso in partenza e la resa dei conti, tra clausole di salvaguardia e vincoli di bilancio, è vicina.

E’ il solito catechismo raffinato per inculcarci bene in testa che i nostri bisogni sono connessi alle crisi e che tutto quello a cui si assiste non è altro che la conseguenza del nostri consumi.

Eppure non è così. 

Una falsificazione ideologica.

In realtà l’avvitamento economico, almeno stando ai numeri, non è dovuto a presunti eccessi dello stato sociale. Per la maggior parte è imputabile ai colossali salvataggi e speculazioni – primo fra tutti il signoraggio – dell’intero sistema bancario che i governi fino ad oggi hanno assecondato.

Però quello che conta è che una volta accettate le premesse, dobbiamo accettare anche la conclusione.

Non importa se milioni di persone manipolate dalla matematica finanziaria e dalla meccanica applicazione di parametri computistici, sono sotto a una doccia scozzese.  

Gli obiettivi restano il 3%  e la stabilità dei mercati per la quale la BCE  spende ogni anno più di 300 miliardi a debito, che se fossero distribuiti ai 500 milioni di cittadini potrebbero almeno servire a qualcosa.  Invece no. 

L’aspetto peggiore è che la finanziarizzazione ormai non è più solo nei numeri. E’ entrata nei comportamenti, nella cultura e persino nella morale.

E sono infatti i parametri finanziari, branditi come la misura di tutte le cose, a determinare scelte economiche, d’investimento, creditizio e dominare la politica e i palinsesti.

Tutto è insomma sotto il controllo delle leggi di mercato, anche il silenzio.  Per questo ci stiamo dentro fino al collo tipo il tabacco in una sigaretta.

Tutto è traballante però le banche vanno bene.

Fatto sta che comunque, come attori inclusi nella ridda delle circostanze, adesso ci troviamo a questo punto.  Rassegnati ad una recessione cronica e con un sistema sociale demolito. 

Qualsiasi cosa è praticamente messa in dubbio. Aparte le bugie raccontate in questi anni da banchieri e governi. Rappresentanti evidentemente di una comunità epistemica dalle stesse vedute e interessi.

Non ci sono state infatti sostanziali revisioni dopo la crisi finanziaria globale del 2008 che è stata la causa del vertiginoso aumento del debito sovrano degli Stati e quindi della stangata che ha steso l’economia. Tutto è rimasto proprio com’era.

Anzi no. Dopo tutti i drenaggi fiscali  e le misure di austerity di quest’ultimo decennio, il debito italiano sta oltre il 132% del PIL e quello mondiale è di oltre 243 trilioni di dollari, ha superato tre volte il PIL globale, ed è allarmante.

Però, le banche vanno bene e gli Istituti statistici ci danno fuori dalla recessione anche se l’economia ristagna, il lavoro non c’è, tutto aumenta e la classe media sparisce.

E’ evidente che ora i problemi non consistono più solo nel miglioramento delle cose, quanto nella loro rapida soluzione. C’è poco da cincischiare.

Tuttavia  gli accademici che su questo problema si prodigano in vaste ricerche, alla fine si limitano solo  rilevare fatti e a pronunciare diagnosi. Senza arrivare mai alla formulazione di nuove e valide idee alternative in grado di porre fine a quest’assurdità.

Ma il sistema monetario fondato sul debito è arrivato alla frutta.

Intanto il sistema monetario fondato sul debito è arrivato alla frutta.

Si è esaurito. Come pure è evaporato lo spazio del credito. Nessuno può fare finta di niente. Noi per primi che oltre a un debito record, rispetto a tutti gli altri paesi dell’Eurozona, vantiamo pure una crescita zero.

Del resto con oltre 16 milioni di cittadini italiani intrappolati dalle informazioni creditizie presenti nelle banche dati che non può avere accesso al credito che crescita ci può mai essere?

Tra i segnalati, c’è pure chi è censito come cattivo pagatore nonostante abbia regolarizzato la propria posizione debitoria, e chi non sa neppure di esserlo.

Insomma un vero e proprio esercito di persone che, tenute in ostaggio da un sistema che opera in regime di monopolio grazie a una “riserva di legge” per cui solo le banche possono gestire e concedere crediti, neppure possono più indebitarsi, perchè privi di merito. 

Senza affidabilità creditizia si perde infatti il diritto di fare tutto ciò che si deve e non si è più liberi di liberarsi dei debiti. Emblematico a questo propostito un dato: alla fine dei conti, tolti i segnalati e alcune altre categorie, solamente un italiano su sei ha i requisiti patrimoniali per ottenere la concessione di un prestito. 

Il problema di tutti la garanzia.

E difatti si legge di una continua riduzione del credito disponibile che costringe le banche a pretendere una maggiore copertura del rischio.

Così nonostante  le misure della BCE, i Fondi di Garanzia nazionali ed europei, e lo spirito di cooperazione dell’Unione, il problema di chi si reca in banca a chiedere un prestito resta la garanzia. Perché in definitiva quando si tratta di soldi nessuno vuole correre rischi.

Eppure il denaro  oggi come oggi altro non è che una scrittura contabile.

Per questo la banca può prestare denaro senza doverlo cercare in giro quando gli viene chiesto.

L’attività centrale delle banche infatti non è l’intermediazione, bensì fabbricare denaro a costo zero, senza copertura aurea, con semplici scritture contabili.

Ci pensate, una montagna di soldi fabbricati dal niente che prestano a interesse.

Non c’è alcuna legge che le autorizzi a farlo, in quanto nel circuito economico solo la BCE può stampare moneta legale, mentre gli istituti sono solo autorizzati al prestito e raccolta.

Tuttavia è proprio con l’attività di prestito che possono crearne praticamente all’infinito.

E in effetti lo fanno, anche se solo una minima frazione di questa enorme creazione di credito viene poi veramente rivolta all’economia produttiva.

Un’altra delle convinzioni ancora radicate è che l’attività bancaria consista solamente nel prestare soldi depositati da altri clienti.

Ma non è così. Quelli, come ricevuti, la banca commerciale li investe in automatico in attività speculative e quando concede prestiti o mutui lo fa a debito.

Senza avere la reale disponibilità di soldi da prestare.

Il 97% della moneta legale esiste solo nelle registrazioni contabili

Praticamente oltre il 97% della moneta legale è creata in questo modo dal sistema bancario.  Cioè a debito mediante movimenti e scritture, ed è dunque esistente solo nelle registrazioni contabili.

E’  “denaro” creato dal nulla e prestato dalle banche di credito ai cittadini e allo Stato, a interesse  e che  assume quindi natura di capitale netto della banca. Divenendo per essa stessa fonte di signoraggio [1].

[1] Il signoraggio è la differenza che c’è tra valore nominale e costo reale del denaro: una banconota da 100 euro alla BCE costa 3 centesimi di stampa e se la rivende a 100 euro più interesse, in cambio di garanzie.


Tuttavia pur essendo questo  un attivo viene registrato sotto forma di debito, e di conseguenza non viene tassato.

Anche i titoli del Tesoro sono come le cambiali promesse di pagamento emessi in garanzia della restituzione alla Banca Centrale, che presta il denaro al governo a fronte, naturalmente, di un indebitamento pubblico.

La moneta, per la quasi totalità frutto di un’arbitraria creazione privata, è però reputata una passività e come le  monete metalliche, le banconote e le riserve,  nelle varie contabilità è considerata come debito.

Qualificare quel che non è un debito come tale, equivale a non pagarci le tasse e sottrarre risorse dall’economia reale, con ripercussioni sull’intero sistema economico e il maledetto PIL…

Come viene impiegato il denaro non conta.

Altro aspetto centrale quanto trascurato il fatto che sono stati sviluppati e rafforzati con la crisi, strumenti tecnocratici della BCE.  Ma nonostante l’evoluzione dinamica dell’economia, ancora oggi nulla è mutato nella valutazione del rischio e si continua a tener conto quasi esclusivamente di valori monetari.

Sia il credito attribuibile che il tasso applicabile al cliente dipendono infatti  dal “rating”.  Cioè da un voto che esprime una valutazione ma che tuttavia ubbidisce solo a criteri economico finanziari.  Non tiene conto, difatti, al di fuori di quello monetario,  di altri valori come sono gli aspetti psicologici dei comportamenti individuali e collettivi dei soggetti quali investitori, consumatori, percettori di reddito.

In un’economia declinante, in cui le banche, dopo aver favorito per anni l’indebitamento anche senza coperture di molte famiglie e imprese, devono essere salvate per principio e non possono fallire, mentre i cittadini che hanno il ruolo di consumatori e di produttori di ricchezza,  sono condizionati dal deterioramento del rating, non c’è da stupirsi se poi il sistema collassa.

Ma la scienza economica attuale è caratterizzata da una marcata autoreferenzialità e in generale gli economisti rifiutano di prendere atto dell’esigenza di cambiare paradigma.

Infatti i modelli restano classici e le ricette sempre le stesse.

La rivoluzione informatica.

Però l’economia è un sistema complesso costretto ad un mutamento incessante per natura, perché dipende o è  provocato dalla mutevolezza dei fatti sociali e politici. 

Così dopo aver soppiantato nell’ultimo secolo ideologie e religioni nel sentire collettivo, ora la finanza deve fare i conti con una mancata lettura e fronteggiare la portata rivoluzionaria della blockchain e della token economy.

Un’opportunità ancora inesplorata quella delle monete virtuali basate sulla tecnologia blockchain  che introduce un concetto avanzato: diventare banca di te stesso.

Con le cripto valute, che non hanno un valore se non quello che gli viene dato da chi le possiede, per la prima volta ogni cittadino può battere moneta in proprio che può usare per fare scambi in tempo reale, senza intermediari.

Non c’è dubbio che si tratta di una rivoluzione perchè la possibilità di utilizzare mezzi di scambio paralleli  può risolvere crisi di liquidità e d’inclusione e riattivare persino un virtuoso flusso circolare del reddito. 

Comunque nonostante un generale scetticismo dovuto all’assenza di regole,  e ai paletti piazzati nelle settimane scorse a propria tutela dalla Banca d’Italia, sono già in molti gli utilizzatori dei gettoni digitali. Silenziosamente infatti sta crescendo interesse nei confronti delle cryptocurrency, che in realtà sono già presente: una fb coin è già in prossimo lancio, mentre la più grande Banca americana. la JP Morgan, sta già usando la sua, la JPM coin appunto.

E adesso?

La mossa anticipata dal colosso  bancario statunitense più volte coinvolto in scandali, è la conferma di quanto potere di controllo il capitalismo finanziario ancora intende avere  sulla nostra civiltà.

Adesso infatti sembra presto, ma a guardarsi intorno c’è da scommettere che, come per tante cose che sembravano astruse, presto prenderanno piede anche le crypto valute.

Magari saremo liberi dal rating e tracciati invece da un sistema delocalizzato e pure anonimo, ma non ne potremo  più fare a meno.

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