Il Comitato norvegese premia una carriera dedicata al diritto internazionale, dall’apartheid ai grandi tribunali internazionali. Ma a Gerusalemme la scelta viene letta attraverso Gaza e irrompe in una campagna elettorale già dominata dalla guerra, dalla sicurezza e dalle responsabilità politiche del governo Netanyahu.
Il Comitato Nobel precisa di non pronunciarsi sul genocidio a Gaza, ma il premio va alla giurista che presiedette la Commissione Onu arrivata proprio a quella conclusione: una scelta destinata a pesare molto oltre la cerimonia di Oslo.
Il Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay ha impiegato poche ore per trasformarsi da riconoscimento internazionale a nuovo terreno di scontro politico in Israele. La giurista sudafricana, premiata per una carriera dedicata alla difesa dei diritti umani e al rafforzamento del diritto internazionale, ha presieduto fino a tempi recenti la Commissione indipendente delle Nazioni Unite che nel settembre 2025 concluse che nella Striscia di Gaza erano stati commessi atti di genocidio. Una valutazione che Israele ha sempre respinto e che oggi torna al centro del confronto proprio mentre il Paese entra nelle ultime settimane della campagna elettorale.
L’annuncio, infatti, ha assunto immediatamente un significato politico particolare in Israele che ha sempre contestato quelle conclusioni. Pillay che fino al 2025 aveva presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, nel settembre dello scorso anno, aveva concluso che nella Striscia di Gaza erano stati commessi atti di genocidio e attribuendo la responsabilità alle autorità israeliane.
La motivazione ufficiale del Premio celebra il contributo di Pillay alla costruzione di un sistema nel quale anche Stati e leader possano essere chiamati a rispondere delle violazioni più gravi. Il Comitato norvegese sottolinea il suo ruolo nel rafforzamento delle istituzioni internazionali proprio mentre tribunali, giudici e organismi multilaterali sono sottoposti a crescenti pressioni politiche.
Israele attacca il Nobel: «Una strumentalizzazione grottesca»
La risposta del ministero degli Esteri israeliano è arrivata poche ore dopo l’annuncio ed è stata durissima. Il premio a Pillay è stato definito una «grottesca strumentalizzazione» del Nobel per legittimare ostilità e pregiudizi contro Israele. Il ministero ha accusato la giurista di avere partecipato a una demonizzazione politicamente motivata del Paese e ha contestato ancora una volta la conclusione della Commissione sul genocidio.
La dichiarazione israeliana è arrivata fino a evocare Joseph Goebbels per descrivere quella che Gerusalemme considera una legittimazione internazionale di accuse false contro lo Stato ebraico. Un linguaggio che restituisce la profondità dello scontro aperto dal riconoscimento e che sposta rapidamente il Nobel dal terreno simbolico a quello politico.
Il Comitato norvegese ha però precisato che l’assegnazione del premio non rappresenta una propria decisione sulla qualificazione giuridica di quanto avvenuto a Gaza. Il presidente Jørgen Watne Frydnes ha ricordato che quella conclusione appartiene alla Commissione presieduta da Pillay e che a pronunciarsi definitivamente sulla questione spetta alla Corte internazionale di giustizia.
La distinzione giuridica non basta tuttavia a neutralizzare il significato politico della scelta. Il Nobel viene assegnato alla figura che più di ogni altra ha legato il proprio nome, nell’ultima fase della sua carriera, a una delle accuse più gravi rivolte a Israele durante la guerra di Gaza.
Il premio entra nella campagna elettorale israeliana
L’annuncio arriva mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre, le prime politiche dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la lunga guerra che ne è seguita. La sicurezza, Gaza, il rapporto con gli Stati Uniti e la crescente pressione delle istituzioni internazionali sono già al centro dello scontro elettorale.
Benjamin Netanyahu sta impostando ancora una volta una parte importante della propria campagna sulla rappresentazione di Israele come Paese minacciato dall’esterno e sulla propria capacità di resistere alle pressioni internazionali. Allo stesso tempo, il premier deve confrontarsi con le accuse interne sulla mancata prevenzione del 7 ottobre, con la richiesta di accertare le responsabilità politiche e militari e con sondaggi che indicano per il Likud una perdita significativa di consensi rispetto alle precedenti elezioni.
In questo contesto, il Nobel a Pillay offre al governo un nuovo argomento per denunciare quella che considera una delegittimazione internazionale di Israele, mentre per i suoi oppositori riporta al centro il costo diplomatico della guerra e il progressivo isolamento del Paese su una parte della scena internazionale.
Il premio arriva infatti mentre in Israele si riapre con particolare violenza il confronto sulle responsabilità del 7 ottobre. Gadi Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione chiedono una Commissione statale d’inchiesta indipendente e, dopo le accuse dell’ex segretario militare Avi Gil sulla possibile alterazione di documenti e verbali nell’ufficio del premier, sono arrivate anche richieste di un’indagine penale. Avigdor Liberman ha parlato apertamente di possibili ipotesi di tradimento e cospirazione. A meno di tre settimane dalle elezioni, la discussione non riguarda quindi soltanto chi governerà Israele, ma anche chi dovrà rispondere delle decisioni e delle omissioni che hanno preceduto e seguito il 7 ottobre.
Pillay: «A Gaza abbiamo interpretato la legge»
Pillay ha ricevuto la notizia mentre si trovava a Norimberga per un incontro sul diritto internazionale. Tra gli applausi ha scherzato su Donald Trump, che nei giorni precedenti aveva nuovamente rivendicato di meritare il Nobel per la Pace: «Se applaudite un po’ più forte, potrei condividerlo con Trump».
Poi il riferimento è tornato immediatamente a Gaza, Pillay ha ricordato il rapporto della Commissione Onu e ha respinto l’idea che la conclusione raggiunta richiedesse un particolare atto di coraggio, sostenendo che il compito degli investigatori fosse applicare il diritto ai fatti raccolti e arrivare a una valutazione indipendente.
Il rapporto pubblicato nel settembre 2025 aveva concluso che Israele fosse responsabile di atti riconducibili al genocidio nella Striscia e aveva chiamato in causa anche le autorità politiche ai più alti livelli. Israele respinse le accuse come infondate e politicamente motivate, una posizione che il governo ha ribadito dopo l’assegnazione del Nobel.
Dall’apartheid ai tribunali internazionali
Nata a Durban nel 1941 in una famiglia di origine tamil-indiana, Navi Pillay iniziò la carriera di avvocata durante l’apartheid, difendendo oppositori del regime e persone colpite dalla discriminazione razziale. Nel 1995 divenne la prima donna non bianca nominata all’Alta Corte sudafricana.
Entrò successivamente nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, dove contribuì a passaggi fondamentali della giurisprudenza internazionale, compreso il riconoscimento della violenza sessuale come possibile crimine contro l’umanità e atto di genocidio. Fu poi giudice della Corte penale internazionale e, dal 2008 al 2014, Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Oggi Pillay opera come giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento promosso dal Gambia contro il Myanmar per le accuse di genocidio contro la minoranza Rohingya. Non è quindi, come riportato in alcune prime ricostruzioni, un’attuale giudice della Corte penale internazionale.
Il Comitato norvegese ha scelto di leggere questa lunga carriera come parte di una battaglia più ampia per la sopravvivenza stessa del diritto internazionale in una fase nella quale la forza militare e politica tende sempre più spesso a prevalere sulle istituzioni costruite per limitarla.
Il Nobel a Pillay, insomma, non chiude solo una carriera: certifica quanto il diritto internazionale sia diventato esso stesso un campo di battaglia.
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FOTO: International Nuremberg Principles Academy / video
