Iran, i 60 giorni della tregua per preparare la guerra: il piano dei Pasdaran

Teheran avrebbe sfruttato il memorandum con gli Stati Uniti per rafforzare missili, droni e milizie regionali. Nei piani attribuiti ai Pasdaran anche attacchi preventivi e nuove operazioni nel Golfo.

Mentre Washington aspettava un accordo, Teheran avrebbe preparato il conflitto successivo. Nei sessanta giorni del memorandum i Pasdaran avrebbero rafforzato l’apparato militare, coordinato le milizie regionali e predisposto nuove capacità offensive.

Iran, i 60 giorni della tregua per preparare la guerra: il piano dei Pasdaran
Per sessanta giorni il mondo ha aspettato un accordo. L’Iran, secondo le informazioni raccolte dall’intelligence araba, avrebbe usato quello stesso tempo per preparare la fase successiva della guerra.

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Il fallimento del memorandum tra Stati Uniti e Iran potrebbe avere una lettura molto più inquietante di quella emersa finora. I sessanta giorni concessi alla diplomazia non sarebbero stati soltanto il tempo di un negoziato finito nel nulla. Teheran li avrebbe utilizzati per prepararsi a una fase più ampia e aggressiva della guerra.

È il quadro ricostruito dal Wall Street Journal sulla base di informazioni provenienti da funzionari iraniani e arabi. Al centro c’è una strategia che assegna ai Pasdaran un ruolo ancora maggiore nel controllo dell’apparato militare, accelera la produzione di missili e droni e rafforza il coordinamento con le milizie filo-iraniane presenti soprattutto in Iraq e Yemen.

Non una preparazione difensiva in attesa di capire se il memorandum avrebbe funzionato, dunque, ma la costruzione di strumenti da utilizzare se il confronto con Washington fosse tornato a salire di livello.

I sessanta giorni che cambiano significato

La scadenza del memorandum assume così un significato diverso. Mentre Stati Uniti, Iran e mediatori discutevano delle condizioni per evitare una nuova escalation, i Guardiani della Rivoluzione avrebbero utilizzato quella stessa finestra per riposizionare uomini, armi e alleati.

Secondo le informazioni raccolte dai servizi di intelligence di alcuni Paesi arabi, nella leadership iraniana si sarebbe consolidata la convinzione che il conflitto attuale rappresenti soltanto una fase preparatoria di uno scontro molto più ampio.

L’obiettivo non sarebbe necessariamente quello di provocarlo immediatamente. Teheran vuole però costruire una capacità di risposta abbastanza vasta da rendere molto più costoso per gli Stati Uniti ripetere gli attacchi subiti dall’Iran e, allo stesso tempo, disporre di strumenti sufficienti per anticipare un’eventuale nuova offensiva.

È qui che la diplomazia e la preparazione militare smettono di essere due percorsi alternativi. Per Teheran possono procedere insieme.

I Pasdaran allargano il campo di battaglia

La strategia non si ferma ai confini iraniani.

I Pasdaran avrebbero intensificato durante i sessanta giorni i rapporti operativi con le milizie alleate, inviando consiglieri in Iraq, Yemen e Libano e predisponendo capacità utilizzabili in caso di nuova escalation.

Particolarmente importante è il Mar Rosso. Secondo la ricostruzione, i Guardiani della Rivoluzione avrebbero supervisionato il dispiegamento di missili, sistemi navali e lanciatori per droni nelle aree controllate dagli alleati e fornito agli Houthi informazioni di intelligence e indicazioni sugli obiettivi.

Tra i possibili bersagli figurerebbero porti e infrastrutture energetiche saudite.

La pressione su Hormuz trova così un possibile complemento dall’altra parte della Penisola Arabica. Se lo Stretto persiano diventa il punto nel quale Teheran può condizionare i traffici del Golfo, il Mar Rosso offre alle forze alleate la possibilità di esercitare pressione sulla seconda grande rotta energetica della regione.

Non è più soltanto una rete di alleanze. È un sistema capace, almeno nelle intenzioni, di moltiplicare contemporaneamente i fronti.

Missili, droni e attacchi preventivi

La parte più delicata riguarda però le opzioni che sarebbero allo studio per una fase successiva della guerra.

I Pasdaran avrebbero elaborato piani che comprendono anche attacchi preventivi. Tra le ipotesi indicate dalle fonti figurano operazioni contro i cavi Internet nel Golfo Persico, azioni destinate ad alimentare instabilità politica nei Paesi della regione con importanti comunità sciite e persino possibili operazioni terrestri in Kuwait.

Non significa che Teheran abbia deciso di realizzare queste opzioni. Il loro inserimento nella pianificazione militare indica però quale tipo di conflitto la leadership iraniana ritiene ormai possibile.

Ai Paesi del Golfo sarebbe arrivato anche un avvertimento più diretto: eventuali attacchi americani contro infrastrutture energetiche iraniane potrebbero essere seguiti da operazioni contro impianti analoghi nei Paesi della regione.

È una forma di deterrenza costruita non soltanto sulla possibilità di colpire gli Stati Uniti, ma sulla capacità di estendere rapidamente il costo della guerra agli alleati di Washington.

Le nomine di Khamenei ora raccontano un’altra storia

Dentro questo scenario acquistano un significato più preciso anche le recenti nomine decise dalla Guida suprema Mojtaba Khamenei.

Mohsen Rezaei, storico comandante dei Pasdaran durante la guerra Iran-Iraq, è stato collocato alla guida del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ahmad Vahidi ha assunto formalmente il comando delle Guardie Rivoluzionarie, mentre Hossein Taeb è tornato alla guida dei Basij con il compito di rafforzare il controllo e l’intelligence interna.

Letti separatamente, sono cambiamenti ai vertici dell’apparato iraniano. Letti insieme alla preparazione militare descritta dalle fonti, compongono invece una catena di comando costruita per una fase di confronto prolungato.

Il confine tra sicurezza interna e guerra esterna si restringe. I Pasdaran aumentano il peso sulle operazioni militari; i Basij rafforzano la capacità di controllo sul territorio; il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale torna nelle mani di una figura legata alla stagione più dura della Repubblica islamica.

Non sembra l’architettura di un Paese che si prepara al ritorno alla normalità.

La pace come parentesi

Il memorandum del 17 giugno è stato letto per due mesi come una fragile possibilità di uscita dalla guerra. La nuova ricostruzione suggerisce invece che almeno una parte dell’apparato iraniano non abbia mai considerato quel periodo come una vera transizione verso la pace.

I colloqui possono essere serviti a guadagnare tempo, ricostruire capacità, organizzare la rete regionale e alzare il prezzo di una nuova offensiva americana. E la scadenza dei sessanta giorni arriva proprio mentre Teheran annuncia il passaggio a una postura offensiva, gli Houthi riaprono il fronte del Mar Rosso, l’Iraq torna dentro la crisi e Hormuz diventa il centro dello scontro con Washington.

Se questa ricostruzione regge, quei sessanta giorni non sono stati una tregua mancata. Sono stati il tempo nel quale l’Iran ha preparato il conflitto che temeva — o che considerava inevitabile.

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FOTO: Frame dal video del canale ShanghaiEye/Youtube

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