Guerra in Medio Oriente: ultime notizie su Iran, Israele, Stati Uniti e Stretto di Hormuz

HORMUZ, NUOVA ESCALATION

Guerra in Medio Oriente: ultime notizie su Iran, Israele, Stati Uniti e Stretto di Hormuz

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Aggiornamento h: 23:53

Il blocco americano contro l’Iran resta in vigore mentre gli attacchi alla navigazione e l’escalation nello Yemen coinvolgono nuovi attori regionali. Petrolio ai massimi da cinque mesi.

La crisi di Hormuz si estende alle rotte energetiche del Mar Rosso, dove l’offensiva degli Houthi contro le forze governative yemenite e le infrastrutture saudite ha spinto il Regno Unito a rafforzare la difesa aerea di Riad. Sul fronte diplomatico, Washington e Teheran mantengono aperti i contatti senza raggiungere un accordo, mentre l’insicurezza dei trasporti marittimi continua a pesare sui mercati petroliferi e sulle strategie di approvvigionamento dei produttori e delle raffinerie internazionali.

La guerra si estende oltre Hormuz: l’offensiva degli Houthi spinge nuovi Paesi verso un coinvolgimento militare, mentre la sicurezza dei collegamenti petroliferi condiziona le scelte dei produttori del Golfo.

Il recupero delle esportazioni petrolifere del Golfo non coincide con un ritorno alla normalità nello Stretto di Hormuz, dove le restrizioni iraniane e gli attacchi alle petroliere continuano a condizionare la navigazione. Il 23 ottobre il Brent ha chiuso a 116,72 dollari al barile, il livello più alto dal 29 aprile, mentre il blocco americano contro i porti iraniani mantiene la pressione economica su Teheran e l’insicurezza delle rotte continua a incidere sui costi di trasporto e sulle strategie di approvvigionamento.

Nel Mar Rosso, la nuova offensiva degli Houthi contro le forze governative yemenite e le infrastrutture saudite ha spinto il Regno Unito a rafforzare la difesa aerea dell’Arabia Saudita, mentre altri Paesi valutano un maggiore coinvolgimento militare. L’estensione del conflitto minaccia anche le rotte alternative a Hormuz, proprio mentre Washington e Teheran mantengono aperti i contatti diplomatici senza trovare un accordo sulle condizioni necessarie per ridurre le tensioni.

In questa pagina raccogliamo gli sviluppi più importanti, il contesto geopolitico e gli aggiornamenti sulla guerra in Medio Oriente.


Ultimi sviluppi

• Hormuz, record di attacchi e marea nera sulle coste emiratine. In ottobre sono stati censiti 28 attacchi confermati o segnalati contro la navigazione nello Stretto e nelle acque circostanti. Intanto una fuoriuscita di petrolio al largo di Umm Al Quwain ha spinto le autorità emiratine a chiudere le spiagge interessate e ad adottare misure precauzionali anche a Sharjah e Ras Al Khaimah, mentre proseguono le operazioni di contenimento e le verifiche ambientali. L’origine della contaminazione non è ancora stata accertata ufficialmente.

• Arabia Saudita, Aramco evacua la sede di Dhahran. Il 22 ottobre la compagnia ha ordinato al personale di lasciare il quartier generale e lavorare da remoto, dopo una nuova serie di attacchi alle infrastrutture saudite. All’aeroporto di Dammam il bilancio è salito a due morti e otto feriti, mentre il precedente attacco al giacimento di Shaybah non ha interrotto la produzione.

• Petrolio, Brent a 116,72 dollari: il FMI prevede una recessione nel Golfo. Il 23 ottobre il greggio ha registrato la chiusura più alta dal 29 aprile, nonostante il recupero delle esportazioni petrolifere regionali. Secondo le nuove stime del Fondo monetario internazionale, nel 2026 il PIL aggregato di Medio Oriente, Nord Africa e Pakistan si contrarrà dell’1,3%, con conseguenze particolarmente gravi per le economie del Golfo.


Hormuz, la risposta americana non sblocca il negoziato con Teheran

La finestra di sessanta giorni prevista dal memorandum di Islamabad del 17 giugno si è esaurita senza un accordo sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni e sulla sicurezza nel Golfo. I contatti indiretti tra Washington e Teheran proseguono, ma l’Iran subordina la riapertura di Hormuz alla revoca del blocco navale americano, all’allentamento delle restrizioni petrolifere e alla cessazione delle ostilità, mentre gli Stati Uniti insistono per affrontare fin dall’inizio il dossier nucleare. Il 23 ottobre a Istanbul i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita hanno incontrato i rappresentanti di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per discutere della sicurezza regionale. I quattro Paesi regionali hanno ribadito il sostegno al memorandum di Islamabad e chiesto il ripristino della navigazione sicura nello Stretto. L’iniziativa amplia il coordinamento diplomatico, senza modificare per ora le condizioni poste dai due principali contendenti.

Lo stallo diplomatico avrebbe anche una precisa motivazione politica. Secondo un’inchiesta Reuters del 20 ottobre, basata sulle dichiarazioni riservate di tre alti funzionari iraniani e di una quarta fonte vicina alla leadership, Teheran starebbe deliberatamente prolungando i negoziati per evitare di offrire a Donald Trump un successo prima delle elezioni congressuali americane del 3 novembre. La strategia rifletterebbe la convinzione che Washington possa riprendere i bombardamenti anche dopo un’eventuale intesa, alimentata dalla sfiducia maturata in seguito agli attacchi che hanno interrotto i precedenti tentativi diplomatici. Il mantenimento della pressione su Hormuz consente all’Iran di condizionare i mercati energetici e il confronto politico americano, ma comporta costi crescenti anche per la sua economia, colpita dal blocco delle esportazioni petrolifere e da un’inflazione che a settembre ha raggiunto il 73,6%. La ricostruzione delle intenzioni iraniane non ha ricevuto conferme ufficiali e, nonostante la prosecuzione dei contatti diplomatici, le divergenze sulle condizioni di un accordo continuano a impedire una svolta nel negoziato.


Il dossier nucleare arriva al Consiglio di Sicurezza

Il 9 settembre il Consiglio dei governatori dell’AIEA ha deferito l’Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per la prima volta in circa vent’anni, a seguito delle violazioni degli obblighi di non proliferazione già contestate a Teheran. La risoluzione, presentata da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, è stata approvata con 23 voti favorevoli, tre contrari e otto astensioni; Russia, Cina e Niger hanno votato contro. Alle questioni irrisolte sulle tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati si aggiunge l’impossibilità per gli ispettori di accedere agli impianti bombardati e verificare il materiale nucleare ancora presente.

Le divisioni internazionali si sono aggravate il 17 settembre, quando Russia e Cina hanno posto il veto alla proroga del mandato del gruppo di esperti incaricato di monitorare le sanzioni ONU contro l’Iran, rimasto di fatto inattivo per la mancata nomina dei suoi componenti. Il problema più delicato riguarda tuttavia le scorte nucleari: prima dei bombardamenti del giugno 2025, l’AIEA stimava 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, mentre oggi non può verificarne quantità e ubicazione. Secondo le valutazioni dell’Agenzia, oltre 200 chilogrammi potrebbero trovarsi ancora nel complesso sotterraneo di Isfahan, con ulteriori quantità a Natanz.

Sul possibile ripristino delle ispezioni resta aperto uno spazio diplomatico. Secondo diplomatici informati sui colloqui riservati tenuti da Abbas Araghchi a New York, Teheran avrebbe prospettato il ritorno degli ispettori nei siti colpiti in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, senza tuttavia assumere impegni formali sulle modalità di accesso. La proposta non comprende una rinuncia dichiarata all’arricchimento né il trasferimento all’estero del materiale altamente arricchito, mentre Washington continua a chiedere una riduzione sostanziale delle capacità nucleari iraniane e garanzie verificabili prima di un’intesa.


Hormuz, il recupero dei flussi non arresta gli attacchi alla navigazione

Le esportazioni petrolifere dal Golfo hanno recuperato i livelli precedenti alla guerra, ma la navigazione attraverso Hormuz resta condizionata dalle restrizioni iraniane e dagli attacchi alle navi commerciali. Secondo Kpler, nella settimana terminata il 18 ottobre i flussi regionali hanno raggiunto 24,6 milioni di barili al giorno, contro i 23,3 milioni precedenti al conflitto, anche grazie agli oleodotti alternativi e ai collegamenti marittimi protetti dagli Stati Uniti. I transiti nello Stretto rimangono invece inferiori ai livelli prebellici, mentre l’Iran ha ampliato a 124 navi l’elenco delle imbarcazioni considerate non conformi, esponendole a possibili fermi o sequestri. Secondo il Washington Institute for Near East Policy, ottobre ha registrato 28 attacchi confermati o segnalati contro la navigazione, con oltre 30 superpetroliere danneggiate dall’inizio della guerra.

Il blocco americano contro i porti iraniani resta operativo, mentre gli attacchi continuano a compromettere la sicurezza delle rotte commerciali. Tra il 20 e il 22 ottobre tre petroliere sono state colpite da proiettili di origine sconosciuta nelle acque dell’Iraq e dell’Oman, secondo le segnalazioni del centro britannico UKMTO. Nell’episodio più grave, il 21 ottobre, un incendio a bordo di una petroliera al largo di Bukha è stato successivamente domato, senza conseguenze per l’equipaggio. Il giorno seguente una terza nave è stata colpita mentre usciva dallo Stretto di Hormuz, riuscendo comunque a proseguire la navigazione. I Pasdaran hanno inoltre rivendicato attacchi contro sette imbarcazioni, senza fornire riscontri indipendenti. Le responsabilità dei singoli episodi restano da accertare e non risulta una nuova chiusura generalizzata dello Stretto.

L’insicurezza della navigazione sta modificando anche il commercio petrolifero internazionale. Secondo Reuters, circa 80 superpetroliere VLCC risultano impegnate nei trasferimenti attraverso Hormuz, riducendo la disponibilità di grandi navi sulle altre rotte e portando il costo del trasporto di greggio dagli Stati Uniti all’Asia fino a 40 dollari al barile. Le raffinerie asiatiche ricorrono maggiormente a petroliere Aframax, contratti di lungo periodo e forniture con consegna a destinazione, mentre ADNOC e Saudi Aramco assumono direttamente i costi di trasporto di alcuni carichi venduti ai clienti asiatici. In Europa la preferenza per forniture a breve distanza ha contribuito a spingere i premi sul Brent fisico del Mare del Nord oltre 20 dollari al barile, confermando che la crisi incide ormai anche sulla scelta dei fornitori e sull’organizzazione delle rotte commerciali.


Yanbu, la via d’uscita da Hormuz diventa un nuovo fronte della crisi

La East-West Pipeline saudita ha recuperato un ruolo centrale nelle esportazioni energetiche del regno, raggiungendo il 6 ottobre un flusso di 5,8 milioni di barili al giorno, dei quali circa 4 milioni destinati all’esportazione attraverso Yanbu. Il 12 ottobre il ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman ha annunciato un piano per aumentare fino a 10 milioni di barili quotidiani la capacità di trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti, riducendo ulteriormente la dipendenza da Hormuz. La conversione temporanea di un gasdotto potrebbe aggiungere 1,2 milioni di barili al giorno entro sette-otto settimane, mentre il potenziamento complessivo delle infrastrutture richiederà altri due-tre anni.

La vulnerabilità della rotta saudita era già emersa il 10 settembre, quando un attacco aveva danneggiato tre stazioni di pompaggio della East-West Pipeline, e il 1° ottobre, con un incendio nell’area portuale di Yanbu provocato da un proiettile di origine sconosciuta. Il 16 ottobre la coalizione saudita ha intercettato un missile balistico diretto verso Yanbu, senza segnalare danni agli impianti. La successione degli attacchi conferma che la principale alternativa a Hormuz rimane esposta alla guerra, sia lungo l’oleodotto sia nel terminal di esportazione sul Mar Rosso.


Washington propone nuove rotte energetiche per ridurre la dipendenza da Hormuz

Le infrastrutture alternative a Hormuz sono diventate a loro volta obiettivi della guerra. Un’inchiesta Reuters pubblicata il 15 ottobre ha ricostruito almeno 135 attacchi con missili e droni contro 84 siti infrastrutturali in sette Paesi del Golfo, attribuiti all’Iran e alle forze alleate. Particolarmente colpita Fujairah, il principale hub petrolifero emiratino fuori dallo Stretto, dove l’agenzia ha documentato almeno 19 attacchi, alcuni diretti contro i sistemi che smistano il petrolio verso i terminali marittimi. Nonostante i danni, le importazioni di fuel oil sono aumentate da 845 mila tonnellate nel secondo trimestre a 2,6 milioni nel terzo. La ripresa dei traffici conferma l’importanza delle rotte alternative, ma anche la vulnerabilità delle infrastrutture che le rendono operative.

Washington intende sostenere questa trasformazione attraverso PACT, un fondo destinato alla ricostruzione delle infrastrutture energetiche danneggiate e allo sviluppo di nuovi corridoi di esportazione. Il progetto prevede 5 miliardi di dollari proposti dagli Stati Uniti e altrettanti richiesti a otto Paesi partner, tra cui le monarchie del Golfo, l’Iraq e la Giordania, per un investimento iniziale complessivo di 10 miliardi sotto la gestione della Development Finance Corporation. L’iniziativa resta però in fase negoziale: gli impegni finanziari non sono ancora definitivi e la realizzazione delle nuove infrastrutture dipenderà anche dalle condizioni di sicurezza nella regione.

L’Iraq utilizza già il porto siriano di Baniyas per esportare fuel oil attraverso il Mediterraneo, trasportando il prodotto su camion fino alla costa siriana. Baghdad e Damasco stanno lavorando all’estensione del collegamento anche al greggio, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da Hormuz, ma l’avvio dei nuovi convogli previsto per metà ottobre non risulta ancora confermato. Il corridoio terrestre viene utilizzato anche nella direzione opposta per importare carburanti destinati al mercato iracheno, mentre resta allo studio il ripristino di un collegamento petrolifero stabile tra i due Paesi.


Teheran riorganizza il comando e prepara la risposta a una nuova offensiva

Mojtaba Khamenei ha ridisegnato i vertici militari e della sicurezza nominando Ali Abdollahi capo di Stato maggiore delle forze armate, Ahmad Vahidi comandante dei Pasdaran e Mohsen Rezaei segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Il 18 ottobre il Parlamento ha inoltre approvato la nomina di Mehrdad Akhlaqi Ketabchi a ministro della Difesa, affidando a un veterano dell’industria missilistica e aerospaziale la ricostruzione dell’apparato produttivo militare. La riorganizzazione segue le perdite subite durante la guerra, mentre Teheran continua a rivendicare capacità offensive significative: secondo il generale Alireza Sheikh, oltre il 75% dell’arsenale missilistico e dei droni sarebbe ancora operativo, una valutazione iraniana priva di conferme indipendenti.

Il cambio ai vertici coincide con una postura militare più aggressiva. Mohsen Rezaei ha minacciato attacchi contro le infrastrutture digitali legate agli interessi americani nel Golfo, compresi data center, impianti di intelligenza artificiale e cavi sottomarini. Secondo un’inchiesta Reuters del 23 ottobre, due alti funzionari iraniani della sicurezza sostengono che Teheran abbia elaborato piani per interrompere le comunicazioni attraverso i cavi sottomarini e ostacolarne le riparazioni in caso di nuovi bombardamenti statunitensi o israeliani. Operazioni di questo tipo potrebbero compromettere servizi digitali, transazioni finanziarie e collegamenti regionali, mentre l’impatto sulla rete Internet mondiale sarebbe più limitato. I piani descritti dalle fonti non sono stati verificati indipendentemente e non risultano attacchi già eseguiti contro queste infrastrutture.


Washington accelera l’“Economic Outcast”: banche e asset dei Pasdaran nel mirino

La pressione economica sull’Iran si estende anche ai collegamenti terrestri. Il 21 ottobre l’Iraq ha chiuso il valico di Sheeb, ufficialmente per rafforzare i controlli contro il contrabbando, mentre il Pakistan ha sospeso dal 17 ottobre gli scambi commerciali attraverso Gabd-Rimdan e Taftan. Gabd-Rimdan è stato parzialmente riaperto alle esportazioni pakistane di prodotti deperibili, ma le importazioni di GPL iraniano restano ferme, con centinaia di camion bloccati e forti rincari dei combustibili. Islamabad attribuisce le restrizioni a ragioni di sicurezza e contrasto al contrabbando, senza confermare un collegamento diretto con le pressioni statunitensi. Sul fronte finanziario, la campagna Economic Outcast ha già colpito in Turchia Golden Global Yatirim Bankasi, sottoposta successivamente a misure delle autorità locali, mentre a settembre è stata revocata la licenza alla filiale di Istanbul di Bank Mellat.

La campagna americana contro le reti finanziarie iraniane si estende agli intermediari europei. Dopo le sanzioni del 15 ottobre contro 16 persone e 10 entità, tra cui istituti bancari iracheni e offshore, il 21 ottobre Washington ha colpito lo studio legale Karnakis & Karnakis, attivo in Grecia e Panama, accusandolo di aver costituito società di copertura per nascondere la proprietà di navi impiegate nel commercio iraniano. Il Tesoro ha inoltre avviato accertamenti su una banca greca e richiesto informazioni a sei altri istituti europei, senza identificarli. Le nuove misure riguardano anche operatori marittimi di Singapore ed Emirati Arabi Uniti accusati di sostenere la flotta ombra iraniana.

Il blocco americano sta riducendo drasticamente anche le disponibilità di greggio iraniano già presenti fuori dal Golfo. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal del 22 ottobre, basata sui dati Kpler, le scorte accumulate sulle petroliere nelle acque asiatiche sono scese sotto il milione di barili il 5 ottobre, fino a risultare esaurite a metà mese. Le rilevazioni di altre società indicano quantità residue differenti, ma confermano il forte ridimensionamento delle riserve utilizzate per rifornire soprattutto la Cina. Il CENTCOM sostiene che il blocco abbia impedito esportazioni iraniane per almeno 25 miliardi di dollari, una stima non verificata indipendentemente. Restano documentati alcuni trasferimenti clandestini di prodotti petroliferi, ma la possibilità di continuare a vendere il greggio già accumulato all’estero si è progressivamente ridotta, aggravando la pressione sulle entrate di Teheran.


Cresce il costo umano e militare della guerra per gli Stati Uniti

Il Pentagono ha aggiornato il bilancio delle operazioni contro l’Iran a 21 militari americani morti e 865 feriti, includendo nel conteggio anche due decessi non direttamente riconducibili ai combattimenti. Il Congressional Research Service, in un rapporto del 23 settembre, cita una stima di 45 droni MQ-9 Reaper perduti nelle operazioni contro l’Iran, basata su fonti governative riportate dalla stampa americana. L’Air Force non ha tuttavia pubblicato un bilancio ufficiale delle perdite. Sul piano finanziario, l’ultima stima CENTCOM, riferita al 3 settembre, quantifica il costo delle operazioni in 43,6 miliardi di dollari, dei quali 28,1 destinati alla ricostituzione delle munizioni consumate e 4,3 alla sostituzione degli equipaggiamenti perduti o danneggiati. La ricostruzione delle scorte di intercettori e altri armamenti ad alta domanda potrebbe richiedere diversi anni.

Il rafforzamento della presenza americana prosegue nonostante il tentativo di riaprire il negoziato con Teheran. Washington ha disposto l’invio dei gruppi navali della USS Theodore Roosevelt e della USS Makin Island, con circa 9.000-10.000 marinai e Marines, affiancando al dispositivo già schierato due ulteriori batterie Patriot destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche saudite e qatariote. Entro la fine di novembre la regione potrebbe ospitare contemporaneamente tre portaerei e due gruppi anfibi, qualora gli schieramenti esistenti venissero mantenuti. Parallelamente, per ragioni di sicurezza, gli Stati Uniti hanno ordinato la partenza del personale diplomatico non essenziale e dei familiari dall’Arabia Saudita e ridotto gli organici delle ambasciate in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Libano, dopo nuove valutazioni dell’intelligence su possibili attacchi iraniani. Il Pentagono continua a predisporre opzioni per una nuova offensiva, mentre Trump ha annunciato che non intende lanciare nuovi attacchi contro l’Iran prima delle elezioni del 3 novembre, senza sospendere il blocco navale americano.


Gli Emirati sospendono i rapporti economici con l’Iran

Gli Emirati Arabi Uniti mantengono sospesi gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran, interrompendo uno dei principali collegamenti economici di Teheran con i mercati regionali. Alle restrizioni introdotte in agosto si sono aggiunti, dal 24 settembre, il blocco dei voli operati dalle compagnie iraniane, in seguito alle sanzioni statunitensi, e il divieto imposto dalla banca centrale emiratina alle filiali locali di Bank Melli Iran di effettuare finanziamenti commerciali e trasferimenti di fondi da e verso l’Iran, dopo l’accertamento di violazioni delle norme antiriciclaggio.


Yemen e Mar Rosso, l’offensiva Houthi coinvolge l’Arabia Saudita

L’offensiva degli Houthi nello Yemen aggrava la crisi umanitaria e minaccia i collegamenti con il Mar Rosso. A Taiz, dove oltre 121mila persone sono state sfollate, l’interruzione dei rifornimenti compromette l’accesso all’acqua, al carburante e all’assistenza sanitaria. Dopo l’attacco del 19 ottobre contro le forze governative a Shabwa, che ha provocato almeno 73 morti e oltre 200 feriti secondo le autorità locali, il 24 ottobre tre missili balistici Houthi hanno colpito strutture della Guardia costiera ad Aden. Nella stessa giornata la coalizione saudita ha annunciato l’intercettazione di due missili diretti verso Yanbu e Taif, mentre gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro aeroporti, raffinerie e impianti petroliferi sauditi. Non risultano confermati danni agli obiettivi energetici rivendicati.

L’Arabia Saudita sta ampliando la rete di sostegno militare contro gli attacchi Houthi. Il 20 ottobre il Regno Unito ha annunciato l’impiego di caccia Typhoon della Royal Air Force per missioni di difesa aerea sul territorio saudita, affiancati da un aereo da trasporto e consiglieri militari. Sul fronte regionale, Pakistan e Arabia Saudita hanno completato la ratifica dell’accordo di difesa trilaterale firmato con la Turchia il 7 agosto, che prevede assistenza reciproca in caso di aggressione armata. Ankara ha trasmesso il testo al Parlamento il 20 ottobre, ma deve ancora completare la propria procedura di ratifica. Il Pakistan ha già confermato la presenza di propri militari nel regno, mentre l’Egitto ha rinviato al 26 ottobre la decisione sull’eventuale intervento a sostegno di Riad.

Gli attacchi contro le infrastrutture saudite hanno spinto Saudi Aramco a ordinare l’evacuazione della sede centrale di Dhahran, già danneggiata il 13 ottobre. Secondo sei fonti citate da Reuters, il 22 ottobre la compagnia ha disposto il lavoro da remoto per il personale, senza fornire una spiegazione ufficiale della decisione. La sera precedente un attacco all’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam aveva provocato due morti e otto feriti; le autorità saudite hanno successivamente annunciato il ripristino delle normali operazioni aeroportuali. Il 21 ottobre un drone diretto contro il giacimento petrolifero di Shaybah era stato intercettato, ma la caduta dei frammenti aveva causato la morte di due lavoratori e il ferimento di altre due persone, senza interrompere la produzione. L’intensificarsi delle minacce ha inoltre contribuito al rinvio al 2027 della Future Investment Initiative.

La prospettiva di una risposta regionale più ampia resta tuttavia condizionata dalle differenti posizioni degli alleati sauditi. Secondo fonti yemenite citate dal Guardian, Riad e Abu Dhabi starebbero negoziando una nuova collaborazione a sostegno delle forze governative, senza una conferma ufficiale dell’intesa. Sul fronte marittimo non risulta imposto un blocco generalizzato di Bab el-Mandeb, ma la pressione Houthi sulla navigazione e gli attacchi contro le infrastrutture saudite continuano a mettere a rischio anche le rotte alternative a Hormuz.

Leggi l’approfondimento: Iran-Houthi, la tenaglia sulle rotte energetiche tra Hormuz e Bab el-Mandeb


La crisi energetica arriva sui bilanci europei

Il rincaro dell’energia provocato dalle restrizioni a Hormuz ha riaperto il confronto sulle regole di bilancio europee. Italia e Grecia chiedono maggiori margini fiscali per sostenere famiglie e imprese, mentre Roma sollecita una valutazione della spesa che tenga conto dell’inflazione superiore alle previsioni e delle entrate aggiuntive generate dal caro carburanti. La Commissione esaminerà le richieste nell’ambito delle flessibilità già previste dal Patto di stabilità, ma Valdis Dombrovskis ha escluso nuove deroghe generalizzate, richiamando la necessità di salvaguardare la sostenibilità dei conti pubblici.

La ripresa delle esportazioni petrolifere non ha eliminato le conseguenze economiche della guerra. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, a fine settembre le scorte mondiali erano inferiori di 509 milioni di barili rispetto ai livelli precedenti al conflitto, mentre il rilascio delle riserve strategiche continua a sostenere l’offerta di carburanti. Il 22 ottobre il Fondo monetario internazionale ha previsto una contrazione dell’1,3% del PIL aggregato di Medio Oriente, Nord Africa e Pakistan nel 2026, attribuendola alle interruzioni nella produzione energetica, nei trasporti e negli scambi commerciali. Le prospettive sono particolarmente negative per Qatar, Kuwait, Bahrain e Iraq, mentre anche Arabia Saudita ed Emirati sono attesi in recessione. Il FMI prevede una ripresa regionale del 6,6% nel 2027, subordinata a una progressiva normalizzazione del conflitto e delle rotte commerciali. L’elevato prezzo del petrolio continua intanto a pesare sui bilanci europei, rendendo più difficile conciliare sostegni a famiglie e imprese con la tenuta dei conti pubblici.


Qatar, 24 miliardi di vendite LNG perdute e ripresa già in frenata

Il Qatar resta tra i Paesi più penalizzati dalla crisi di Hormuz. Nei primi sei mesi di guerra le esportazioni di LNG sono diminuite del 96%, passando da 509 a 18 carichi, con circa 24 miliardi di dollari di vendite perdute, secondo Reuters. Gli attacchi iraniani a Ras Laffan hanno distrutto due unità di liquefazione, riducendo la capacità produttiva di 12,8 milioni di tonnellate annue, circa il 17% del totale; QatarEnergy prevede da tre a cinque anni per il ripristino degli impianti. Dopo la parziale ripresa di settembre, Kpler stima per ottobre appena 600mila tonnellate esportate. Per diversificare le forniture, il 22 ottobre QatarEnergy ha firmato due accordi con l’americana Cheniere per acquistare fino a 4 milioni di tonnellate annue di LNG, provenienti dagli impianti di Louisiana e Texas, con consegne previste dal 2031 al 2054. I contratti rafforzano la presenza della compagnia nel mercato internazionale, ma non compensano nell’immediato la perdita di produzione nazionale.


Lo scenario: il controllo delle rotte diventa uno strumento negoziale

La capacità di condizionare il traffico attraverso Hormuz è diventata parte integrante del confronto tra Washington e Teheran. L’Iran conserva la possibilità di autorizzare o ostacolare i passaggi, mentre il blocco americano limita i collegamenti con i porti iraniani. Il commercio energetico può quindi continuare anche in assenza di un accordo, ma rimane esposto a decisioni militari e politiche capaci di modificarne rapidamente le condizioni.

Le infrastrutture alternative consentono ai produttori del Golfo di ridurre parte della propria vulnerabilità, senza eliminare i rischi trasferiti verso il Mar Rosso. Il Qatar resta particolarmente esposto, non disponendo di vie equivalenti per esportare il gas liquefatto. La stabilità dei mercati dipende ormai non soltanto dai volumi disponibili, ma anche dalla possibilità di garantire collegamenti marittimi prevedibili, una condizione che l’attuale equilibrio militare non assicura.

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