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Trump accusa i suoi consiglieri, ma la strategia contestata porta la sua firma

A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, il presidente contesta le spese elettorali e la gestione dei collegi. Le tensioni coinvolgono James Blair e Susie Wiles, mentre il malcontento economico mette in difficoltà i repubblicani.

Donald Trump cerca i responsabili delle difficoltà incontrate dal Partito repubblicano nella corsa al Congresso. Nel mirino finiscono collaboratori, investimenti elettorali e candidature, comprese alcune scelte alle quali il presidente ha partecipato personalmente.

La battaglia interna alla Casa Bianca si svolge mentre gli americani fanno i conti con un’inflazione tornata al 3,7%. La tenuta della maggioranza repubblicana dipende anche da un giudizio economico che milioni di dollari di pubblicità elettorale non sono riusciti a modificare.

Donald Trump ha cominciato a chiedere conto ai propri consiglieri delle difficoltà che il Partito repubblicano incontra in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, mettendo in discussione la distribuzione dei finanziamenti, la selezione dei candidati e persino la strategia di ridefinizione dei collegi congressuali che aveva personalmente sostenuto. Le contestazioni, emerse dai colloqui interni alla sua organizzazione politica, coinvolgono alcuni degli uomini più vicini al presidente e investono direttamente il funzionamento della macchina elettorale repubblicana, costruita attorno alla sua leadership.

Trump non sarà candidato alle elezioni del 3 novembre, ma continua a chiedere ai suoi sostenitori di comportarsi come se il suo nome comparisse sulle schede. È un tentativo di trasferire ai candidati repubblicani la mobilitazione personale che lo ha accompagnato nelle campagne presidenziali, mentre i sondaggi registrano un crescente malcontento verso l’amministrazione e il costo della vita occupa una posizione centrale nelle preoccupazioni degli elettori.

Duecento milioni di dollari e una campagna sotto accusa

Uno dei principali destinatari delle critiche è James Blair, collaboratore di lunga data del presidente e responsabile di MAGA Inc., il super PAC che sostiene politicamente Trump e i candidati repubblicani attraverso finanziamenti indipendenti dalle campagne ufficiali. Secondo i registri pubblici, l’organizzazione ha già impiegato circa 200 milioni di dollari nella competizione elettorale, una cifra considerevole che non ha prodotto il miglioramento dei sondaggi auspicato dalla Casa Bianca.

Trump vuole sapere perché gli investimenti non abbiano modificato gli equilibri nelle circoscrizioni decisive e ha cominciato a mettere in discussione anche le scelte organizzative che hanno accompagnato la campagna. Le tensioni si sono estese alla capo di gabinetto Susie Wiles, finora considerata una delle figure più solide della seconda amministrazione, dando origine a una contrapposizione interna sulle responsabilità delle decisioni e sui risultati ottenuti.

Wiles avrebbe attribuito parte delle difficoltà alla gestione di Blair, mentre quest’ultimo avrebbe chiamato in causa la struttura della Casa Bianca incaricata dei rapporti legislativi. Il confronto coinvolge dunque sia l’organizzazione elettorale sia i vertici dell’amministrazione, in una fase nella quale la concentrazione del potere politico attorno al presidente rende particolarmente difficile separare le decisioni dei consiglieri dalle indicazioni arrivate direttamente da Trump.

A complicare ulteriormente i rapporti è intervenuta la vicenda delle consulenze svolte da Blair e Chris LaCivita, entrambi protagonisti della campagna presidenziale del 2024, per il governo della Republika Srpska, entità autonoma della Bosnia-Erzegovina. L’attività retribuita all’estero, condotta durante una fase cruciale della campagna americana, ha sollevato interrogativi sull’impiego del tempo e sulle priorità dei due strateghi.

Il 7 ottobre Trump aveva pubblicamente preso le distanze dai collaboratori, definendoli consulenti esterni e avvertendo che li avrebbe allontanati qualora fossero emersi conflitti d’interesse. Blair ha respinto le contestazioni, sostenendo che le polemiche interne distolgono l’attenzione dall’obiettivo di assicurare una vittoria ai repubblicani, mentre LaCivita ha rivendicato l’impegno del presidente e della sua squadra nella campagna elettorale.

Il Texas e la strategia voluta dal presidente

Le tensioni non riguardano soltanto il denaro. Trump ha chiesto spiegazioni anche sulla ridefinizione dei collegi elettorali, un’operazione sostenuta direttamente dalla Casa Bianca con l’obiettivo di aumentare il numero dei seggi repubblicani alla Camera dei rappresentanti.

Il caso più significativo è quello del Texas, dove i repubblicani hanno modificato la mappa dei distretti congressuali contando anche sulla possibilità di conservare il sostegno degli elettori ispanici che avevano contribuito al successo presidenziale del 2024. L’operazione prevedeva una distribuzione del voto favorevole a Trump attraverso diversi collegi, ma il calo di consenso registrato nei sondaggi ha alimentato dubbi sulla tenuta di quei nuovi equilibri.

Alcuni esponenti repubblicani temono che la concentrazione degli elettori favorevoli al presidente sia stata ridotta eccessivamente in determinati distretti, esponendo alla concorrenza democratica anche candidati che avrebbero dovuto beneficiare della nuova suddivisione territoriale. Una strategia pensata per conquistare ulteriori seggi viene così rimessa in discussione proprio da chi ne aveva sostenuto l’adozione.

La questione ha un evidente peso politico: il ridisegno dei collegi e la scelta di candidati legati personalmente al presidente sono stati elementi importanti della strategia repubblicana. Adesso che i risultati attesi nei sondaggi non si materializzano, Trump contesta l’efficacia di decisioni alle quali aveva dato il proprio sostegno, aprendo una disputa sulla responsabilità della loro attuazione.

Il problema dei repubblicani è anche nell’economia

Mentre la Casa Bianca discute della gestione elettorale, i dati sull’economia americana indicano quanto sia diventato difficile recuperare consenso attraverso la sola comunicazione politica. A settembre l’inflazione è salita al 3,7% su base annua, secondo il Bureau of Labor Statistics, mentre il prezzo della benzina ha registrato un aumento del 9,1% rispetto al mese precedente. Il rincaro dell’energia, aggravato dalla guerra con l’Iran, si riflette sui trasporti e su numerosi prodotti acquistati quotidianamente dalle famiglie.

La rilevazione AP-NORC condotta tra l’8 e il 12 ottobre mostra che il 79% degli elettori registrati disapprova la gestione del costo della vita da parte di Trump, mentre il 74% esprime un giudizio negativo sulla sua politica economica. Soltanto il 36% approva complessivamente il suo operato e l’85% considera l’economia uno dei temi più importanti nella scelta di voto.

Anche gli orientamenti sul controllo del Congresso restituiscono un quadro impegnativo per il partito di maggioranza. Nello stesso sondaggio il 47% degli elettori registrati preferisce che i democratici conquistino la Camera, contro il 38% favorevole alla permanenza dei repubblicani. Si tratta di preferenze rilevate a livello nazionale, non di una previsione sulla distribuzione effettiva dei seggi, ma il dato contribuisce a spiegare il nervosismo che attraversa l’organizzazione elettorale del presidente.

La pressione sui prezzi rappresenta una difficoltà particolarmente complessa per Trump, che aveva costruito una parte consistente della propria campagna presidenziale sulla promessa di ridurre il costo della vita e migliorare le condizioni economiche delle famiglie. Con le elezioni ormai vicine, il confronto politico si misura sempre più sui risultati percepiti dagli elettori, mentre i candidati repubblicani devono difendere una gestione economica della quale il presidente resta il principale responsabile politico.

Susie Wiles difesa pubblicamente, ma le tensioni restano

Nonostante le critiche emerse nell’organizzazione, Trump ha difeso pubblicamente Susie Wiles il 16 ottobre, definendola intelligente e determinata e assicurando che continuerà a ricoprire il proprio incarico. Il suo intervento ha allontanato, almeno nell’immediato, l’ipotesi di un avvicendamento alla guida dello staff presidenziale, senza cancellare le contestazioni sulla gestione della campagna.

Più incerta appare la posizione di Blair. Trump aveva indicato il suo incarico al super PAC come una parentesi prima del ritorno alla Casa Bianca, ma nell’entourage presidenziale sono emersi dubbi sulla possibilità che quel rientro avvenga effettivamente dopo le elezioni.

Le conseguenze politiche del voto del 3 novembre andranno ben oltre il futuro dei singoli consiglieri. Un eventuale passaggio della Camera sotto il controllo democratico limiterebbe la capacità del presidente di realizzare la propria agenda legislativa e attribuirebbe all’opposizione il potere di avviare indagini parlamentari sull’amministrazione, convocare testimoni e richiedere documenti. Per la Casa Bianca significherebbe affrontare gli ultimi due anni del mandato in un rapporto molto diverso con il Congresso.

Trump sta cercando di trasformare la propria presenza nella campagna in uno strumento di mobilitazione per il Partito repubblicano, ma contemporaneamente contesta l’efficacia dell’apparato che dovrebbe tradurre quel sostegno in risultati elettorali. La scelta di concentrare le responsabilità sui collaboratori si scontra con il ruolo esercitato dal presidente nella definizione delle candidature, nella strategia dei collegi e nell’indirizzo politico dell’amministrazione.

Il 3 novembre gli americani non voteranno direttamente per Trump, ma saranno chiamati a scegliere i parlamentari che accompagneranno o contrasteranno il suo governo nei prossimi due anni. Per il presidente sarà difficile tenere completamente separato il giudizio sul lavoro dei consiglieri da quello sulle decisioni prese alla Casa Bianca.

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FOTO: Oneindia News/ You Tube

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