POLITICA ECONOMICA

Tutti i bonus del governo Meloni: chi riceve davvero gli aiuti e quanto costano

Dalla Carta Dedicata a te ai bonus mamme, nuovi nati, bollette ed elettrodomestici: in quattro anni si è moltiplicata una costellazione di contributi, una tantum ed esoneri. Alcuni valgono poche decine di euro, altri assorbono centinaia di milioni.

Nel novembre 2022 Giorgia Meloni assicurava che il governo non avrebbe disperso risorse in «bonus inutili». Da allora la parola bonus è ricomparsa con sorprendente regolarità nelle leggi di bilancio e nei decreti: cambia la platea, cambia l’importo, spesso cambia anche la durata.

Messi uno accanto all’altro, i contributi raccontano una politica molto diversa dallo slogan iniziale: pochi interventi universali, molte misure selettive e una quantità crescente di aiuti temporanei legati a reddito, figli, consumi o tipo di contratto.

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Il problema non è stabilire se un bonus sia buono o cattivo per definizione. Alcuni sostegni possono essere indispensabili per famiglie in difficoltà, altri possono orientare consumi o assunzioni. Il punto è capire chi riceve davvero il denaro pubblico, per quanto tempo e con quale costo.

E soprattutto distinguere le misure strutturali dalle una tantum. Perché cento euro una volta sola e una riduzione fiscale permanente possono finire entrambe sotto la parola “aiuto”, ma economicamente sono due cose molto diverse.

Carta Dedicata a te: oltre due miliardi in quattro anni

È probabilmente il simbolo più evidente della stagione dei bonus. La Carta Dedicata a te nasce con la legge di Bilancio 2023 con un fondo da 500 milioni di euro destinato alle famiglie con ISEE non superiore a 15.000 euro. Nel 2024 arrivano altri 600 milioni, nel 2025 altri 500 milioni e la legge di Bilancio 2026 ne stanzia altri 500 milioni. Il conto raggiunge quindi 2,1 miliardi tra il 2023 e il 2026, con altri 500 milioni già previsti per il 2027.

Non basta però avere un ISEE sotto i 15.000 euro per riceverla automaticamente. Le risorse sono limitate e vengono formate graduatorie secondo criteri di priorità; inoltre alcune categorie che percepiscono altre misure di sostegno restano escluse. Nel 2025 il contributo è stato di 500 euro per nucleo familiare.

È una caratteristica che ritorna spesso: la soglia economica individua gli aventi diritto potenziali, ma il fondo disponibile determina quanti riescono effettivamente a entrare.

Bonus mamme: tre versioni in tre anni

Nel 2024 arriva l’esonero totale dei contributi previdenziali per le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con almeno tre figli, fino a 3.000 euro l’anno. Per il solo 2024 la misura viene estesa sperimentalmente anche alle madri con due figli. Le lavoratrici domestiche restano escluse.

Poi il meccanismo cambia.

Nel 2025 alle lavoratrici madri con due o più figli e reddito da lavoro non superiore a 40.000 euro viene riconosciuto un contributo da 40 euro al mese. Gli oneri complessivi indicati per quella misura sono 480 milioni di euro. Nel 2026 il bonus sale a 60 euro mensili, quindi fino a 720 euro l’anno, e la relazione tecnica stima una spesa di 630 milioni.

Un miliardo e 110 milioni soltanto per le versioni 2025 e 2026, mentre continua parallelamente fino alla fine del 2026 l’esonero contributivo previsto per determinate madri con almeno tre figli e contratto a tempo indeterminato.

La politica familiare finisce così dentro un sistema nel quale numero dei figli, reddito, forma contrattuale e perfino natura del rapporto di lavoro determinano aiuti profondamente diversi tra madri che possono avere esigenze economiche molto simili.

Mille euro quando nasce un figlio

La legge di Bilancio 2025 introduce il Bonus nuovi nati: 1.000 euro una tantum per ogni figlio nato o adottato, con ISEE fino a 40.000 euro. Il costo previsto è di 330 milioni nel 2025 e 360 milioni l’anno dal 2026.

Dal 2026 il calcolo utilizza inoltre l’ISEE specifico per le prestazioni familiari, neutralizzato dagli importi dell’Assegno unico. Il bonus resta però una somma unica: mille euro alla nascita, non un sostegno mensile alla crescita del bambino.

Spalmati idealmente su dodici mesi sono poco più di 83 euro al mese. Dal tredicesimo mese il contributo torna a zero.

I cento euro di Natale

Nel 2024 compare anche il Bonus Natale: un’indennità una tantum fino a 100 euro destinata ai lavoratori dipendenti entro determinati requisiti reddituali e familiari.

La platea iniziale era poco superiore al milione di persone. Dopo l’allargamento dei requisiti viene portata a circa 4,5 milioni di lavoratori; il costo dell’intervento viene indicato intorno ai 400 milioni di euro.

Cento euro una volta sola non modificano una retribuzione. Non cambiano il costo del lavoro e non accompagnano una famiglia durante l’anno. Arrivano con la tredicesima e finiscono lì.

È probabilmente l’esempio più puro della politica una tantum: una somma immediatamente percepibile, facilmente comunicabile e priva di effetti strutturali sul reddito dei mesi successivi.

Duecento euro contro le bollette: costo 1,6 miliardi

Nel 2025 il decreto Bollette introduce invece un contributo straordinario da 200 euro sulle forniture elettriche per le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro.

La platea stimata è di circa otto milioni di nuclei e l’impatto complessivo della misura viene quantificato in 1,6 miliardi di euro.

È uno degli interventi economicamente più pesanti dell’intero gruppo. Anche in questo caso, però, la parola decisiva è “straordinario”: serve ad assorbire una parte di un rincaro, non modifica stabilmente il meccanismo attraverso il quale le famiglie pagano l’energia.

Il bonus elettrodomestici: un milione di domande per 48 milioni

Poi ci sono i bonus piccoli, quelli nei quali il rapporto tra domanda potenziale e risorse disponibili diventa quasi una lotteria amministrativa.

Il Bonus elettrodomestici copre il 30% dell’acquisto, con un massimo di 100 euro, che diventano 200 per nuclei con ISEE inferiore a 25.000 euro. Le risorse effettivamente destinate agli utenti sono state 48,1 milioni di euro. Le richieste hanno superato il milione e le domande eccedenti i fondi sono finite in lista d’attesa.

Qui la politica del bonus mostra un altro limite: un diritto teorico che dipende dalla velocità della domanda e dall’esaurimento di un fondo.

Il consumatore può possedere tutti i requisiti previsti dalla norma e non ricevere nulla semplicemente perché le risorse sono finite prima.

E il “Bonus Giovani”? I soldi vanno all’impresa

Il nome può trarre in inganno anche nel 2026.

Il Bonus Giovani non è un assegno versato a un ragazzo sotto i 35 anni. È un esonero del 100% dei contributi previdenziali a favore dei datori di lavoro privati che assumono a tempo indeterminato giovani con specifiche condizioni di svantaggio occupazionale.

Il limite di spesa è di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028.

Il beneficiario economico immediato è dunque l’azienda. Il vantaggio atteso per il giovane è indiretto: rendere più conveniente la sua assunzione.

Chiamarlo bonus giovani è efficace. Dire chi incassa materialmente l’agevolazione è più istruttivo.

Un conto che supera già i sei miliardi

Sommando soltanto gli stanziamenti e gli oneri facilmente isolabili delle misure considerate — Carta Dedicata a te fino al 2026, bonus nuovi nati 2025-26, bonus mamme 2025-26, contributo straordinario sulle bollette, Bonus Natale, elettrodomestici e Bonus Giovani per il 2026 — si supera quota 6 miliardi di euro.

Non è il “costo annuale dei bonus del governo” e non deve essere letto così: le somme appartengono ad anni diversi, alcune sono una tantum, altre si ripetono e altre ancora sono limiti massimi di spesa. Ma la dimensione serve a capire quanto sia diventato esteso un modello che all’inizio della legislatura sembrava destinato a essere ridimensionato.

E il conto è persino incompleto. Non comprende, ad esempio, agevolazioni fiscali, fringe benefit, tagli contributivi generali, incentivi alle imprese, Assegno di inclusione e misure preesistenti che il governo ha semplicemente rifinanziato o modificato.

Non comprende neppure alcuni strumenti frequentemente presentati online come “bonus Meloni” ma nati molto prima: Assegno unico, Bonus asilo nido, Bonus psicologo e numerose detrazioni edilizie non sono stati inventati da questo governo, anche se in alcuni casi sono stati modificati o rifinanziati.

Il risultato è meno semplice dello slogan iniziale. Non è finita la stagione dei bonus. È cambiato il modo di distribuirli: più soglie ISEE, più categorie, più fondi con tetto di spesa, più interventi una tantum e una platea che cambia quasi a ogni legge di bilancio.

Per il cittadino resta il compito meno comunicabile di tutti: capire ogni volta se appartiene alla categoria giusta, nell’anno giusto, con l’ISEE giusto e prima che il fondo finisca.

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FOTO: Giorgia Meloni durante un intervento alla Camera dei deputati.

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