Con 257 milioni di dollari già stanziati dal Congresso per ristrutturare il Kennedy Center, Donald Trump ha deciso di subordinare l’avvio dei lavori a una questione che con la manutenzione dell’edificio non ha nulla a che vedere: la possibilità di vedere il proprio nome affiancato a quello di John Fitzgerald Kennedy sul memoriale nazionale che porta il nome del presidente assassinato nel 1963. Dopo il nuovo stop imposto martedì 15 settembre dal giudice federale Christopher Cooper, Trump ha annunciato che il centro chiuderà immediatamente, ma che il cantiere resterà fermo fino alla decisione della Corte d’appello; se anche un eventuale ricorso alla Corte Suprema dovesse concludersi contro di lui, ha scritto, la ricostruzione e la ristrutturazione non avranno luogo.

Un memoriale nazionale dedicato a Kennedy, 257 milioni di dollari pubblici e una ristrutturazione che Trump ha deciso di legare alla battaglia per il proprio nome.
A impedire per la seconda volta l’operazione è stato Cooper, secondo il quale il consiglio di amministrazione non può aggiungere commemorazioni al John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts né trasformare l’area circostante nella “President Donald J. Trump Plaza” senza un intervento del Congresso. Il Kennedy Center non è una proprietà privata sulla quale il proprietario possa cambiare un’insegna: la sua funzione di memoriale nazionale deriva dalla legge e proprio quella legge, ha stabilito il giudice, impedisce al board di decidere autonomamente chi debba essere celebrato sull’edificio. L’ordinanza non vieta restauri, lavori di sicurezza o interventi strutturali e non blocca i fondi federali destinati alla riqualificazione; ferma l’aggiunta del nome di Trump.
Poco dopo la decisione del tribunale, il board presieduto dallo stesso Trump e formato in larga parte da persone da lui nominate ha votato la chiusura del centro per consentire una ristrutturazione che potrebbe durare fino a due anni. La necessità di intervenire sull’edificio viene sostenuta da tempo dalla nuova gestione e nelle ultime settimane sono emersi anche problemi materiali rilevanti, compreso il crollo parziale di un soffitto durante un temporale, mostrato pubblicamente dal segretario al Commercio Howard Lutnick per sostenere che alcune aree non possano più essere considerate sicure. Che il Kennedy Center abbia bisogno di lavori, tuttavia, non risolve il conflitto aperto dal presidente, perché Trump non ha detto che i lavori partiranno appena l’edificio sarà chiuso: ha detto che aspetterà l’esito della causa sul proprio nome.
Il rapporto tra quel riconoscimento personale e il futuro finanziario del centro compare del resto negli stessi documenti prodotti dal board. Nella bozza di una risoluzione preparata prima della riunione si sosteneva che, senza un “appropriato riconoscimento” al presidente, sarebbe diventato improbabile continuare a beneficiare della sua supervisione sulla ristrutturazione e del suo impegno nel salvataggio economico del Kennedy Center. Non era quindi soltanto l’opposizione politica ad accusare Trump di aver trasformato il proprio nome in una leva: il consiglio metteva direttamente in relazione l’omaggio al presidente con la possibilità di conservare il suo sostegno finanziario e istituzionale.
Nell’esaminare proprio questa argomentazione, Cooper ha ricordato che il Congresso ha già destinato 257 milioni di dollari alla ristrutturazione e ha contestato l’idea che la sopravvivenza del Kennedy Center dipenda necessariamente dalla presenza del nome di Trump sulla facciata. Agli atti, ha rilevato il giudice, non è stata presentata alcuna prova che dimostri come le donazioni attuali o future siano subordinate a quella denominazione. Una crisi finanziaria può richiedere nuove risorse, una ristrutturazione può rendere necessaria la chiusura e il presidente può cercare altri fondi, ma nessuno di questi elementi attribuisce al board il potere di modificare per proprio conto un memoriale istituito dal Congresso.
Intorno al Kennedy Center, nel frattempo, la crisi non riguarda più soltanto i conti o le condizioni dell’edificio. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il presidente ha sostituito gran parte del consiglio di amministrazione, ne ha assunto la presidenza e ha avviato una trasformazione della programmazione che ha provocato cancellazioni e proteste nel mondo artistico; secondo Reuters, il boicottaggio di alcuni artisti e il calo delle entrate hanno aggravato una situazione finanziaria che il board descrive ora come molto seria, fino a prospettare difficoltà nel pagamento degli stipendi e dei contratti di manutenzione. Anche la Washington National Opera e la National Symphony Orchestra hanno dovuto cercare altre sedi mentre il futuro del complesso diventava sempre più incerto.
Sulla facciata, invece, la battaglia va avanti da mesi. Nel dicembre 2025 il nome di Trump era stato aggiunto a quello di Kennedy, trasformando materialmente la denominazione dell’edificio; a maggio Cooper aveva ordinato di rimuoverlo e nel mese successivo gli operai avevano eliminato le lettere, lasciando temporaneamente la struttura coperta da ponteggi e teli. Il board aveva poi tentato una strada diversa, proponendo un’iscrizione che accreditasse Trump come il presidente responsabile del restauro e una nuova denominazione per la piazza. Anche questa soluzione è stata fermata perché, al di là delle formule scelte, avrebbe introdotto sul memoriale una commemorazione che il Congresso non ha mai autorizzato.
Una contesa che avrebbe potuto restare confinata alla denominazione di un edificio ha così finito per inglobare una ristrutturazione finanziata con denaro pubblico e ritenuta dalla stessa amministrazione urgente per ragioni economiche e di sicurezza. Trump può impugnare la decisione di Cooper e chiedere ai giudici superiori di riconoscere al board poteri più ampi, ma la scelta di aspettare quel verdetto prima di utilizzare fondi già destinati ai lavori appartiene alla decisione politica del presidente, non all’ordinanza che gli ha vietato di aggiungere il proprio nome.
Per questo la parola ricatto non nasce dalla necessità di rendere più rumoroso uno scontro sulla facciata. Il Kennedy Center può aver bisogno di essere chiuso, i lavori possono essere indispensabili e la sua situazione finanziaria può richiedere un intervento radicale; nulla di tutto questo obbliga però a far dipendere la ristrutturazione dal diritto di Donald Trump a essere commemorato sul memoriale di John Fitzgerald Kennedy. È Trump ad aver sovrapposto le due questioni, mettendo davanti ai giudici una condizione che pesa su un’istituzione nazionale: se il suo nome sarà autorizzato, il progetto potrà andare avanti; se la risposta definitiva sarà negativa, quei 257 milioni e la ristrutturazione che dovrebbero finanziare potrebbero restare fermi.
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