SOUTHCOM afferma di avere colpito un’imbarcazione impegnata nel traffico di droga sulla base di informazioni di intelligence confermate, ma non ha reso pubbliche le prove. La strategia inaugurata nel 2025 ha ormai trasformato l’interdizione dei narcotici in un’operazione militare permanente nel Caribe e nel Pacifico orientale.
La questione non riguarda più soltanto le barche dei narcotrafficanti: dopo oltre duecento morti, un tribunale americano vuole conoscere la base giuridica con cui la Casa Bianca ha trasformato dei sospetti in bersagli militari.
Il comando meridionale degli Stati Uniti ha annunciato un nuovo attacco contro un’imbarcazione nel Mar dei Caraibi, uccidendo quattro persone che Washington definisce «narco-terroristi». Secondo SOUTHCOM, il raid condotto domenica 4 ottobre ha colpito una go-fast vessel che stava navigando lungo rotte conosciute del narcotraffico e la decisione sarebbe stata presa sulla base di informazioni di intelligence considerate confermate. L’amministrazione non ha però pubblicato elementi che permettano di verificare autonomamente che la barca trasportasse droga, né ha fornito dettagli sull’identità delle quattro persone uccise o sull’organizzazione alla quale sarebbero appartenute.
Quello che avrebbe potuto restare un intervento eccezionale si è trasformato, nel giro di poco più di un anno, in una campagna militare continuativa nel Caribe e nel Pacifico orientale contro le imbarcazioni considerate parte delle reti del narcotraffico. Secondo il conteggio dell’Associated Press, dall’avvio delle operazioni nel settembre 2025 almeno 235 persone sono state uccise in 70 attacchi. Le comunicazioni ufficiali seguono generalmente lo stesso schema: Washington identifica la rotta come utilizzata dai trafficanti, qualifica gli occupanti come appartenenti al narcotraffico e diffonde le immagini dell’attacco, senza rendere pubbliche le informazioni di intelligence sulle quali è stata fondata l’individuazione del bersaglio.
Dall’interdizione della droga all’uso sistematico della forza militare
Gli Stati Uniti utilizzano da decenni forze armate, Guardia costiera e strumenti di intelligence per contrastare il traffico di stupefacenti nei Caraibi e nel Pacifico. Il modello tradizionale prevedeva però l’intercettazione delle imbarcazioni, il sequestro del carico e l’arresto delle persone a bordo, anche quando alle operazioni partecipavano assetti militari. La strategia adottata dall’amministrazione Trump ha modificato quel confine perché considera alcune organizzazioni criminali alla stregua di soggetti nemici contro i quali può essere impiegata direttamente forza letale.
Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti si trovino in un «conflitto armato» con i cartelli della droga e presenta gli attacchi come una risposta necessaria al traffico di narcotici e alle morti per overdose negli Stati Uniti. La qualificazione delle organizzazioni criminali come terroristiche è diventata uno degli strumenti utilizzati dall’amministrazione per sostenere questo passaggio, ma proprio l’equivalenza tra organizzazione criminale, organizzazione terroristica e parte di un conflitto armato rappresenta uno dei punti più contestati sul piano giuridico.
La documentazione emersa davanti a un tribunale federale mostra che la campagna non è nata da una singola decisione operativa. Il 25 luglio 2025 Trump avevo firmato una direttiva che autorizzava il Dipartimento della Difesa a utilizzare la forza militare contro gruppi criminali stranieri designati come organizzazioni terroristiche; il 5 agosto il segretario alla Difesa Pete Hegseth emanato il successivo ordine esecutivo militare e il 2 settembre erano iniziati gli attacchi contro le imbarcazioni. Tre giorni dopo, l’Office of Legal Counsel del Dipartimento di Giustizia aveva prodotto il memorandum che definisce il quadro giuridico entro il quale il Pentagono sostiene di poter continuare le operazioni.
Il memorandum segreto che definisce il potere di colpire
Il 30 settembre il giudice federale Paul Engelmayer, del Southern District of New York, ha ordinato all’amministrazione di consegnargli entro quattordici giorni il memorandum del Dipartimento di Giustizia per un esame riservato, portando così davanti a un tribunale la base giuridica utilizzata per sostenere la campagna militare contro le imbarcazioni considerate legate al narcotraffico. La causa nasce da una richiesta presentata attraverso il Freedom of Information Act da ACLU e Center for Constitutional Rights, che chiedono di conoscere il fondamento legale sul quale il governo ha costruito l’autorizzazione agli attacchi.
La decisione non impone ancora la pubblicazione del documento, perché il giudice dovrà valutare anche la rivendicazione del privilegio sulle comunicazioni presidenziali avanzata dall’amministrazione. Engelmayer ha però respinto parte delle motivazioni con cui il governo aveva cercato di mantenerlo integralmente segreto e ha stabilito che il memorandum non può essere considerato soltanto una consulenza interna preparatoria: secondo il tribunale, il Pentagono lo ha adottato come «working law», cioè come quadro effettivo che definisce i limiti entro i quali vengono condotti gli attacchi.
Un parere legale destinato a rimanere una valutazione interna può beneficiare di una tutela più ampia della riservatezza; diverso è il caso in cui quel documento venga adottato come criterio operativo per autorizzare e delimitare l’uso ripetuto della forza letale. In quel passaggio cresce l’interesse pubblico a conoscere quali poteri l’esecutivo ritenga di poter esercitare, su quali basi li fondi e quali limiti abbia imposto alle operazioni condotte dal Pentagono.
Le contestazioni sul diritto internazionale
Human Rights Watch, Amnesty International ed esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno contestato la legalità della campagna, qualificando gli attacchi come uccisioni extragiudiziali illegali. Ben Saul, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nella lotta al terrorismo, ha sostenuto che esistano ragionevoli motivi per ritenere che alcuni episodi possano configurare crimini contro l’umanità nella forma dell’omicidio secondo il diritto internazionale consuetudinario. L’amministrazione americana respinge questa impostazione e continua a collocare le operazioni nel quadro di un conflitto armato contro organizzazioni considerate responsabili del traffico di narcotici verso gli Stati Uniti.
Una parte centrale della controversia riguarda proprio la diversa disciplina applicabile alla lotta contro la criminalità e a un conflitto armato. Nel primo caso, l’uso intenzionale della forza letale è sottoposto a limiti molto più stringenti e l’obiettivo resta, quando possibile, arrestare il sospettato e sottoporlo a processo; nel secondo, un appartenente alle forze nemiche può diventare un bersaglio militare alle condizioni previste dal diritto bellico. Collocando i cartelli all’interno di questa seconda categoria, l’amministrazione Trump modifica quindi non soltanto gli strumenti utilizzati contro il narcotraffico, ma anche il rapporto tra accusa, prova e uso della forza.
Nelle comunicazioni pubbliche relative ai raid, Washington afferma di disporre di informazioni di intelligence sufficienti a identificare le imbarcazioni e i loro occupanti. L’opinione pubblica, i tribunali e il Congresso non dispongono però necessariamente dello stesso materiale, mentre alle persone colpite non viene contestato un reato davanti a un giudice perché l’intervento militare precede qualunque procedimento giudiziario. Proprio questa distanza tra certezza dichiarata dall’esecutivo e possibilità esterna di verificarla rende il memorandum dell’Office of Legal Counsel molto più importante del singolo attacco annunciato di volta in volta da SOUTHCOM.
La campagna potrebbe spostarsi anche sulla terraferma
Washington sta cercando di estendere le operazioni contro le organizzazioni criminali oltre le rotte marittime, coinvolgendo alcuni Paesi alleati dell’America Latina in missioni congiunte anche sulla terraferma. L’Associated Press riferisce che Pete Hegseth ha indicato Colombia, Guatemala e Honduras tra i Paesi con cui sarebbero state raggiunte intese operative, anche se il Guatemala ha negato di avere sottoscritto un accordo di questo tipo; l’Ecuador conduce già dall’inizio del 2026 missioni congiunte con gli Stati Uniti.
Con l’estensione delle operazioni oltre il mare, l’attacco del 4 ottobre non può più essere letto come un episodio isolato legato alle quattro vittime dell’ultima imbarcazione. Washington sta trasferendo una parte crescente della lotta al narcotraffico dal terreno della polizia e della giustizia penale a quello delle operazioni militari, attribuendo all’esecutivo il potere di individuare le organizzazioni considerate nemiche, definire l’esistenza di un conflitto e autorizzare l’uso della forza contro persone ritenute appartenenti alle reti coinvolte.
La capacità dello Stato di combattere organizzazioni che trafficano enormi quantità di droga non è in discussione; lo è il confine entro il quale quella capacità può trasformarsi nel potere di uccidere senza prima arrestare e processare i sospetti. Dopo almeno 235 morti e settanta attacchi, quel confine non riguarda più soltanto il Caribe. Il tribunale di New York che ha chiesto di leggere il memorandum segreto dovrà ora stabilire fino a che punto il governo possa continuare a tenere riservata la costruzione giuridica sulla quale ha fondato una delle trasformazioni più radicali della politica antidroga americana degli ultimi decenni.
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