Il centro torna nella battaglia politica italiana senza avere un partito che possa davvero rivendicarne il monopolio. Il confronto tra maggioranza e opposizione riguarda ormai soprattutto chi riuscirà a trasformare quell’area elettorale in un vantaggio quando si tornerà alle urne.

La parola è la stessa, ma dietro il “centro” Meloni, Tajani e Renzi stanno costruendo tre operazioni politiche molto diverse.
Nel suo intervento al convegno di Saint-Vincent dedicato alla tradizione politica che dalla Democrazia cristiana arriva fino al centrodestra contemporaneo, Meloni ha tolto il centro dalla geografia parlamentare per trasformarlo in una categoria culturale. Famiglia, lavoro, libertà e senso dello Stato diventano così gli elementi di una tradizione che, nella lettura della presidente del Consiglio, non ha bisogno di una formazione politica autonoma perché sarebbe già incorporata nell’azione del governo. È una definizione utile anche sul piano elettorale, perché consente a Fratelli d’Italia di parlare a una parte dell’elettorato moderato senza modificare il proprio posizionamento e, soprattutto, senza riconoscere che quello spazio debba necessariamente essere occupato da un soggetto distinto all’interno della coalizione.
Quando Tajani afferma che «il centro è uno solo» e coincide con Forza Italia, non si limita a replicare a Renzi, ma difende uno spazio che gli azzurri considerano essenziale per la propria sopravvivenza politica. Il partito continua infatti a presentarsi come rappresentante italiano del Partito popolare europeo e come forza europeista, garantista e moderata dentro una coalizione nella quale convivono culture politiche differenti; se il centro diventasse soltanto uno dei valori generali del centrodestra, Forza Italia perderebbe una parte della funzione specifica che Tajani attribuisce al proprio partito.
La partita di Forza Italia tra Meloni e Renzi
Alla Leopolda Renzi non si è rivolto genericamente agli elettori moderati, ma ha indicato esplicitamente i riformisti di Forza Italia, chiedendo loro di lasciare una coalizione che considera troppo condizionata dalle componenti sovraniste e offrendo come terreno comune europeismo, riformismo e una prospettiva alternativa nel centrosinistra. Tajani ha risposto con un invito speculare ai moderati e ai riformisti provenienti dalla sinistra a scegliere Forza Italia, trasformando così il confronto in una disputa non soltanto sui consensi, ma sulla possibilità di stabilire quale coalizione possa presentarsi come casa politica di quell’area.
Per attrarre elettori e dirigenti provenienti da Forza Italia, Italia Viva deve però rendere credibile anche una convivenza con Partito democratico e Movimento 5 Stelle, forze rispetto alle quali negli anni scorsi ha costruito una parte rilevante della propria identità polemica. Alla Leopolda Renzi ha abbassato proprio su questo terreno il livello dello scontro, sostenendo che con i Cinque Stelle esistano oggi più elementi comuni di quanto accadesse in passato e insistendo sulla necessità di evitare che il centrosinistra arrivi nuovamente diviso alle politiche.
La manovra diventa quindi doppia: allargare verso destra l’area riformista e, nello stesso tempo, renderla compatibile con una coalizione che comprende forze collocate molto più a sinistra. L’equilibrio è complicato perché la stessa identità usata per attirare i moderati di Forza Italia — europeismo, garantismo, attenzione alle imprese e distanza dal sovranismo — deve poi essere conciliata con programmi e leadership condivisi con soggetti che su economia, giustizia e politica internazionale hanno mantenuto posizioni differenti.
Anche Meloni affronta un problema speculare, sebbene da una posizione di forza molto maggiore. Una definizione del centro sufficientemente ampia da comprendere l’intera azione di governo permette a Fratelli d’Italia di parlare direttamente a elettori tradizionalmente più moderati, ma riduce inevitabilmente lo spazio politico che gli alleati possono rivendicare come esclusivo. Forza Italia ha quindi interesse a mantenere visibile una propria identità, mentre per la presidente del Consiglio la priorità consiste nel presentare il centrodestra come un blocco politico capace di rappresentare contemporaneamente conservatori, popolari e moderati senza trasformare queste differenze in competizione per la leadership.
La legge elettorale rende il centro ancora più contendibile
Il confronto sul centro arriva mentre la nuova legge elettorale entra in una fase parlamentare decisiva, con il primo passaggio alla Camera che ha mostrato una maggioranza compatta nel respingere le pregiudiziali di costituzionalità e il prossimo snodo fissato per l’8 ottobre, quando le opposizioni proveranno a incidere sul testo. La discussione sulle regole del voto rende ancora più sensibili gli equilibri interni alle coalizioni, perché il peso dei partiti intermedi dipenderà non soltanto dai consensi raccolti, ma anche dal modo in cui quei voti potranno tradursi nella formazione della maggioranza e nella distribuzione dei seggi.
In questo quadro il centro torna ad avere valore proprio perché non coincide con un unico soggetto organizzato. Esiste un elettorato moderato che può restare nel centrodestra senza sentirsi rappresentato dalla sua componente più identitaria, un’area riformista che non si riconosce interamente nella sinistra e una parte di dirigenti politici che potrebbe diventare decisiva soprattutto se la competizione elettorale dovesse restringere il margine tra i due schieramenti. Nessuno sta cercando davvero di ricostruire la Democrazia cristiana, ma quella porzione di elettorato continua a essere abbastanza grande da non poter essere lasciata agli avversari.
La disputa sul centro smette così di essere una questione di definizioni e diventa puro calcolo politico. Alle prossime elezioni potrebbe contare non perché esista un partito capace di rappresentarlo da solo, ma perché quei voti potrebbero essere esattamente quelli che mancano a una coalizione per battere l’altra. Il centro, oggi, non è più un posto in cui stare: è il pezzo di elettorato senza il quale rischia di non vincere nessuno.
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