Quasi un miliardo di euro secondo le stime circolate, un decreto che Giorgia Meloni dichiara di non voler firmare e una controversia giudiziaria che ha già accertato l’illegittimità dei precedenti criteri di calcolo. Lo scontro sugli stipendi dei magistrati investe direttamente i rapporti tra governo e potere giudiziario.
La questione non riguarda soltanto quanto guadagnano i magistrati, ma se un governo possa subordinare alle proprie priorità di spesa l’esecuzione di decisioni giudiziarie che impongono di correggere un errore dell’amministrazione.
Meloni non firma: il rifiuto dopo le sentenze
Giorgia Meloni ha annunciato che non firmerà il decreto necessario a rideterminare gli adeguamenti retributivi dei magistrati, aprendo un nuovo e delicato confronto istituzionale con la magistratura. La decisione, comunicata domenica 18 ottobre all’Adnkronos, riguarda somme che lo Stato potrebbe essere tenuto a corrispondere in seguito a pronunce della giustizia amministrativa, intervenute dopo anni di contenzioso sui criteri utilizzati per calcolare gli incrementi stipendiali.
La presidente del Consiglio ha giustificato il proprio rifiuto richiamando le difficoltà economiche del Paese e la necessità di destinare risorse alle categorie maggiormente colpite dalla crisi. Secondo le stime citate dalla premier, l’operazione costerebbe quasi un miliardo di euro, una somma che Meloni ha confrontato con i circa 100 milioni che il governo sta cercando per sostenere l’autotrasporto ed evitare possibili interruzioni nella distribuzione delle merci.
La premier ha inoltre dichiarato di essere pronta ad accettare l’eventuale nomina di un commissario da parte del Consiglio di Stato, qualora il giudice ritenesse necessario intervenire per assicurare l’esecuzione delle decisioni. Non si tratta dunque soltanto di una contestazione dell’entità della spesa, ma dell’annuncio esplicito di non voler sottoscrivere un provvedimento collegato all’attuazione di pronunce giudiziarie.
I giudici hanno accertato l’illegittimità dei calcoli dello Stato
La controversia ha un fondamento normativo preciso. La legge 448 del 1998, all’articolo 24, disciplina l’adeguamento periodico delle retribuzioni dei magistrati attraverso un meccanismo automatico collegato agli incrementi economici registrati nelle altre categorie del pubblico impiego. Il sistema non prevede una contrattazione salariale con il governo, proprio per sottrarre il trattamento economico della magistratura alla discrezionalità dell’esecutivo.
Il Consiglio di Stato, con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, ha accertato che i criteri applicati per il triennio 2018-2020 non rispettavano le disposizioni legislative. Nel calcolo erano state escluse alcune componenti delle retribuzioni pubbliche e determinate categorie di dipendenti, mentre l’Istat aveva utilizzato una media ponderata, attribuendo maggiore peso ai comparti con più lavoratori, anziché la media aritmetica tra categorie prevista dalla normativa.
La decisione ha imposto all’amministrazione di riformulare i conteggi secondo parametri conformi alla legge. Un’ulteriore pronuncia del TAR del Lazio, pubblicata il 14 agosto 2026, ha annullato gli atti relativi al successivo triennio 2021-2023, individuando analoghe irregolarità nel metodo di calcolo.
Gli adeguamenti contestati non nascono quindi da una nuova rivendicazione economica presentata dai magistrati al governo Meloni, ma dall’applicazione di disposizioni legislative già vigenti e dalla necessità di correggere provvedimenti amministrativi risultati illegittimi.
Il miliardo contestato e le cifre ancora da accertare
Sul piano economico la questione rimane complessa. Le ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un costo complessivo vicino ai 979 milioni di euro, ipotizzando arretrati che per alcune posizioni potrebbero raggiungere cifre molto elevate, ai quali si aggiungerebbero i maggiori adeguamenti delle retribuzioni future.
L’Associazione nazionale magistrati contesta però l’attendibilità delle somme diffuse, sostenendo che gli importi effettivamente spettanti sarebbero sensibilmente inferiori e varierebbero in funzione dell’anzianità e della posizione economica individuale. Le sentenze hanno stabilito i criteri da applicare, non un importo identico da riconoscere a ciascun magistrato.
Nel Documento programmatico di bilancio il governo ha peraltro previsto per il 2027 un fondo destinato all’esecuzione delle sentenze, con una dotazione complessiva di 1,92 miliardi di euro. La parte prevalente delle risorse, secondo le ricostruzioni disponibili, sarebbe collegata proprio alla controversia sugli stipendi dei magistrati.
Il costo degli adeguamenti merita certamente una valutazione pubblica rigorosa, soprattutto in una fase in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano gravi difficoltà economiche. Resta però necessario distinguere la discussione sull’opportunità e sulla sostenibilità di una disciplina retributiva dall’obbligo dell’amministrazione di applicare quella attualmente in vigore.
L’ANM: nessun regalo, lo Stato deve rispettare le decisioni dei giudici
La risposta della magistratura è stata immediata. L’ANM ha respinto la rappresentazione degli adeguamenti come una concessione economica, ricordando che le somme derivano da meccanismi previsti dalla legge e da differenze retributive maturate nel corso degli anni.
Il vicesegretario Stefano Celli ha annunciato la possibilità di ricorrere agli strumenti giuridici disponibili qualora il governo non desse esecuzione alle decisioni, richiamando anche il giudizio di ottemperanza. Su una posizione analoga si sono espresse Magistratura Indipendente e l’Associazione Magistrati della Corte dei conti, che hanno contestato le cifre circolate e avvertito delle possibili conseguenze economiche di ulteriori ritardi.
Un’eventuale mancata esecuzione può determinare nuovo contenzioso e, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge, consentire al giudice amministrativo di disporre misure sostitutive attraverso un commissario ad acta. La dichiarazione della premier non equivale tuttavia, da sola, a un accertamento giudiziario di inottemperanza: sarà necessario verificare gli atti successivi e gli eventuali sviluppi del procedimento.
Il problema istituzionale che supera la questione degli stipendi
La scelta di Meloni introduce una distinzione che il confronto politico rischia di oscurare. Il governo ha piena responsabilità nel definire le priorità della politica economica e può sostenere la necessità di modificare una disciplina legislativa, rispettando i vincoli costituzionali. Non dispone però di un potere generale di scegliere quali decisioni giudiziarie eseguire sulla base della convenienza finanziaria o politica del momento.
Presentare il pagamento di somme derivanti da obblighi normativi come alternativa agli aiuti destinati ai cittadini in difficoltà costituisce una scelta comunicativa politicamente rilevante, ma non risolve la questione dell’esecuzione delle sentenze. Le esigenze dell’autotrasporto, delle famiglie e delle imprese richiedono risposte concrete, senza che questo possa trasformare automaticamente in facoltativi gli obblighi giuridici dello Stato.
Il livello delle retribuzioni dei magistrati, il funzionamento del meccanismo di adeguamento e il suo impatto sulle finanze pubbliche possono certamente essere oggetto di una revisione legislativa, attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento. Il contenzioso in corso riguarda però una questione diversa: l’applicazione delle norme vigenti e l’esecuzione delle sentenze che hanno accertato l’illegittimità dei precedenti criteri di calcolo.
La vicenda pone quindi una responsabilità precisa all’esecutivo: individuare una soluzione compatibile con le esigenze di bilancio senza sottrarsi agli obblighi che derivano dalle decisioni giudiziarie. La difficoltà di reperire risorse può spiegare una scelta politica, ma non è sufficiente, da sola, a cancellare un diritto riconosciuto dalla legge.
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