Le delegazioni che hanno lasciato l’aula mentre Benjamin Netanyahu prendeva la parola hanno offerto una fotografia immediata della distanza tra il premier e una parte crescente della comunità internazionale. A un mese dal voto, però, quelle sedie vuote parlano anche agli elettori israeliani e possono alimentare la narrazione del leader assediato che continua a difendere il Paese contro un mondo ostile.
Il walkout dell’Onu misura l’isolamento diplomatico di Netanyahu, ma nella campagna elettorale israeliana può diventare anche la prova visiva del messaggio che il premier costruisce da anni: Israele è solo perché nessun altro è disposto a combattere le sue battaglie.
Quando Benjamin Netanyahu è salito sul podio delle Nazioni Unite, decine di delegati hanno lasciato l’aula e il premier li ha definiti «codardi morali», mentre dalle tribune arrivavano anche manifestazioni di sostegno. La protesta ha condensato in pochi minuti il crescente isolamento diplomatico prodotto dalla guerra a Gaza, dalla politica israeliana in Cisgiordania e dallo scontro con governi che fino a pochi anni fa appartenevano al fronte degli alleati più affidabili, ma il discorso pronunciato a New York aveva anche un destinatario molto più vicino: gli israeliani chiamati al voto il prossimo 27 ottobre.
L’intervento aveva tutti i tratti di un discorso pensato anche per la campagna elettorale interna, tanto che è stato trasmesso in prima serata dalle quattro principali televisioni israeliane e costruito attorno all’immagine di Netanyahu come garante della sicurezza nazionale, chiamato a difendere Israele su più fronti contemporaneamente. Prima del suo arrivo a New York, il governo aveva inoltre finanziato circa 500 cartelloni e decine di camion con messaggi favorevoli a Israele e contrari all’Iran distribuiti per Manhattan, una macchina comunicativa che mostra quanto la visita fosse concepita non soltanto per la platea internazionale, ma anche per produrre immagini e messaggi destinati a rientrare immediatamente nel confronto politico israeliano.
L’isolamento internazionale è diventato difficile da nascondere
Il walkout dell’Assemblea generale non è naturalmente un voto formale contro Israele e non rappresenta l’intera comunità internazionale, ma si inserisce in una sequenza di segnali che rende sempre più difficile descrivere le tensioni diplomatiche come una semplice ostilità delle istituzioni delle Nazioni Unite. All’inizio di settembre anche Gran Bretagna, Francia e Canada, Paesi tradizionalmente vicini a Israele, hanno annunciato sanzioni contro gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, mentre Netanyahu ha risposto accusando i loro leader di avere ceduto alle pressioni delle piazze ostili a Israele.
A rendere ancora più evidente la fase delicata dei rapporti internazionali è stata la stessa visita americana del premier, durata meno di otto ore e priva di un incontro programmato con Donald Trump. Netanyahu avrebbe avuto colloqui con nove leader stranieri, soprattutto dell’America Latina, ma nessun appuntamento ufficiale con esponenti dell’amministrazione statunitense, una circostanza che l’ex ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren ha definito un colpo politico in vista delle elezioni, ricordando di non avere memoria di un primo ministro israeliano arrivato negli Stati Uniti senza incontrare il presidente.
Il rapporto tra Washington e Gerusalemme resta fondamentale e Netanyahu ha dedicato nel suo discorso parole molto forti di elogio a Trump, definendolo il principale partner di Israele. I due governi hanno combattuto insieme contro l’Iran e gli Stati Uniti continuano a rappresentare l’alleato strategico decisivo dello Stato israeliano, ma negli ultimi mesi sono emerse divergenze sulla gestione della guerra con Teheran e sulla ricerca americana di una via negoziale, mentre anche nell’opinione pubblica statunitense il sostegno a Israele si è indebolito, soprattutto tra gli elettori democratici. Netanyahu conserva alleati decisivi, ma lo spazio diplomatico attorno al suo governo si è ristretto e rapporti che fino a pochi anni fa sembravano acquisiti oggi sono diventati molto più fragili.
All’estero perde spazio, in patria può guadagnare un argomento
Il paradosso della posizione di Netanyahu nasce proprio da questa distanza tra il piano internazionale e quello interno, perché ciò che all’estero appare come una perdita di legittimazione può essere trasformato, nel racconto rivolto agli elettori, nella conferma che Israele sia costretto a difendersi anche contro una comunità internazionale pronta a giudicarlo secondo criteri diversi da quelli applicati ai suoi nemici.
Nel discorso all’Onu il premier ha insistito su questo schema, contrapponendo le accuse rivolte a Israele alla propria rappresentazione delle guerre combattute contro Hamas, Hezbollah e Iran e presentandosi come il leader disposto a sostenere quella linea anche davanti a un’assemblea ostile. Le delegazioni che abbandonano la sala diventano così, oltre che una contestazione, una parte della scenografia politica che Netanyahu può utilizzare per rafforzare il messaggio rivolto alla propria base: non un governo respinto perché isolato, ma un Paese lasciato solo mentre combatte battaglie che il premier considera decisive per la propria sopravvivenza.
È una strategia che si misura con un elettorato profondamente diviso, ancora segnato dal trauma del 7 ottobre 2023, dalle guerre successive e dalle polemiche sulle responsabilità politiche per il fallimento della sicurezza israeliana. Netanyahu arriva quindi al voto del 27 ottobre con un’immagine più vulnerabile rispetto alle precedenti campagne e con una coalizione nazionalista e religiosa che per mesi ha inseguito nei sondaggi, trasformando queste elezioni in una delle prove più delicate della sua lunga carriera politica.
I sondaggi mostrano una partita ancora aperta
I numeri elettorali impediscono di tradurre automaticamente l’isolamento internazionale in un declino politico irreversibile. Le rilevazioni disponibili fino al 22 settembre attribuivano al partito centrista Yashar di Gadi Eisenkot un vantaggio di circa due punti sul Likud e stimavano 64 seggi per il fronte contrario a Netanyahu contro 49 per quello favorevole al premier, ma un sondaggio pubblicato appena due giorni dopo restituiva un quadro molto più equilibrato, con i due blocchi appaiati a 53 seggi.
La distanza crescente tra Netanyahu e una parte della comunità internazionale non coincide quindi con un crollo del consenso interno, mentre l’aritmetica della Knesset rende ancora più incerto l’esito finale. Per governare servono almeno 61 seggi e il fronte contrario al premier resta diviso tra centro, destra e sinistra, con i partiti arabi che potrebbero diventare decisivi almeno come sostegno esterno senza essere necessariamente accolti in una futura coalizione.
L’avversario più pericoloso arriva dalla sicurezza
Il principale problema politico del premier non è quindi soltanto l’opposizione internazionale, ma la presenza di concorrenti capaci di sfidarlo proprio sul terreno sul quale per decenni ha costruito la propria forza. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore che ha perso un figlio durante la guerra a Gaza, guida Yashar con un messaggio centrato sulla sicurezza, sull’integrità delle istituzioni e sulla necessità di ricomporre una società lacerata, mentre la sua biografia militare rende più difficile per Netanyahu presentare l’alternativa come una scelta di debolezza nei confronti dei nemici di Israele.
La vulnerabilità del premier deriva inoltre dal fatto che il 7 ottobre ha incrinato proprio l’immagine del garante assoluto della sicurezza nazionale, mentre le successive guerre hanno prodotto successi militari senza cancellare le accuse sulla gestione politica delle crisi. A questo si aggiungono le tensioni sull’esenzione dal servizio militare degli ultraortodossi, concessione importante per mantenere compatto il blocco religioso che sostiene il governo ma capace di alienare una parte dell’elettorato tradizionalmente vicino alla destra.
Netanyahu resta tuttavia il politico israeliano che più volte ha dimostrato di saper sopravvivere a scenari considerati compromessi, avendo guidato il Likud in undici elezioni dal 1996 e conquistato la premiership in sei occasioni; proprio questa capacità di trasformare situazioni apparentemente sfavorevoli in nuove occasioni politiche impedisce di considerare il voto già deciso.

Le sedie vuote dicono molto sull’estero, meno sul voto israeliano
La fotografia dell’Assemblea generale resta politicamente potente perché mostra quanto sia cresciuto il costo diplomatico delle scelte del governo israeliano, mentre l’assenza di un incontro con Trump durante una visita americana così breve aggiunge un altro segnale della difficoltà del momento. Il voto del 27 ottobre, tuttavia, si giocherà soprattutto sulla sicurezza, sulle responsabilità per il 7 ottobre, sul rapporto con gli ultraortodossi e sulla capacità dell’opposizione di presentarsi come un’alternativa credibile.
Il giorno dopo il walkout dell’Onu, il punto non è quindi soltanto che decine di delegazioni abbiano scelto di lasciare l’aula, ma il doppio significato politico di quella scena: all’estero fotografa un premier sempre più isolato, mentre in patria può ancora rafforzare il racconto del leader che affronta da solo una platea ostile per difendere il Paese; sarà il voto di ottobre a dire quale delle due letture finirà per prevalere.
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