IL CASO NEGLI STATI UNITI

ChatGPT «complice» di un duplice omicidio? Le storie gotiche del 17enne accusato

Arjun Aravind avrebbe creato personaggi e scenari legati alla morte della propria famiglia prima del delitto. Le conversazioni potrebbero rivelare premeditazione e stato mentale, ma la prova decisiva resta il loro contenuto integrale.

La madre nel seminterrato, il fratello al primo piano e il figlio diciassettenne scomparso con l’automobile di famiglia. Nell’indagine emerge una traccia digitale inquietante: racconti costruiti con l’intelligenza artificiale nei quali i familiari non sopravvivevano.

ChatGPT «complice» di un duplice omicidio? Le storie gotiche del 17enne accusato
La madre nel seminterrato, il fratello al primo piano e il figlio diciassettenne scomparso con l’automobile di famiglia. Nell’indagine emerge una traccia digitale inquietante: racconti costruiti con l’intelligenza artificiale nei quali i familiari non sopravvivevano.

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Il tutor arriva per la lezione, suona alla porta e non riceve risposta. Il padre, al lavoro dalla mattina, prova inutilmente a contattare la moglie e i figli. Quando la polizia entra nella casa di Acton, in Massachusetts, trova il quattordicenne Siddharth Aravind morto al primo piano e sua madre, Sudha Venkatesan, 45 anni, nel seminterrato.

Il figlio maggiore Arjun, 17 anni, non è nell’abitazione. È scomparsa anche la Honda Accord verde della madre. La procura distrettuale della contea di Middlesex ricostruisce così le prime ore dell’indagine sul duplice omicidio avvenuto l’11 agosto, a circa trenta chilometri da Boston.

Il ragazzo viene rintracciato nella notte a Wayland, tredici miglia più lontano, dopo che un allarme richiama gli agenti in un parcheggio. È all’interno dell’automobile della madre. Nel veicolo vengono recuperati oggetti che, secondo l’accusa, corrispondono agli elementi trovati nella casa.

Arjun Aravind è accusato di due omicidi, aggressione ai danni di familiari, utilizzo non autorizzato e furto dell’automobile. Si è dichiarato non colpevole ed è detenuto senza cauzione.

Le storie nelle quali la famiglia non sopravvive

Durante l’esame dei dispositivi e dell’attività online del ragazzo emerge una seconda scena. Non si trova in una stanza della casa, ma nelle conversazioni costruite con ChatGPT.

Secondo la procuratrice distrettuale Marian Ryan, Arjun manifestava da tempo comportamenti preoccupanti e utilizzava internet e il chatbot per sviluppare idee teoriche e racconti di fantasia riguardanti l’uccisione dei propri familiari.

Il diciassettenne avrebbe formulato domande, creato personaggi e immaginato sviluppi narrativi riconducibili al romanzo gotico. Storie nelle quali la sopravvivenza della famiglia appariva minacciata.

Non si tratterebbe quindi soltanto di una ricerca isolata o di una parola digitata una volta. La descrizione fornita dalla procura suggerisce un percorso narrativo composto da più passaggi: personaggi, ipotesi, conseguenze e variazioni sullo stesso tema.

È questa continuità, più ancora della presenza del nome ChatGPT, a rendere le conversazioni potenzialmente importanti per l’inchiesta.

Che cosa possono provare le conversazioni

Le chat potrebbero contribuire a ricostruire ciò che il ragazzo pensava prima delle morti. Potrebbero mostrare se l’idea di uccidere la famiglia fosse occasionale, ricorrente oppure già organizzata in una sequenza concreta.

Per l’accusa possono diventare una traccia della premeditazione, dello stato mentale o del possibile movente. La loro forza probatoria dipenderà però da elementi che non sono stati ancora resi pubblici: le parole utilizzate, le date, la frequenza delle conversazioni e la somiglianza tra gli scenari immaginati e ciò che è accaduto nella casa.

Conta anche la direzione assunta dal dialogo. Un chatbot può limitarsi a sviluppare un racconto dichiaratamente fantastico, interrompere la conversazione, tentare di ricondurla in un contesto sicuro oppure ricevere domande sempre più specifiche.

Sono situazioni molto diverse. Senza conoscere la sequenza completa, la semplice formula “usava ChatGPT” non permette di stabilire quale si sia verificata.

Una macchina chiamata a testimoniare

Una conversazione con l’intelligenza artificiale non è identica a una ricerca su internet. Il motore di ricerca restituisce risultati; il chatbot risponde, ricorda il contesto e partecipa allo sviluppo dell’idea proposta dall’utente.

Per questo le chat possono contenere qualcosa di più di una cronologia: mostrano l’evoluzione di un pensiero attraverso domande e risposte. Sono una sorta di diario costruito con un interlocutore che non conosce necessariamente la realtà nascosta dietro il racconto.

La macchina può leggere una famiglia trasformata in personaggi, una casa diventata ambientazione e una minaccia presentata come trama. Non vede automaticamente le persone reali che si trovano dall’altra parte dello schermo.

Il caso di Acton apre quindi un problema nuovo per investigatori e tribunali. Non basta stabilire che l’imputato abbia parlato con un’intelligenza artificiale: occorre capire quale ruolo abbia avuto la conversazione nel passaggio dalla fantasia al possibile progetto criminale.

I segni della violenza nella casa

Le cause ufficiali delle morti devono ancora essere determinate dal medico legale. La procura ha però riferito di una colluttazione particolarmente violenta e di lesioni compatibili con l’impiego di un oggetto contundente.

Nell’abitazione sono stati trovati un computer portatile gravemente danneggiato e macchiato di sangue e un utensile piegato, ritenuto probabilmente un coltello con il manico arancione. Saranno gli accertamenti forensi a stabilire se uno di questi oggetti sia stato utilizzato contro le vittime.

Gli investigatori devono inoltre ricostruire l’orario delle aggressioni, la sequenza degli attacchi e il comportamento del ragazzo nelle ore successive.

Le conversazioni digitali non sostituiscono queste prove. Possono però aggiungere ciò che la scena del crimine non racconta: quanto tempo prima l’idea della morte della famiglia fosse comparsa e quale forma avesse assunto.

L’intelligenza artificiale davanti ai tribunali

Il duplice omicidio arriva mentre negli Stati Uniti cresce il numero di procedimenti nei quali le interazioni con i chatbot vengono acquisite come prove.

A giugno la Florida è diventata il primo Stato americano a citare in giudizio OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. La causa sostiene che la società abbia minimizzato i rischi per i minori e richiama episodi nei quali ChatGPT avrebbe fornito informazioni a persone successivamente coinvolte in suicidi o sparatorie.

OpenAI respinge le accuse e afferma di addestrare i propri modelli a rifiutare le richieste capaci di facilitare concretamente la violenza. La società dichiara inoltre di segnalare alle autorità le conversazioni dalle quali emerga un pericolo credibile e imminente.

Il caso del Massachusetts è però ancora privo dell’elemento necessario per valutare il comportamento del sistema: le risposte date al ragazzo.

La prova che ancora manca

Il logo di ChatGPT su un computer non dimostra una complicità. Neppure la presenza di racconti violenti basta, da sola, a spiegare un duplice omicidio.

La prova decisiva è nella conversazione: che cosa chiedeva Arjun, come presentava la propria famiglia, quanto erano concreti gli scenari e in quale modo il chatbot rispondeva.

Soltanto quelle righe potranno mostrare se la macchina abbia semplicemente riflesso una fantasia, accompagnato un’ossessione oppure contribuito a trasformarla in un progetto più definito.

Fino ad allora, ChatGPT resta un testimone inconsapevole che conserva le parole ricevute e le risposte prodotte. Ma la domanda sollevata dal caso è destinata a rimanere: che cosa deve fare una macchina quando un racconto di fantasia comincia a ripetersi, a perdere i propri travestimenti e ad assomigliare sempre più a un piano?

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FOTO: Logo GhatGPT

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