IL COSTO NASCOSTO DELLA GUERRA

L’America ha quasi finito i missili di precisione: l’Iran apre un vuoto davanti a Cina e Russia

Donald Trump continua a minacciare nuovi attacchi contro Teheran. Dietro la forza esibita emerge però un limite strategico: la guerra ha prosciugato proprio gli arsenali che Washington considera essenziali per colpire da lontano e scoraggiare le altre potenze.

Dopo cinque mesi di guerra, gli Stati Uniti hanno consumato quasi tutti gli ATACMS e i PrSM e poco meno della metà dei Tomahawk. La Casa Bianca minimizza, ma il vero problema è ciò che resta per la prossima crisi

L’America ha quasi finito i missili di precisione: l’Iran apre un vuoto davanti a Cina e Russia
Gli Stati Uniti hanno quasi esaurito i missili di precisione usati contro l’Iran. Il problema ora è ciò che resta per fermare Cina e Russia.

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La guerra contro l’Iran doveva essere breve. Cinque mesi dopo, non ha soltanto allargato il conflitto in Medio Oriente e paralizzato parte del traffico nello Stretto di Hormuz. Ha consumato quasi interamente alcune delle armi più importanti dell’arsenale americano.

Secondo tre fonti informate sui dati militari citate da Reuters, l’esercito degli Stati Uniti avrebbe utilizzato «praticamente tutti» i missili ATACMS e Precision Strike Missile disponibili. Washington avrebbe inoltre impiegato poco meno della metà dell’intera scorta mondiale di Tomahawk dall’inizio della guerra. Le quantità residue restano classificate e Reuters precisa di non aver potuto verificare autonomamente il dato sui missili da crociera.

Il problema non è soltanto quanto ancora gli Stati Uniti possano colpire l’Iran.

È quanto rimane per tutto il resto.

La guerra breve che consuma un arsenale lungo

Gli ATACMS e i più recenti PrSM permettono di raggiungere obiettivi a grande distanza senza esporre direttamente aerei ed equipaggi alle difese nemiche. Sono missili costosi, precisi e difficili da sostituire rapidamente.

Il PrSM è stato utilizzato per la prima volta in combattimento proprio durante la guerra contro l’Iran. È il sistema destinato a sostituire progressivamente gli ATACMS e può essere lanciato dai mezzi HIMARS e M270. Le sue versioni future sono progettate anche per colpire navi e bersagli oltre i mille chilometri.

Queste armi hanno consentito a Washington di attaccare obiettivi iraniani limitando il ricorso a missioni aeree più rischiose. Ma la scelta di proteggere piloti e velivoli ha avuto un costo: gli Stati Uniti hanno consumato in pochi mesi munizioni pensate anche per scenari molto diversi e avversari molto più grandi.

La guerra all’Iran non sta quindi esaurendo la capacità militare americana. Gli Stati Uniti conservano bombardieri, caccia, navi, sottomarini e altri sistemi d’arma.

Sta però riducendo la possibilità di combattere nello stesso modo: colpire da lontano, con precisione e senza entrare direttamente nelle aree più difese.

Il problema si chiama Cina

ATACMS e PrSM non sono decisivi soltanto in Medio Oriente. Sono considerati strumenti centrali anche nella strategia americana nell’Indo-Pacifico, dove basi, aeroporti, sistemi missilistici e unità navali cinesi sarebbero protetti da difese molto più articolate di quelle iraniane.

In un eventuale confronto con Pechino, la capacità di colpire da piattaforme mobili e a distanza di sicurezza diventerebbe fondamentale. È per questo che il consumo delle scorte preoccupa alcuni funzionari americani: ciò che viene lanciato contro l’Iran non può essere contemporaneamente tenuto a disposizione per scoraggiare la Cina.

La deterrenza, infatti, non dipende soltanto dalle armi che un Paese possiede sulla carta.

Dipende da quante può utilizzare subito, da quanto rapidamente può sostituirle e dalla convinzione dell’avversario che quelle scorte siano sufficienti a sostenere una guerra prolungata.

Se Pechino ritiene che Washington abbia bisogno di anni per ricostruire parte degli arsenali, il problema non è soltanto operativo. Diventa politico: la minaccia americana appare meno immediata proprio mentre la Cina osserva Taiwan e l’equilibrio militare nel Pacifico.

Anche la difesa è sotto pressione

Il consumo non riguarda soltanto i missili impiegati per attaccare.

Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, tra febbraio e luglio gli Stati Uniti avrebbero utilizzato circa il 65 per cento degli intercettori Patriot disponibili e ridotto di almeno il 38 per cento le scorte di THAAD rispetto all’inizio della guerra. Due fonti americane hanno riferito che queste valutazioni risultano compatibili con i dati interni.

Patriot e THAAD servono a intercettare missili balistici e proteggere basi, città e infrastrutture. Il loro consumo apre quindi un secondo problema: non soltanto con quali armi gli Stati Uniti possano attaccare, ma quanta capacità resti per difendere le proprie forze e quelle degli alleati.

La pressione arriva fino all’Ucraina. Già nei primi giorni della guerra, funzionari e analisti avvertivano che la richiesta di intercettori da parte dei Paesi del Golfo avrebbe potuto rallentare le forniture destinate a Kiev. La produzione annuale di Patriot non era sufficiente a coprire contemporaneamente le esigenze americane, quelle degli alleati mediorientali e quelle ucraine.

La guerra iraniana assorbe quindi risorse pensate per tre fronti differenti: Medio Oriente, Europa e Pacifico.

È questo il costo strategico che non compare nelle immagini dei bombardamenti.

Trump nega che l’America sia a corto di armi

La Casa Bianca respinge l’idea di una vulnerabilità americana. Trump sostiene che gli Stati Uniti dispongano di più munizioni di qualsiasi altro Paese e di quantità superiori alle necessità. Il Pentagono afferma che le forze armate conservano tutte le capacità richieste per difendere gli interessi americani e intervenire dove il presidente ritenga necessario.

La produzione, inoltre, sta aumentando. Lockheed Martin sta ampliando la realizzazione dei PrSM, mentre Raytheon ha raggiunto un’intesa preliminare con il Pentagono per incrementare quella dei Tomahawk.

Ma produrre di più non significa colmare immediatamente il vuoto.

Il PrSM è ancora un sistema relativamente nuovo. Gli ordini più consistenti sono previsti dal 2027, mentre gli ATACMS vengono gradualmente ritirati. Anche l’aumento della produzione dei Patriot richiede tempo e non può compensare nell’immediato ciò che viene consumato durante una guerra ad alta intensità.

Le fabbriche possono lavorare più velocemente.

Non possono ricostruire in poche settimane arsenali accumulati durante anni.

Il prezzo della guerra senza rischiare piloti

La riduzione delle scorte rivela anche una contraddizione militare.

Le armi a lungo raggio vengono utilizzate proprio perché permettono di combattere limitando le perdite americane. Un missile può raggiungere un obiettivo senza obbligare un equipaggio a entrare nello spazio aereo nemico.

Quando quei missili diminuiscono, però, le alternative diventano meno convenienti. Washington può ridurre il numero degli attacchi, scegliere obiettivi più selettivi oppure affidarsi maggiormente a bombardieri e caccia, aumentando i rischi per velivoli e piloti.

Reuters riferisce che, nelle discussioni interne all’amministrazione, alcuni funzionari hanno collegato il rinvio di una nuova offensiva massiccia anche alla situazione delle scorte. Un rappresentante americano ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che Trump abbia fermato l’attacco soprattutto per le pressioni esercitate dai Paesi del Golfo.

I dati, quindi, non dimostrano che Washington abbia rinunciato a colpire perché non possiede più armi.

Mostrano però che ogni nuova offensiva deve essere valutata anche in base a ciò che sottrae alla crisi successiva.

L’Iran ha cambiato i calcoli americani

Teheran non ha sconfitto militarmente gli Stati Uniti. Ma ha costretto Washington a sostenere per mesi un conflitto che Trump aveva presentato come rapido e risolutivo.

L’Iran ha disperso obiettivi, utilizzato missili e droni contro basi e alleati americani, mantenuto sotto pressione Hormuz e obbligato gli Stati Uniti a consumare contemporaneamente munizioni offensive e intercettori difensivi.

Il risultato è una guerra che l’America può ancora continuare, ma che non può più considerare isolata dal resto del mondo.

Ogni Tomahawk lanciato contro l’Iran è un Tomahawk non disponibile altrove. Ogni Patriot impiegato nel Golfo è un intercettore che non protegge una base americana, una città alleata o un’infrastruttura ucraina. Ogni PrSM consumato oggi dovrà essere ricostruito prima che diventi necessario nel Pacifico.

È la matematica più semplice e più brutale della guerra: anche la prima potenza militare del mondo deve scegliere dove utilizzare ciò che possiede.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti possano ancora attaccare

Possono farlo.

La vera domanda è quale prezzo strategico debbano pagare per ogni nuova ondata di bombardamenti.

Trump continua a presentare l’opzione militare come sempre disponibile. Ma la forza americana non si misura soltanto nella capacità di colpire ancora una volta Teheran. Si misura nella possibilità di farlo senza lasciare scoperto tutto ciò che Washington deve contemporaneamente difendere.

La guerra all’Iran ha mostrato che gli arsenali americani non sono infiniti e che la produzione industriale non corre alla stessa velocità con cui le munizioni vengono consumate.

Per questo la trattativa su Hormuz non è soltanto una scelta diplomatica.

Può diventare anche la necessità di chi deve fermare una guerra prima che il suo costo più pericoloso emerga altrove.

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Credito: Fotogramma tratto dal video Youtube

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