Quando i muscoli perdono velocità prima della forza: cos’è la powerpenia
Un uomo anziano durante un esercizio di squat. La potenza muscolare degli arti inferiori è uno degli aspetti più studiati per valutare autonomia, mobilità e rischio di fragilità con l’avanzare dell’età.

INVECCHIAMENTO

Quando i muscoli perdono velocità prima della forza: cos’è la powerpenia

La capacità di sviluppare forza rapidamente può diminuire prima che il muscolo appaia debole. La ricerca studia questo declino come possibile indicatore dell’invecchiamento funzionale.

Alzarsi da una sedia, reagire a un inciampo o salire rapidamente un gradino richiede qualcosa di diverso dalla sola forza: serve potenza muscolare. Con l’età questa capacità tende a ridursi più rapidamente e può incidere sull’autonomia molto prima di quanto suggerisca la sola massa muscolare.

La parola “powerpenia” è recente, ma porta l’attenzione su una capacità che può deteriorarsi prima della forza: generare abbastanza energia muscolare nel momento in cui il corpo ne ha bisogno.

Per molti anni l’invecchiamento muscolare è stato raccontato soprattutto attraverso la perdita di massa e, successivamente, attraverso quella della forza. La ricerca sta però dedicando crescente attenzione a un terzo elemento, meno intuitivo ma decisivo nella vita quotidiana: la capacità di sviluppare forza rapidamente, necessaria quando bisogna alzarsi, accelerare il passo, recuperare l’equilibrio oppure reagire a un movimento improvviso.

Nel linguaggio della fisiologia questa capacità è la potenza muscolare, il risultato dell’interazione tra la forza prodotta e la velocità con cui viene generata. Gli studi sull’invecchiamento neuromuscolare indicano da tempo che la potenza tende a diminuire prima e più rapidamente della forza massimale, anche se l’entità del declino varia con età, sesso, condizioni fisiche e caratteristiche individuali. Proprio questa diversa traiettoria ha spinto un gruppo di ricercatori a proporre nel 2024 il termine “powerpenia”, destinato a identificare specificamente la perdita di potenza muscolare legata all’età, alla malattia o all’inattività.

Powerpenia, sarcopenia e dinapenia non indicano la stessa cosa

La distinzione non è soltanto terminologica. La sarcopenia riguarda il deterioramento della salute muscolare e nelle definizioni cliniche contemporanee considera soprattutto forza, quantità o qualità muscolare e prestazione fisica; la dinapenia è utilizzata per descrivere la perdita di forza, mentre la powerpenia concentra l’attenzione sulla rapidità con cui quella forza può essere espressa.

Una persona può quindi conservare una discreta forza massimale e trovarsi comunque in difficoltà quando deve produrla in pochi istanti. È una differenza che diventa evidente nelle azioni quotidiane, perché evitare una caduta non richiede soltanto la capacità teorica di esercitare molta forza: muscoli e sistema nervoso devono attivarsi abbastanza velocemente da correggere il movimento prima che l’equilibrio venga perso.

Gli studi che hanno preceduto l’introduzione del termine powerpenia avevano già indicato la potenza degli arti inferiori come un parametro particolarmente legato alla funzione fisica negli anziani. Una revisione della letteratura pubblicata su Sports Medicine – Open ha poi proposto esplicitamente di considerarla un biomarcatore dell’invecchiamento sano, sottolineando però che il metodo con cui identificare e classificare la powerpenia deve ancora essere stabilito.

Alzarsi da una sedia può raccontare qualcosa che la massa muscolare non mostra

È proprio sul terreno della valutazione che serve maggiore cautela. Nell’intervista ad Adnkronos Salute, il fisiatra Andrea Bernetti richiama test utilizzati abitualmente per osservare la funzionalità motoria, come il Five Times Sit-to-Stand, la velocità del cammino e il Timed Up and Go, tutti capaci di fornire informazioni sulla rapidità e sull’efficienza con cui una persona esegue movimenti importanti per l’autonomia.

Questi test hanno un valore clinico consolidato nella valutazione della funzione fisica e della fragilità, ma non esiste ancora una soglia universale attraverso la quale diagnosticare la “powerpenia” come si farebbe con una condizione dotata di criteri condivisi. Gli stessi ricercatori che hanno introdotto il termine spiegano che la scelta del test dovrebbe dipendere dall’età, dal livello funzionale e dalle limitazioni individuali e indicano proprio la definizione di un algoritmo operativo tra i problemi ancora aperti.

Il punto, quindi, non è trasformare il tempo impiegato per alzarsi cinque volte da una sedia in un’autodiagnosi, ma osservare quanto rapidamente una persona riesca ancora a trasformare la propria forza in movimento. La perdita di velocità può aggiungere informazioni che una semplice misurazione della massa muscolare non è in grado di fornire e contribuisce a spiegare perché due persone con quantità di muscolo apparentemente simili possano avere capacità funzionali molto diverse.

Perché la potenza conta quando aumenta il rischio di caduta

Con l’età, una parte rilevante dell’autonomia dipende dalla capacità di rispondere rapidamente a situazioni impreviste. Un piede che incontra un ostacolo, un gradino affrontato male o una perdita momentanea dell’equilibrio richiedono una reazione neuromuscolare veloce, nella quale la capacità di sviluppare forza in tempi brevi diventa più importante della forza massima che sarebbe possibile esprimere in condizioni controllate.

La relazione tra potenza muscolare, mobilità e rischio di cadute è uno dei motivi per cui questo parametro interessa sempre più la geriatria e la riabilitazione. Le revisioni disponibili indicano che la potenza è strettamente associata alla funzione fisica e che il suo declino è generalmente più rapido rispetto a quello della forza, anche se tradurre queste associazioni in soglie diagnostiche utilizzabili per ogni persona richiede ancora ricerca.

L’allenamento può recuperare una parte della capacità perduta

Gli studi sull’allenamento di potenza negli anziani indicano che intervenire è possibile, soprattutto attraverso esercizi nei quali la fase di spinta viene eseguita rapidamente e il ritorno resta controllato, con effetti favorevoli sulla produzione di potenza e su alcune misure della funzione fisica. Una meta-analisi di 15 studi randomizzati ha rilevato vantaggi rispetto al tradizionale allenamento di forza su diversi indicatori, mentre un’altra revisione ha osservato miglioramenti più contenuti e una bassa certezza complessiva delle prove: i risultati sono quindi promettenti, ma non abbastanza uniformi da garantire lo stesso beneficio a tutti.

Per questo parlare di powerpenia come di una condizione semplicemente “reversibile” rischia di semplificare eccessivamente un processo nel quale intervengono età, inattività, malattie, farmaci, stato nutrizionale e condizioni neurologiche o muscoloscheletriche. L’esercizio può migliorare la potenza anche in età avanzata, ma intensità, carichi e velocità devono essere adattati alla persona, soprattutto in presenza di fragilità o patologie.

La ricerca sta spostando così l’attenzione da quanto muscolo rimane a che cosa quel muscolo riesce ancora a fare e con quale rapidità. La powerpenia non è ancora una diagnosi clinica definita da criteri universali, ma il concetto mette a fuoco un aspetto dell’invecchiamento che massa e forza, considerate da sole, possono non cogliere: l’autonomia dipende anche dalla possibilità di reagire in tempo, non soltanto dalla capacità di essere forti.

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