Il nome di Donald Trump era stato cancellato dal marmo bianco del Kennedy Center per ordine di un giudice federale. Due mesi dopo l’amministrazione prova a riportarlo sulla stessa facciata sostenendo che, questa volta, non si tratterebbe di una rinomina.
Prima il giudice ha ordinato di cancellare il nome di Trump dal Kennedy Center. Ora quel nome potrebbe tornare sulla stessa facciata con una formula diversa, mentre l’amministrazione avverte che senza lavori l’edificio rischierebbe perfino la demolizione.
Il nome era stato rimosso a giugno. Sul marmo bianco del John F. Kennedy Center for the Performing Arts era rimasto un grande telo, conseguenza visibile di una battaglia giudiziaria che sembrava avere fissato almeno un punto fermo: il centro creato dal Congresso come memoriale del presidente assassinato nel 1963 deve portare il nome di John Fitzgerald Kennedy e soltanto il Congresso può decidere diversamente.
Donald Trump, però, potrebbe tornare sulla facciata. Non con la precedente denominazione, quella che aveva trasformato l’edificio nel “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”, ma attraverso una formula apparentemente diversa e giuridicamente molto più sottile.
Il board del Kennedy Center, composto in larga parte da persone nominate da Trump, ha approvato con 20 voti favorevoli e tre contrari una nuova iscrizione:
“The John F. Kennedy Center for the Performing Arts — Restored and Renovated by President Donald J. Trump.”
Il nome ufficiale, sostiene l’amministrazione, resterebbe quindi quello stabilito dal Congresso. Trump comparirebbe soltanto come il presidente responsabile del restauro e della ristrutturazione dell’edificio. Una distinzione sulla quale si prepara ora un nuovo confronto davanti allo stesso giudice che aveva ordinato la rimozione del suo nome.
Il precedente ordine del giudice
A maggio il giudice federale Christopher Cooper aveva accolto il ricorso della deputata democratica Joyce Beatty, componente del board del Kennedy Center per il suo ruolo al Congresso.
La decisione era stata molto netta: il centro «deve essere intitolato e deve onorare soltanto il presidente Kennedy». Il Congresso aveva scelto quel nome e, aveva stabilito Cooper, soltanto il Congresso può cambiarlo.
Trump aveva reagito annunciando l’intenzione di trasferire il controllo dell’istituzione al Congresso. Il nome aggiunto alla facciata era stato successivamente rimosso e una corte d’appello aveva respinto il tentativo dell’amministrazione di mantenerlo mentre proseguiva il ricorso.
La controversia sembrava quindi essersi spostata sui lavori di ristrutturazione del complesso. Il 13 agosto, invece, il board ha approvato una nuova soluzione.
Oltre alla scritta dedicata al restauro, l’area circostante il centro dovrebbe assumere il nome di “President Donald J. Trump Plaza”.
La difesa: «Non stiamo cambiando il nome»
La posizione dell’amministrazione è contenuta in una memoria depositata in tribunale. Secondo i legali del governo, la nuova iscrizione non violerebbe l’ingiunzione di Cooper perché la denominazione dell’istituzione continuerebbe a essere “John F. Kennedy Center for the Performing Arts”. Le parole dedicate a Trump avrebbero invece la funzione di riconoscere il ruolo svolto dal presidente nei lavori sull’edificio.
La memoria paragona questa scelta alle iscrizioni con cui musei, teatri e altre istituzioni culturali riconoscono finanziatori o protagonisti di grandi interventi strutturali.
Joyce Beatty la interpreta in modo opposto. La deputata è tornata davanti a Cooper chiedendo di bloccare la modifica prima che il nome di Trump possa ricomparire sul marmo. Il suo legale Nathaniel Zelinsky ha definito la posizione dell’amministrazione priva di fondamento giuridico.
Giovedì il tribunale federale di Washington tornerà quindi ad affrontare una questione che, almeno formalmente, sembrava già risolta.
E nella memoria compare la parola demolizione
Il passaggio più sorprendente del documento depositato dall’amministrazione non riguarda però direttamente il nome di Trump.
I legali sostengono che il Kennedy Center abbia bisogno di lavori molto estesi per essere “salvato” e descrivono un edificio destinato, senza gli interventi programmati, a deteriorarsi ulteriormente.
La tesi portata davanti al giudice arriva fino all’ipotesi estrema: se la struttura diventasse insicura e irrecuperabile, potrebbe rendersi necessario abbatterla e decidere successivamente cosa costruire al suo posto.
È un argomento che aggiunge un nuovo livello allo scontro. Cooper aveva infatti bloccato anche il progetto di chiusura biennale del Kennedy Center voluto da Trump, pur lasciando aperta la possibilità di effettuare gli interventi realmente necessari alla manutenzione e alla sicurezza dell’edificio.
L’amministrazione sostiene ora che quei lavori non siano semplicemente una scelta estetica o una ristrutturazione voluta dal presidente, ma una necessità per impedire il progressivo degrado del complesso.
Una battaglia sul nome diventata una battaglia sul potere
Il Kennedy Center fu trasformato dal Congresso in memoriale nazionale dedicato a John F. Kennedy dopo l’assassinio del presidente nel 1963. Da allora il nome dell’edificio non rappresenta soltanto un marchio culturale, ma fa parte della sua stessa funzione istituzionale.
Proprio questo elemento ha sostenuto la prima decisione di Cooper: un presidente e un consiglio di amministrazione non possono modificare unilateralmente ciò che il Congresso ha stabilito per legge.
La nuova formula scelta dal board prova a muoversi dentro quel confine senza attraversarlo formalmente. Kennedy resterebbe il nome del centro. Trump sarebbe inscritto immediatamente dopo, come presidente che lo ha “restaurato e rinnovato”.
Sarà il tribunale a stabilire se la distinzione regge davvero o se rappresenta soltanto un altro modo per ottenere ciò che la precedente sentenza aveva impedito.
Sul marmo del Kennedy Center, intanto, la battaglia che sembrava riguardare una manciata di lettere è diventata qualcosa di più: chi può decidere il nome, l’aspetto e persino il futuro materiale di uno dei monumenti culturali più simbolici di Washington.
E dietro la disputa giuridica resta una domanda molto meno astratta: fino a che punto chi finanzia un restauro può pretendere anche il diritto di lasciare il proprio nome? Perché quando il denaro comincia a trasformarsi in titolo, memoria e riconoscimento pubblico, il confine tra mecenatismo e appropriazione simbolica diventa sottile. E il rischio è che, alla fine, a decidere non sia la storia. Ma chi paga il conto.
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