L’epidemia ha superato il bilancio del 2018-2020 ed è diventata la più mortale mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo. I casi confermati sono 4.945 e il tasso di letalità è salito al 46%.

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Il record più tragico nella storia del Congo
L’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo ha provocato 2.325 morti e 4.945 casi confermati. Il nuovo bilancio supera le 2.299 vittime registrate durante il focolaio del 2018-2020, fino a oggi il più grave mai affrontato dal Paese.
I dati, aggiornati al 16 agosto dall’Istituto nazionale di sanità pubblica congolese, segnalano 101 nuovi casi confermati nelle ultime 24 ore. L’epidemia era già diventata alla fine di luglio la più estesa nella storia nazionale per numero di contagi. Ora ha superato anche il precedente record di mortalità.
Dalla dichiarazione ufficiale dell’emergenza, avvenuta il 15 maggio, sono trascorsi appena tre mesi. Il focolaio congolese è ormai il secondo più mortale mai registrato al mondo, dietro soltanto all’epidemia che tra il 2014 e il 2016 colpì Guinea, Liberia e Sierra Leone, causando 11.310 morti e 28.616 casi.
Il confronto rende evidente la velocità della crisi: l’epidemia dell’Africa occidentale impiegò quasi cinque mesi per raggiungere mille vittime. Quella congolese ha superato i duemila morti in meno di tre mesi.
Quasi un malato su due non sopravvive
Il dato più allarmante riguarda il tasso di letalità, salito da circa il 20% dei primi giorni di giugno al 46%. Significa che quasi una persona su due, tra quelle con infezione confermata, non sopravvive.
Gli specialisti escludono però che questo aumento dimostri una maggiore aggressività del virus. Il problema è soprattutto il momento nel quale i pazienti vengono intercettati.
In un’epidemia sottoposta a un controllo efficace, la mortalità dovrebbe diminuire progressivamente: il tracciamento permette di riconoscere prima i sintomi, isolare rapidamente i contagiati e iniziare le cure quando hanno ancora maggiori possibilità di funzionare.
In Congo sta accadendo l’opposto. Molti pazienti arrivano nei centri sanitari quando la malattia è già avanzata; altri vengono identificati soltanto dopo essere morti nelle proprie abitazioni o all’interno delle comunità. In questi casi si perde anche tempo prezioso per ricostruire i contatti e interrompere le nuove catene di trasmissione.
Il virus circolava prima dell’allarme
Le analisi genetiche hanno mostrato che l’epidemia era iniziata diversi mesi prima della dichiarazione ufficiale. La trasmissione potrebbe essere cominciata già a gennaio, mentre le autorità hanno riconosciuto il focolaio soltanto a metà maggio.
I primi sintomi dell’Ebola — febbre, debolezza, vomito e diarrea — possono essere confusi con quelli della malaria, della febbre tifoide e di altre malattie diffuse nella regione. Il sanguinamento, frequentemente associato al virus, non compare in tutti i pazienti e può manifestarsi soltanto nelle fasi più gravi.
Quel ritardo iniziale ha permesso all’infezione di circolare fuori dalle reti di sorveglianza e di raggiungere progressivamente nuove province.
Il raro virus Bundibugyo
Il focolaio è provocato dal virus Bundibugyo, una specie più rara rispetto al virus Zaire responsabile dell’epidemia dell’Africa occidentale.
Per questa variante non esistono ancora vaccini o trattamenti specifici approvati. Alcuni prodotti sperimentali sono in fase di valutazione, ma le prove disponibili sono ancora limitate e derivano in gran parte da studi condotti sugli animali.
Le cure consistono soprattutto nel sostenere l’organismo contro la disidratazione, la perdita di elettroliti e il deterioramento degli organi. Quanto prima vengono avviate, tanto maggiori sono le possibilità di sopravvivenza. È proprio il ritardo nell’accesso all’assistenza a rendere il bilancio congolese tanto pesante.
Guerra, sfiducia e strutture sanitarie fragili
La risposta sanitaria deve confrontarsi con le condizioni delle regioni orientali del Congo, attraversate da conflitti armati, sfollamenti e attacchi contro ospedali e operatori.
In alcune zone le squadre mediche non riescono a raggiungere le comunità. In altre, la diffidenza verso le autorità ostacola i test, l’isolamento dei malati e le sepolture in sicurezza. Mancano personale, materiali e strutture sufficienti per seguire tutte le persone potenzialmente esposte.
Il virus si trasmette attraverso il contatto diretto con il sangue e gli altri liquidi biologici di persone infette, vive o decedute. Non si diffonde per via aerea come l’influenza o il Covid e una persona non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi.
L’Uganda dimostra che il contagio può essere fermato
L’epidemia aveva raggiunto anche la vicina Uganda, dove sono stati confermati 20 casi e due morti. Una risposta più rapida ha però consentito alle autorità di interrompere la trasmissione e dichiarare concluso il focolaio nel Paese.
Il confronto mostra quanto siano decisive la diagnosi precoce, la sorveglianza dei contatti e la possibilità di garantire assistenza immediata. In Congo, invece, l’epidemia continua a crescere proprio nei territori nei quali guerra e povertà rallentano ogni intervento.
Il virus non risulta improvvisamente più letale. Sono le persone a essere raggiunte troppo tardi: quando il contagio viene riconosciuto soltanto dopo la morte, l’Ebola ha già trovato altri corpi e altre comunità nelle quali avanzare.
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FOTO: Frame dal video pubblicato da FRANCE 24 English/YouTube
