Donald Trump continua a chiedere tassi più bassi, ma da Jackson Hole Kevin Warsh ha mandato ai mercati un messaggio diverso. La Federal Reserve non considera ancora conclusa la battaglia contro l’inflazione e, se i prezzi non torneranno verso l’obiettivo del 2% con sufficiente rapidità, potrebbe essere costretta a intervenire di nuovo. Non un annuncio di rialzo, dunque, ma abbastanza per cambiare in poche ore le aspettative sulla riunione di settembre.
La reazione dei mercati è stata immediata. Dopo il discorso di Warsh, la probabilità attribuita a un aumento dei tassi a settembre è salita da circa il 35% al 60%, mentre il rendimento dei Treasury a due anni ha toccato il livello più alto da un mese e il dollaro si è rafforzato. Il presidente della Fed ha evitato accuratamente di anticipare la decisione del comitato, ma ha anche chiarito che l’istituto vuole recuperare libertà di movimento dopo anni nei quali la cosiddetta forward guidance ha spesso preparato con largo anticipo investitori e mercati alle scelte di politica monetaria.
L’inflazione resta troppo lontana dal 2%
A pesare sono soprattutto i numeri. L’indice PCE, la misura dell’inflazione preferita dalla Federal Reserve, cresce del 3,7% su base annua e accelera al 4,1% se si considera l’andamento degli ultimi sei mesi annualizzato. Sono livelli ancora molto distanti dal target del 2%, che Warsh ha ribadito di considerare un obiettivo preciso e non un riferimento da interpretare con elasticità.
La guerra contro l’Iran, il rialzo del petrolio e le nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento hanno aggiunto pressione a un quadro che la Fed sperava di vedere progressivamente normalizzato. A luglio i tassi erano stati lasciati invariati nella fascia tra il 3,50% e il 3,75%, ma già allora all’interno del comitato erano emerse posizioni favorevoli a un nuovo intervento qualora l’inflazione avesse continuato a mostrare resistenza.
Jackson Hole non chiude quel confronto, semmai lo rende più esplicito. Warsh non ha indicato una soglia oltre la quale il rialzo diventerebbe inevitabile, ma ha legato le prossime decisioni alla capacità dei prezzi di tornare verso il target in tempi credibili. Per i mercati è bastato questo per rimettere sul tavolo uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava molto meno probabile.
L’economia americana continua a reggere
La Fed può permettersi di mantenere una linea dura anche perché l’economia statunitense non sta mostrando, almeno per ora, segnali di cedimento tali da imporre un allentamento rapido. La disoccupazione resta al 4,1%, le richieste di sussidio rimangono contenute e gli investimenti delle imprese continuano a crescere, sostenuti in particolare dalla corsa all’intelligenza artificiale.
Warsh considera il mercato del lavoro ancora vicino alla piena occupazione e ha richiamato anche la solidità dei bilanci societari. Gli utili delle aziende dell’S&P 500 sono aumentati di oltre il 20% nell’ultimo anno, mentre gli investimenti in attrezzature e asset immateriali procedono al ritmo più elevato dal 2021. Una quota rilevante di questa crescita è legata proprio allo sviluppo dell’AI, che continua ad assorbire capitali nonostante il costo del denaro resti elevato.
Un quadro che rende più incerta la direzione della Fed. Un’economia ancora solida riduce l’urgenza di tagliare i tassi, mentre un’inflazione persistentemente sopra il target mantiene aperta la possibilità di una nuova stretta. La Fed si ritrova così a gestire una fase in cui la crescita non è abbastanza debole da giustificare un sostegno monetario e i prezzi non sono ancora abbastanza sotto controllo da consentire una svolta accomodante.
La distanza con Trump si allarga
Per la Casa Bianca il problema è anche politico. Trump ha scelto Warsh per guidare la Federal Reserve dopo mesi di attacchi alla linea di Jerome Powell e ha continuato a sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero avere tassi molto più bassi, arrivando a dire che il Paese meriterebbe il costo del denaro più basso al mondo.
Warsh non ha trasformato Jackson Hole in uno scontro con il presidente che lo ha nominato, ma ha ribadito un principio incompatibile con l’idea di abbassare i tassi indipendentemente dall’andamento dei prezzi. Se l’inflazione resterà troppo alta, la Fed agirà sulla base dei dati e non delle richieste della Casa Bianca.
La riunione di settembre diventa così il primo vero banco di prova. Fino a pochi giorni fa il mercato considerava un nuovo rialzo uno scenario minoritario; dopo Jackson Hole non è più così. Trump continua a chiedere denaro meno caro, Warsh continua a non prometterglielo e la traiettoria dell’inflazione potrebbe costringere la Federal Reserve a fare esattamente ciò che la Casa Bianca vorrebbe evitare.
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