Il centrosinistra accelera verso le prossime elezioni politiche, ma la costruzione di un’alleanza di governo resta incompleta. Schlein rivendica la candidatura alla presidenza del Consiglio, Conte insiste sulla necessità di definire prima un programma condiviso e le differenze sull’Ucraina continuano a emergere nei voti parlamentari.
Il campo largo riesce a mettersi d’accordo su salari, sanità e casa, ma quando la discussione arriva alla guerra in Ucraina riemergono differenze che una coalizione chiamata a governare non potrebbe lasciare irrisolte.
Schlein rompe gli indugi sulla candidatura a Palazzo Chigi
Elly Schlein ha deciso di rendere esplicita la propria candidatura alla presidenza del Consiglio, intervenendo domenica 18 ottobre all’assemblea nazionale del Partito democratico, riunita al centro congressi La Nuvola di Roma. La segretaria ha dichiarato di essere pronta a guidare il Paese «con o senza le primarie», mettendo fine alle ambiguità sulla propria disponibilità e aprendo una nuova fase del confronto con gli alleati del campo largo.
L’assemblea ha approvato la proroga del suo mandato alla guida del partito e, con un ordine del giorno distinto, ha stabilito che Schlein sarà l’unica candidata espressa dal Pd nell’eventuale competizione per la leadership della coalizione. Su quest’ultima decisione si è registrata l’astensione dell’area riformista, che aveva chiesto di lasciare aperta la possibilità di presentare più candidature democratiche alle primarie.
La scelta consolida la posizione della segretaria all’interno del partito, ma non risolve il problema della guida dell’alleanza progressista, alla quale Giuseppe Conte continua a guardare come a una competizione da affrontare attraverso il voto degli elettori. Schlein considera legittimo anche un accordo che attribuisca la leadership al partito con il maggiore consenso elettorale, mentre il presidente del Movimento 5 Stelle insiste sulla necessità di definire preliminarmente le condizioni politiche e programmatiche della coalizione.
Un accordo economico di 21 punti, ma la politica estera divide
Il percorso unitario ha registrato un risultato concreto il 13 ottobre, quando Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Più Europa hanno sottoscritto una risoluzione comune sul Documento programmatico di finanza pubblica. Il testo contiene 21 punti che spaziano dall’aumento delle risorse per la sanità alla tutela dei salari, dal diritto alla casa al congedo parentale paritario, fino agli interventi contro il fiscal drag e alla contestazione dell’autonomia differenziata.
L’intesa comprende anche la richiesta di riconsiderare gli impegni assunti in sede NATO sull’aumento delle spese militari, una convergenza rivendicata soprattutto dal Movimento 5 Stelle. Schlein ha indicato il documento come una prima base del programma elettorale, pur riconoscendo la necessità di completare il confronto fra le diverse forze politiche.
La tenuta dell’accordo è stata però messa alla prova già il giorno successivo, durante il dibattito parlamentare sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Al Senato le opposizioni hanno presentato risoluzioni separate, confermando l’assenza di una linea condivisa sul sostegno militare all’Ucraina.
Il Pd mantiene la propria posizione favorevole agli aiuti necessari alla difesa di Kiev dall’invasione russa, mentre il Movimento 5 Stelle e Avs chiedono di interrompere le forniture militari e privilegiare il percorso diplomatico. Le differenze non riguardano soltanto la valutazione dell’attuale conflitto, ma investono il rapporto con la NATO, la politica di difesa europea e le responsabilità internazionali che un eventuale governo di coalizione dovrebbe assumersi.
La possibilità di convivere con posizioni differenti all’interno di un’alleanza non è di per sé insolita. Diventa però politicamente più complessa quando le divergenze interessano decisioni che richiederebbero una posizione unitaria dell’esecutivo, soprattutto in una fase di forte instabilità internazionale.
Renzi, la patrimoniale e il perimetro della coalizione
Un altro confronto riguarda Matteo Renzi e la presenza di Italia Viva nel progetto progressista. Conte ha ribadito di non porre veti personali, ma ha chiesto garanzie politiche al Partito democratico sulla coerenza dell’alleanza e sulla capacità di evitare successive rotture. La richiesta nasce anche dalle precedenti esperienze di governo e dalle differenze di orientamento tra gli elettorati delle due formazioni.
Schlein, al contrario, insiste sulla necessità di allargare la coalizione, richiamando gli errori delle divisioni che avevano caratterizzato le elezioni politiche del 2022. La questione non si esaurisce tuttavia nella presenza di Renzi, perché l’ampliamento del campo progressista impone di conciliare sensibilità differenti sulle politiche economiche, fiscali e internazionali.
Lo dimostra il confronto sulla patrimoniale, sostenuta da Avs e contestata da Conte, secondo il quale una tassa nazionale sulla ricchezza non avrebbe prodotto risultati soddisfacenti nelle precedenti esperienze europee. Bonelli e Fratoianni hanno respinto questa valutazione, annunciando l’intenzione di portare al tavolo programmatico studi e proposte a sostegno della propria posizione.
Il dissenso non impedisce necessariamente un’intesa su una politica fiscale comune, ma conferma quanto lavoro resti da compiere per trasformare un elenco di obiettivi condivisi in misure concretamente applicabili, accompagnate da scelte sulle coperture finanziarie e sulle priorità di spesa.
Dalla coalizione elettorale a un progetto di governo
La discussione sulle primarie ha acquisito centralità anche per le differenti concezioni della leadership. Per Schlein la guida politica deve riflettere il peso dei partiti oppure essere affidata alla partecipazione popolare, mentre Conte considera indispensabile che la scelta del candidato arrivi dopo la definizione del programma. All’interno dell’alleanza sono circolate anche proposte per individuare una figura terza, senza che questa ipotesi abbia prodotto un accordo.
Il centrosinistra dispone già di un terreno comune su diverse questioni sociali, ma la traduzione delle convergenze parlamentari in un programma di governo richiede decisioni ulteriori. Occorrerà chiarire non soltanto quali interventi proporre su lavoro, sanità e welfare, ma anche come finanziarli, quale orientamento assumere nei rapporti internazionali e attraverso quali strumenti garantire la continuità politica dell’eventuale maggioranza.
Le dichiarazioni dei leader mostrano una volontà comune di presentare un’alternativa al centrodestra, accompagnata però da differenti valutazioni sulle condizioni necessarie per costruirla. L’alleanza sarà chiamata a misurarsi sulla capacità di tradurre quelle intenzioni in impegni verificabili, prima che la campagna elettorale sposti definitivamente il confronto sulla scelta del candidato alla presidenza del Consiglio.
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FOTO: Partito Democratico / YouTube; Giuseppe Conte / YouTube.
