Chi sceglie davvero il nostro assistente AI? La nuova battaglia tra libertà e sicurezza
Gemini, l’assistente di intelligenza artificiale di Google, rappresentato su uno smartphone Android. L’immagine accompagna l’analisi sull’apertura delle piattaforme agli assistenti concorrenti e sui limiti imposti da sicurezza e tutela dei dati.

POTERE DIGITALE

Chi sceglie davvero il nostro assistente AI? La nuova battaglia tra libertà e sicurezza

L’Europa obbliga Google ad aprire Android agli assistenti concorrenti, mentre Apple restringe l’accesso ai dati del Mac. La concorrenza entra nel punto più sensibile dell’intelligenza artificiale: il diritto di agire al posto dell’utente.

Un assistente alternativo può competere davvero solo se dispone degli stessi accessi di quello integrato nella piattaforma. Ma email, file, messaggi, sensori e pagamenti trasformano l’interoperabilità in un problema di sicurezza.

La prossima battaglia antitrust non riguarderà soltanto quale intelligenza artificiale possiamo installare, ma quale possiamo autorizzare a conoscere il nostro contesto digitale e ad agire realmente per nostro conto.

Per anni la concorrenza nel digitale si è misurata attraverso una domanda relativamente semplice: l’utente può scegliere un’applicazione alternativa? Con l’arrivo degli assistenti e degli agenti AI quella domanda non basta più, perché installare un concorrente non significa necessariamente permettergli di fare ciò che può fare l’assistente costruito dal proprietario del sistema operativo.

La Commissione europea ha affrontato direttamente il problema su Android. A luglio ha imposto a Google, nell’ambito del Digital Markets Act, misure vincolanti perché gli assistenti AI concorrenti possano accedere a undici funzionalità del sistema operativo considerate essenziali per competere con Gemini. Tra queste ci sono la possibilità di essere richiamati attraverso i controlli del dispositivo, ottenere informazioni dal contesto, interagire con altre applicazioni ed eseguire azioni per conto dell’utente.

Non si tratta quindi soltanto di poter scaricare Claude, ChatGPT, Muse o qualunque altro assistente. Se Gemini può essere attivato con la voce, leggere ciò che appare sullo schermo, raccogliere il contesto necessario e inviare una mail attraverso un’altra applicazione, mentre il concorrente deve fermarsi davanti a quelle stesse porte, la libertà di scelta esiste formalmente ma non produce una competizione equivalente.

L’apertura necessaria per competere è anche quella più pericolosa

Quando quelle porte vengono aperte davvero, però, il problema cambia natura, perché un assistente capace di organizzare una giornata, rispondere alle email, modificare documenti, effettuare acquisti o gestire appuntamenti deve accedere a una quantità di dati e funzioni molto superiore a quella richiesta da una normale applicazione.

Apple ha mostrato l’altro lato della questione annunciando nuovi controlli per il Full Disk Access di macOS. Quel permesso può consentire a un’applicazione di accedere a file, posta elettronica, messaggi e cronologia di navigazione, aggirando molte delle protezioni normalmente imposte dal sistema. La società ha deciso di rendere molto più esplicita l’autorizzazione richiesta all’utente, spiegando che con agenti AI sempre più autonomi i rischi legati a un accesso così esteso aumentano sensibilmente.

La decisione è arrivata dopo le polemiche sull’accesso ai dati da parte di Muse, l’assistente di Meta, che ha però respinto l’accusa di avere letto informazioni senza autorizzazione sostenendo che gli accessi dipendessero esclusivamente dai permessi concessi dall’utente.

Si arriva così al confine più difficile da tracciare: quanto deve aprirsi una piattaforma dominante perché la scelta dell’utente sia reale, e quando quella stessa apertura crea un rischio che giustifica nuove restrizioni?

Chi decide che cosa è necessario alla sicurezza

La risposta apparentemente più semplice sarebbe lasciare che sia il proprietario del sistema operativo a stabilire quali accessi siano sicuri. È anche la soluzione che presenta il problema concorrenziale più evidente, perché Google, Apple o Microsoft non sono soltanto custodi della sicurezza delle proprie piattaforme: sono anche produttori di assistenti AI che competono sugli stessi dispositivi.

Se l’impresa che possiede il sistema può stabilire unilateralmente che una determinata funzione è troppo sensibile per un concorrente, mentre il proprio assistente continua a utilizzarla attraverso integrazioni interne, la sicurezza può diventare una barriera all’ingresso difficile da distinguere da una protezione legittima.

Il modello scelto dall’Unione europea prova a distinguere l’apertura alla concorrenza dalla tutela della sicurezza, consentendo agli assistenti alternativi di accedere alle stesse funzioni rilevanti di Android ma mantenendo il consenso esplicito dell’utente e la possibilità di intervenire quando emergano rischi seri per la cybersicurezza o la protezione dei dati.

La Commissione non sta quindi imponendo che ogni assistente possa entrare ovunque, ma sta contestando il principio secondo cui il proprietario della piattaforma possa essere contemporaneamente concorrente, controllore dell’accesso e unico giudice della sicurezza.

La scelta dell’assistente cambia natura

Con gli agenti AI, scegliere un servizio potrebbe diventare molto più importante che scegliere un browser o un motore di ricerca. Un agente non si limita infatti a mostrare informazioni: può diventare l’intermediario attraverso il quale leggiamo la posta, acquistiamo prodotti, prenotiamo viaggi, lavoriamo sui documenti e comunichiamo con altre persone.

Questa integrazione rende anche più difficile cambiare servizio, perché quanto più un assistente accumula conoscenze su preferenze, documenti, rapporti, attività e modalità di lavoro, tanto più aumenta il costo pratico del passaggio a un concorrente, con il rischio che il vantaggio dell’assistente predefinito si consolidi prima ancora che il mercato sia davvero maturo.

Per i regolatori la difficoltà sarà trovare un equilibrio tra un sistema troppo chiuso, in cui la sicurezza può diventare una barriera a protezione dell’assistente della piattaforma, e uno troppo aperto, che rischia di concedere a software poco affidabili un accesso ai dati e alle funzioni senza precedenti.

La soluzione probabilmente non passerà dalla scelta tra apertura e chiusura, ma dalla costruzione di permessi granulari, registri delle azioni, sandbox, controlli revocabili e accessi equivalenti per servizi equivalenti, in modo che la possibilità di competere non coincida automaticamente con il diritto di vedere tutto.

Microsoft sta già sperimentando un approccio simile con ambienti isolati destinati all’esecuzione degli agenti, pensati per limitare ciò che un sistema AI può raggiungere anche quando opera sul computer dell’utente.

Il vero diritto da definire potrebbe quindi non essere semplicemente quello di scegliere il proprio assistente, ma quello di scegliere a chi delegare determinate funzioni senza essere costretti ad accettare né il monopolio del sistema operativo né un accesso indiscriminato ai propri dati.

La sicurezza non può diventare l’argomento con cui una piattaforma decide quali concorrenti possono entrare. Ma neppure la concorrenza può trasformarsi nel diritto di un assistente a entrare ovunque. Chi stabilirà quella linea controllerà una parte decisiva del mercato dell’intelligenza artificiale.

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