La causa dell’ex garante potrebbe cambiare nome e contrassegno con cui il Movimento si presenterà alle prossime politiche, ma non cancellerebbe la rappresentanza parlamentare costruita nel 2022. La nuova disciplina elettorale tutela i gruppi già costituiti.

La battaglia sul simbolo può costringere Conte a cambiare insegna, non a ricominciare da zero: alle prossime elezioni il vero rischio per il M5S sarebbe politico e identitario, non burocratico.
Il ritorno di Beppe Grillo sulla scena pubblica riapre uno dei contenziosi più delicati lasciati dalla rottura con Giuseppe Conte, quello sul nome e sul simbolo del Movimento 5 Stelle. L’ex garante non ha annunciato la nascita di un nuovo partito, ma non sembra intenzionato a rinunciare alla causa con cui rivendica la titolarità dei segni distintivi della creatura politica fondata insieme a Gianroberto Casaleggio. I tempi della giustizia, con la prima udienza rinviata e una decisione che potrebbe arrivare molto avanti nella legislatura, rendono ancora incerto l’effetto concreto dello scontro. Anche nell’ipotesi più favorevole a Grillo, però, una eventuale vittoria in tribunale non avrebbe l’effetto di impedire a Conte di presentare liste alle prossime elezioni politiche.
La distinzione passa dalla natura stessa del contenzioso.
Una decisione favorevole a Grillo potrebbe incidere sull’uso futuro del nome e del simbolo M5S, obbligando eventualmente la formazione guidata da Conte a presentarsi con un contrassegno diverso, ma non cancellerebbe retroattivamente il risultato delle elezioni del 2022 né l’esistenza dei gruppi parlamentari costituiti alla Camera e al Senato. È su questa continuità parlamentare che si innesta anche la disciplina della raccolta firme prevista dalla riforma elettorale in discussione.
Il testo approvato durante l’iter parlamentare mantiene infatti un regime di esenzione per le forze già organizzate in gruppi parlamentari, modificando anzi la disciplina precedente che richiedeva la presenza in entrambi i rami del Parlamento. Nel dibattito al Senato del 14 settembre, Stefano Patuanelli ha ricordato che la nuova formulazione estende l’esenzione anche ai soggetti rappresentati in un solo ramo. Per il M5S guidato da Conte, presente con propri gruppi parlamentari fin dall’inizio della legislatura, il problema della raccolta delle firme non si porrebbe dunque anche se il contenzioso con Grillo imponesse di modificare il simbolo.
Gabriele Maestri, esperto di simboli politici interpellato da Adnkronos, separa infatti nettamente i due piani: la causa può stabilire chi abbia diritto a utilizzare in futuro nome e segni distintivi del Movimento, ma non può cancellare la rappresentanza parlamentare nata dalle politiche del 2022. Nell’ipotesi in cui i giudici dessero ragione a Grillo prima delle prossime elezioni, Conte dovrebbe quindi soprattutto valutare con quale contrassegno presentarsi per evitare contestazioni, senza essere equiparato a una nuova formazione politica costretta a raccogliere le sottoscrizioni necessarie per depositare le liste.
È la stessa lettura sostenuta dentro il Movimento. Alfonso Colucci, capogruppo M5S in commissione Affari costituzionali alla Camera, considera improbabile una vittoria giudiziaria di Grillo e richiama la presenza dei gruppi parlamentari come elemento decisivo per l’esenzione. Il principio, secondo la ricostruzione dei Cinque Stelle, è che la rappresentanza parlamentare non dipende dalla disponibilità materiale del simbolo con il quale il partito si presentò alle urne quattro anni prima.
Lo scontro conserva comunque un peso politico tutt’altro che marginale.
Perdere il simbolo storico del Movimento 5 Stelle non significherebbe perdere automaticamente il diritto di partecipare alle elezioni, ma costringerebbe Conte a presentarsi agli elettori con un’identità grafica diversa proprio mentre Grillo tenta di riaprire la contesa sull’eredità politica del Movimento. La battaglia giudiziaria, quindi, può non mettere in pericolo le liste ma incidere sulla riconoscibilità di un marchio che accompagna il M5S dalla sua nascita e che continua a racchiudere una parte importante della storia politica del partito.
L’incognita maggiore resta il calendario.
Con la prima udienza ancora da ridefinire, non è affatto certo che una sentenza arrivi prima della conclusione naturale della legislatura. Se i tempi dovessero allungarsi oltre le elezioni, la questione del simbolo potrebbe rimanere sospesa mentre Conte si prepara alla nuova competizione; se invece il tribunale decidesse in tempo e riconoscesse le ragioni di Grillo, il Movimento sarebbe chiamato a risolvere rapidamente un problema di identità e comunicazione, non di accesso alle urne.
Per Conte, quindi, il rischio più concreto non è dover raccogliere migliaia di firme, ma trovarsi eventualmente a difendere il proprio spazio elettorale senza poter utilizzare il nome e il simbolo con cui il M5S è conosciuto da milioni di elettori. Ed è su questo terreno, molto più che sulle procedure di presentazione delle liste, che una vittoria di Grillo potrebbe tornare a pesare davvero.
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