SCONTRO DIPLOMATICO

Cisgiordania, Londra colpisce gli insediamenti: Israele chiude il consolato britannico

Il divieto sui prodotti delle colonie apre una crisi diplomatica tra Londra e Tel Aviv, con ritorsioni israeliane sui rapporti con i palestinesi.

Il Regno Unito passa dalle sanzioni contro singoli coloni a misure dirette contro l’economia degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Israele risponde chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est, estromettendo Londra da alcuni dei principali canali di cooperazione sui Territori palestinesi e vietando l’ingresso a parlamentari e funzionari britannici. La decisione britannica si inserisce in un’iniziativa coordinata con Francia e Canada e sostenuta, con modalità diverse, da altri nove Paesi.

Cisgiordania, Londra colpisce gli insediamenti: Israele chiude il consolato britannico

La disputa sugli insediamenti si trasforma così in una riduzione concreta della presenza britannica nei dossier palestinesi, mentre Washington sceglie di non seguire gli alleati nelle nuove sanzioni.

Londra cambia passo

Il governo britannico ha annunciato il divieto di importazione dei beni prodotti negli insediamenti israeliani nei territori occupati e un nuovo regime di sanzioni rivolto anche ad aziende e individui che ne sostengono l’espansione attraverso costruzioni, infrastrutture, finanziamenti o attività immobiliari.

Presentando le misure alla Camera dei Comuni, il ministro degli Esteri Ed Miliband ha legato direttamente la politica commerciale britannica alla posizione giuridica di Londra sull’occupazione. Il governo, ha spiegato, ritiene che l’illegalità dell’occupazione debba riflettersi anche nei rapporti economici con i territori occupati e non considera più accettabile che prodotti provenienti dagli insediamenti arrivino normalmente sul mercato britannico.

La decisione arriva dopo settimane di crescente tensione sulla Cisgiordania. Il 19 agosto Londra aveva convocato l’incaricato d’affari israeliano dopo la pubblicazione della gara per il progetto E1, l’espansione degli insediamenti tra Gerusalemme Est e Maale Adumim che, secondo il governo britannico, rischia di interrompere la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.

Dodici Paesi, misure diverse

L’iniziativa non equivale a un identico pacchetto di sanzioni adottato contemporaneamente da dodici governi. Il comunicato congiunto firmato da Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia prevede infatti percorsi differenti: restrizioni nazionali al commercio con gli insediamenti, sostegno a eventuali misure europee oppure la valutazione di ulteriori provvedimenti secondo le procedure interne di ciascun Paese.

Regno Unito, Francia e Canada hanno assunto l’impegno più netto, annunciando misure nazionali per vietare il commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti. Parigi ha indicato tra le ragioni della scelta l’aumento della violenza dei coloni e l’accelerazione dell’espansione territoriale, mentre l’assenza di una posizione comune dell’Unione europea continua a spingere alcuni governi verso iniziative autonome.

I dodici ministri degli Esteri hanno definito l’espansione degli insediamenti e la violenza in Cisgiordania una minaccia alla soluzione dei due Stati e hanno chiesto al governo israeliano di fermare nuove costruzioni, contrastare gli attacchi dei coloni e indagare sulle accuse rivolte anche alle forze israeliane.

La risposta di Israele

La reazione israeliana ha superato il terreno commerciale. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha annunciato la chiusura del Consolato generale britannico a Gerusalemme Est, la struttura attraverso la quale Londra mantiene da decenni i rapporti con i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania e Gaza.

Non si tratta quindi di una sede diplomatica marginale. Il consolato rappresenta il governo britannico nei rapporti politici, economici e di sicurezza con la parte palestinese e riflette anche la particolare posizione di Londra sullo status di Gerusalemme: il Regno Unito riconosce l’autorità israeliana de facto sulla parte occidentale della città, ma considera Gerusalemme Est territorio occupato e non riconosce la sovranità israeliana sull’intera città.

Saar ha accusato il governo laburista britannico di condurre una politica ostile verso Israele e ha definito le sanzioni un’ingerenza nelle questioni interne dello Stato. Secondo Reuters, le contromisure sono state concordate con il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Londra fuori dai canali palestinesi

Israele ha inoltre deciso di escludere il Regno Unito dalla missione di coordinamento guidata dagli Stati Uniti per Gaza e di interrompere il coinvolgimento britannico nell’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese. A diversi cittadini britannici, compresi esponenti politici, verrà vietato l’ingresso nel Paese; tra i nomi indicati compare l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

La risposta modifica quindi anche strumenti attraverso i quali Londra esercitava influenza sul futuro assetto palestinese. La chiusura del consolato e l’esclusione dai meccanismi di coordinamento rendono lo scontro più profondo di una normale controversia sulle sanzioni: Israele sta rispondendo alla pressione economica riducendo direttamente il ruolo politico britannico sul terreno.

Le relazioni erano già deteriorate dopo il riconoscimento britannico dello Stato palestinese nel 2025 e le precedenti misure adottate contro soggetti coinvolti nell’espansione degli insediamenti. Il nuovo confronto porta quella frattura a un livello ulteriore proprio mentre Israele si avvicina alle elezioni previste per la fine di ottobre.

Washington resta fuori

Gli Stati Uniti non seguiranno Regno Unito, Francia e Canada. Il segretario di Stato Marco Rubio ha escluso l’adesione americana alle nuove sanzioni, pur affermando che Washington non vuole assistere a ulteriori fattori di destabilizzazione in Cisgiordania.

La distanza americana lascia così emergere due approcci differenti tra gli alleati occidentali. Una parte dei governi europei e il Canada hanno scelto di aumentare il costo economico dell’espansione degli insediamenti; Washington continua invece a privilegiare la pressione politica e di sicurezza, evitando per ora misure commerciali analoghe.

Il confronto tra Londra e Israele mostra però quanto rapidamente la questione della Cisgiordania stia uscendo dal perimetro delle condanne diplomatiche. Le restrizioni commerciali colpiscono un volume economico relativamente limitato, ma la risposta israeliana al consolato britannico attribuisce alla decisione un peso politico assai maggiore: lo scontro sugli insediamenti entra direttamente nei rapporti bilaterali e nei meccanismi internazionali costruiti intorno a Gaza e all’Autorità palestinese.

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FOTO: France 24 English / YouTube

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