Una foto per Mosca: dai social ai videogiochi, così cambierebbe il reclutamento russo
Una fotografia scattata con uno smartphone. Secondo l’intelligence danese, immagini apparentemente comuni di aziende e infrastrutture possono essere richieste nell’ambito di attività di ricognizione.

GUERRA IBRIDA

Una foto per Mosca: dai social ai videogiochi, così cambierebbe il reclutamento russo

L’intelligence danese denuncia contatti online per ottenere informazioni su aziende e infrastrutture. Dieci anni fa negli Stati Uniti operatori russi riuscirono già a portare cittadini inconsapevoli dalle piattaforme digitali alle attività nel mondo reale.

Una fotografia, un indirizzo, una richiesta ricevuta online. Il PET danese sostiene che i servizi russi stiano cercando cittadini comuni sui social e perfino negli ambienti di gaming per raccogliere informazioni utilizzabili nella preparazione di sabotaggi. Un metodo che, con obiettivi diversi, ricorda tecniche emerse nelle indagini americane sulle interferenze nelle elezioni del 2016.

Dai falsi attivisti delle elezioni Usa del 2016 alle richieste di fotografie sulle piattaforme di gaming: l’intelligence danese vede nel reclutamento online una nuova porta d’ingresso della guerra ibrida russa.

Una fotografia scattata davanti a un’azienda può non significare nulla per chi la fa. Un ingresso, una recinzione, un edificio industriale o una strada di accesso diventano però informazioni molto diverse quando qualcuno le raccoglie insieme e sa esattamente che cosa cercare.

È su questo terreno che il servizio di sicurezza e intelligence danese, il PET, dice di avere individuato una nuova manifestazione della pressione russa in Europa: tentativi di reclutare cittadini comuni attraverso social network e piattaforme di gaming, affidando loro incarichi apparentemente circoscritti come fotografare aziende o infrastrutture. L’attenzione degli investigatori riguarda soprattutto il settore della difesa e le imprese coinvolte nel sostegno all’Ucraina. Mosca respinge le accuse e sostiene che Copenaghen non abbia presentato prove concrete.

Il reclutamento può cominciare da un incarico banale

Emil Gresholm, responsabile del controspionaggio del PET, ha descritto un sistema nel quale il primo contatto non richiede necessariamente incontri clandestini o intermediari riconoscibili come appartenenti a un apparato statale. Una conversazione può nascere negli stessi spazi digitali frequentati quotidianamente da milioni di persone e trasformarsi successivamente nella richiesta di raccogliere materiale sul territorio.

Una fotografia isolata può sembrare priva di valore. Inserita insieme ad altre immagini, orari, percorsi e osservazioni, può invece contribuire a una ricognizione. Il problema individuato dall’intelligence danese riguarda anche il grado di consapevolezza di chi accetta l’incarico: secondo il PET, un cittadino può cooperare sapendo con chi ha a che fare oppure senza comprendere pienamente quale struttura utilizzerà le informazioni raccolte e per quale finalità.

Il risultato è un modello nel quale la distanza tra chi commissiona un’attività e chi la esegue può diventare molto ampia. Non occorre che ogni persona coinvolta conosca il progetto complessivo; è sufficiente distribuire pezzi differenti della ricognizione tra soggetti che possono perfino ignorarsi reciprocamente.

Il precedente americano: quando il reclutamento uscì dai social

Il precedente più documentato risale alle presidenziali americane del 2016, ma la sua importanza si comprese pienamente soltanto dopo il voto. Il 9 dicembre Barack Obama ordinò alla comunità d’intelligence statunitense una revisione completa delle attività russe condotte durante il ciclo elettorale. Prima ancora che il rapporto fosse reso pubblico, il 29 dicembre la Casa Bianca passò alle contromisure: sanzioni contro i servizi d’intelligence russi GRU e FSB e alcuni loro esponenti, espulsione di 35 funzionari russi e chiusura di due compound utilizzati, secondo Washington, per attività d’intelligence. Obama spiegò che la risposta arrivava dopo ripetuti avvertimenti a Mosca e che altre iniziative, anche non pubbliche, avrebbero potuto seguire.

Il 6 gennaio 2017 arrivò la valutazione declassificata di CIA, FBI e NSA. Le tre agenzie conclusero con «alta fiducia» che Vladimir Putin aveva ordinato una campagna destinata a interferire nelle elezioni americane, indebolire la fiducia nel processo democratico e danneggiare Hillary Clinton. L’intelligence non stabilì che quelle operazioni avessero modificato il risultato del voto e precisò che i sistemi compromessi non erano quelli utilizzati per il conteggio delle schede.

Negli anni successivi le indagini mostrarono però un particolare che oggi rende il caso americano sorprendentemente vicino all’allarme lanciato dalla Danimarca. L’Internet Research Agency, organizzazione russa al centro delle operazioni sui social, non si limitava a produrre propaganda attraverso falsi profili. I suoi operatori si presentavano come attivisti americani, costruivano pagine e gruppi apparentemente locali e da quelle identità entravano in contatto con persone vere negli Stati Uniti. Alcune vennero persino pagate per partecipare ad attività politiche o svolgere incarichi legati a manifestazioni, senza sapere che dietro quelle richieste vi fossero operatori russi. L’atto d’accusa del procuratore speciale Robert Mueller precisò successivamente che non risultavano cittadini americani consapevolmente partecipi dell’operazione illegale.

In alcuni casi la distanza tra la manipolazione digitale e il mondo fisico si ridusse quasi completamente. Operatori nascosti dietro false identità organizzarono manifestazioni negli Stati Uniti, comprarono pubblicità per promuoverle e reclutarono americani perché svolgessero compiti concreti. In Florida arrivarono a pagare una persona perché costruisse una gabbia su un camion e un’altra perché impersonasse Hillary Clinton in uniforme carceraria durante una manifestazione. Dopo le elezioni, la stessa struttura contribuì a organizzare contemporaneamente proteste a favore e contro Trump, alimentando fronti opposti della stessa frattura politica.

Il rapporto bipartisan della Commissione Intelligence del Senato avrebbe poi ricostruito il metodo su scala più ampia: americani inconsapevoli venivano coinvolti attraverso i social e convinti a firmare petizioni, fornire informazioni personali, organizzare attività o aiutare nella promozione di eventi. Il digitale non serviva quindi soltanto a diffondere un messaggio; poteva diventare lo strumento attraverso il quale un apparato straniero induceva persone reali a compiere azioni nel mondo reale senza rivelare chi stesse impartendo l’incarico.

Quello che oggi denuncia il PET danese appartiene a uno scenario molto diverso. Negli Stati Uniti l’obiettivo documentato era politico e sociale: polarizzare l’opinione pubblica, alimentare conflitti già esistenti e interferire nella campagna elettorale. In Danimarca si parla invece di fotografie e informazioni su aziende e infrastrutture che potrebbero entrare nella preparazione di sabotaggi. È cambiato il possibile obiettivo, non necessariamente la logica del reclutamento: contatto online, identità del committente nascosta, incarichi limitati e persone che possono conoscere soltanto il frammento di operazione affidato loro.

Dall’influenza politica alla ricognizione fisica

Dieci anni separano i due scenari e in mezzo ci sono una guerra su larga scala in Ucraina, l’aumento della produzione militare europea e un confronto sempre più duro tra Mosca e i Paesi Nato. Per l’intelligence danese alcune aziende del Paese sarebbero già state oggetto di attività preparatorie russe. Il PET non ha diffuso i nomi delle imprese coinvolte né dettagli sui singoli casi, ma parla di tentativi concreti di reclutamento e di informazioni raccolte in vista di possibili sabotaggi contro il comparto europeo della difesa.

La Russia respinge l’intera ricostruzione. L’ambasciatore Vladimir Barbin accusa le autorità danesi di formulare contestazioni senza rendere pubbliche prove concrete e collega l’inasprimento dei rapporti al crescente sostegno militare di Copenaghen all’Ucraina.

Ricostruire operazioni di questo tipo è complicato anche dalla struttura che il PET attribuisce al reclutamento: chi svolge un incarico sul terreno può conoscere soltanto una parte dell’operazione, mentre il committente resta distante e schermato da intermediari o identità digitali.

Lipsia, dove Berlino indica direttamente Mosca

L’allarme danese arriva mentre la Germania ha compiuto un passo molto più netto: Berlino ha attribuito alla Russia il tentato attacco con un drone carico di esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle, importante scalo cargo e nodo logistico utilizzato anche da grandi velivoli ucraini. Secondo il governo tedesco, gli elementi raccolti dai servizi conducono ad apparati statali russi; Mosca definisce l’accusa falsa e provocatoria.

Non tutti gli episodi aperti in Germania hanno però raggiunto lo stesso livello di attribuzione. A Monaco due cittadini bulgari sono stati arrestati per il lancio di dispositivi incendiari contro un cantiere presso la sede di Rohde & Schwarz, azienda attiva anche nei sistemi radar e anti-drone. Gli investigatori stanno ancora cercando di stabilire se dietro l’azione vi siano mandanti stranieri.

Il vantaggio di non avere bisogno di una spia

La ricostruzione danese porta il problema ancora più vicino alla quotidianità. Se per raccogliere informazioni non serve inviare un agente addestrato, ma può bastare convincere qualcuno a fotografare un edificio o osservare un accesso, la superficie esposta diventa enormemente più grande.

Il precedente americano del 2016 dimostra che un’identità costruita online può già essere sufficiente per persuadere persone reali a compiere azioni fuori dalla rete. Oggi, secondo il PET, quello stesso principio di intermediazione potrebbe trovare un impiego molto più duro: non mobilitare un corteo o amplificare una divisione politica, ma acquisire frammenti di informazione utili a chi prepara un sabotaggio.

Il cambiamento non riguarda quindi soltanto gli strumenti della guerra ibrida. Riguarda chi può finirci dentro. Non più soltanto hacker, agenti, diplomatici o militanti organizzati, ma persone avvicinate in luoghi digitali ordinari, alle quali viene mostrato soltanto il piccolo compito che devono eseguire.

Una fotografia resta una fotografia. Ciò che il cittadino può non vedere è la mappa nella quale qualcuno, a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, ha già deciso di inserirla.

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