Dublinanti, l’Europa riapre la rotta verso l’Italia: ora sono sette i Paesi dei trasferimenti

MIGRANTI IN EUROPA

Dublinanti, l’Europa riapre la rotta verso l’Italia: ora sono sette i Paesi dei trasferimenti

Dopo Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia, anche Paesi Bassi e Irlanda si muovono verso la ripresa dei trasferimenti in Italia. Amsterdam applicherà le nuove regole ai migranti entrati dal 12 giugno, mentre Francia e Spagna per ora restano fuori.

Per quasi quattro anni i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” verso l’Italia sono rimasti sostanzialmente congelati. Ora il meccanismo riparte da più fronti contemporaneamente. Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e ora anche Irlanda stanno applicando le nuove regole europee e Roma rischia di ritrovarsi davanti a un flusso opposto a quello normalmente raccontato: persone che hanno lasciato l’Italia e che altri Paesi vogliono riportare indietro.

Nel 2025 l’Italia ha ricevuto oltre 24mila richieste di trasferimento di richiedenti asilo, ma i rientri effettivi sono rimasti pochissimi. Con le nuove regole europee quella distanza può ridursi rapidamente.

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Austria per prima è passata dalle dichiarazioni ai fatti: quattro richiedenti asilo sono già stati trasferiti in Italia utilizzando mezzi di trasporto pubblico. La Svizzera ha programmato i primi trasferimenti dalla fine di agosto. La Finlandia conferma che le procedure sono «in fase di preparazione». La Svezia precisa invece di avere già effettuato trasferimenti verso l’Italia e di voler continuare a farlo. La Germania, che aveva aperto per prima il nuovo confronto con Roma, continua a sostenere che l’applicazione delle regole europee debba riprendere. Ai cinque Paesi si sono aggiunti i Paesi Bassi, che procederanno per gli ingressi successivi al 12 giugno, e ora anche l’Irlanda.

Sette Paesi si stanno quindi muovendo nella stessa direzione. Non significa che migliaia di persone siano già in viaggio verso l’Italia, né esiste al momento un numero complessivo affidabile dei trasferimenti che saranno realmente eseguiti. Il cambiamento riguarda prima di tutto il funzionamento del sistema: procedure rimaste quasi bloccate dal 2022 stanno tornando operative.

Chi sono davvero i “dublinanti”

Il termine è rimasto nel linguaggio politico e giornalistico anche se, dal 12 giugno 2026, il vecchio Regolamento Dublino III è stato sostituito dal Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, l’AMMR, uno dei pilastri del nuovo Patto europeo.

La regola di fondo non è stata cancellata. Chi chiede protezione internazionale non può scegliere liberamente il Paese europeo incaricato di esaminare la domanda. Tra i criteri che determinano la responsabilità ci sono i legami familiari, eventuali visti o permessi di soggiorno e, in molti casi, il primo ingresso irregolare nello spazio europeo. Il nuovo regolamento ribadisce inoltre l’obbligo del richiedente di presentare la domanda nel Paese di primo ingresso o nello Stato che gli ha rilasciato un titolo di soggiorno o un visto.

Il “dublinante”, nella definizione corrente, è quindi spesso una persona arrivata e registrata in Italia che successivamente si sposta, per esempio, in Germania, Austria, Svizzera o Svezia e presenta lì una nuova domanda. Se la responsabilità resta italiana, quello Stato può avviare la procedura per trasferirla nuovamente in Italia.

Non si tratta tecnicamente di un rimpatrio nel Paese d’origine. È un trasferimento tra Stati europei del richiedente asilo verso il Paese competente per la sua domanda.

Nel 2025 all’Italia arrivarono 24mila richieste, ma i trasferimenti erano quasi fermi

I numeri spiegano perché la questione sia tornata improvvisamente delicata. Secondo Eurostat, nel 2025 l’Italia è stata il Paese che ha ricevuto il maggior numero di richieste in entrata nell’ambito del sistema Dublino: 24.152, davanti a Germania, Croazia, Spagna e Grecia. Il dato italiano è una stima ricostruita da Eurostat attraverso le statistiche degli altri Paesi, perché per il 2025 mancavano i dati nazionali completi.

Una richiesta, però, non equivale a un trasferimento.

L’intero sistema europeo mostrava già una distanza enorme tra le due grandezze: nel 2025 sono state registrate 115.625 richieste Dublino in entrata nei Paesi dell’Unione, mentre i trasferimenti effettivamente realizzati sono stati 17.406. Per l’Italia la sproporzione era ancora più marcata a causa della sospensione decisa alla fine del 2022.

Roma aveva comunicato agli altri Stati di non poter più ricevere i richiedenti asilo di propria competenza, motivando la decisione con la saturazione del sistema di accoglienza. Il congelamento ha progressivamente trasformato molte richieste di trasferimento verso l’Italia in procedure destinate a scadere.

La sentenza che ha tolto forza al blocco italiano

A marzo è intervenuta anche la Corte di giustizia dell’Unione europea. Nel caso C-458/24, Daraa, nato proprio da un contenzioso tedesco legato al rifiuto italiano di ricevere richiedenti asilo, la Corte ha stabilito che uno Stato non può liberarsi unilateralmente delle responsabilità previste dal sistema semplicemente annunciando che non accetterà più i trasferimenti.

La responsabilità resta inizialmente allo Stato individuato dalle regole europee. Se però il trasferimento non viene realizzato entro il termine previsto — normalmente sei mesi — la competenza può passare allo Stato che aveva chiesto di eseguirlo. È precisamente quello che per anni ha consentito a numerosi casi destinati all’Italia di rimanere definitivamente nei Paesi del Nord Europa.

La sentenza riguardava il vecchio Regolamento Dublino III. Due mesi dopo, il 12 giugno, è entrato pienamente in applicazione l’AMMR.

Il nuovo sistema punta esplicitamente a rendere più veloci le procedure, ridurre i movimenti secondari e rendere più difficile lasciare semplicemente scadere i trasferimenti. Se una persona si sottrae alla procedura, per esempio, il periodo durante il quale può essere trasferita può arrivare fino a tre anni, contro i 18 mesi previsti dal precedente sistema. Anche la responsabilità collegata all’ingresso irregolare è stata estesa da 12 a 20 mesi.

Bruxelles aveva già avvertito l’Italia

Il problema non è arrivato all’improvviso. Il 16 luglio, appena un mese dopo l’entrata in applicazione del Patto, la Commissione europea aveva pubblicato una prima verifica sul funzionamento delle nuove regole. Su Italia, Grecia, Spagna e Cipro, Bruxelles aveva valutato quanto concretamente stessero ripartendo i trasferimenti.

Per l’Italia il giudizio era interlocutorio: progressi tecnici significativi, sistemi informatici aggiornati, personale formato, ma ancora nessuna ripresa effettiva dei trasferimenti. Tra il 12 giugno e il 7 luglio erano state presentate 12 richieste di trasferimento e l’Italia le aveva respinte. La Commissione ricordava che, con l’AMMR, il Paese ricevente non può semplicemente rifiutare il trasferimento: deve eventualmente proporre una data alternativa.

Bruxelles tornerà a valutare la situazione in ottobre. Austria, Germania, Finlandia e Svezia stanno sostanzialmente anticipando quella verifica con una posizione comune nei fatti: le regole sono entrate in vigore e devono funzionare anche quando il Paese responsabile è l’Italia. Da oggi anche i Paesi Bassi si collocano sulla stessa linea, limitando però espressamente la ripresa ai casi successivi al 12 giugno.

Germania e Italia litigano anche sulla data dello spartiacque

Il confronto più delicato resta quello con Berlino. La Germania sostiene che la piena applicazione delle regole sui trasferimenti verso Italia e Grecia fosse già stata concordata nel 2025 in vista dell’entrata in vigore del nuovo sistema europeo. Il ministero dell’Interno tedesco si è detto persino «sorpreso» dalle obiezioni italiane.

Roma contesta soprattutto alcuni casi precedenti al 12 giugno. Il governo italiano considera le situazioni pregresse comprese nell’intesa raggiunta con Berlino alla fine del 2025 e sostiene quindi che non possano essere semplicemente riaperte con l’entrata in vigore dell’AMMR. La Germania interpreta diversamente l’accordo.

Uno dei primi casi, quello di una giovane somala destinata al trasferimento in Italia, è stato temporaneamente bloccato dopo che una comunità evangelica di Norimberga le ha concesso asilo ecclesiastico. Il contenzioso politico rimane aperto.

Dalla Svizzera potrebbero arrivare centinaia di casi, non migliaia

Anche sui numeri serve cautela.

La Svizzera conta 3.784 casi Dublino pendenti, ma secondo la Segreteria di Stato della migrazione soltanto 652 potrebbero concretamente riguardare trasferimenti verso l’Italia. Berna prevede una ripresa graduale e ha già pianificato i primi voli dalla fine di agosto.

La Svizzera, pur non appartenendo all’Unione europea, partecipa al sistema Dublino insieme a Norvegia, Islanda e Liechtenstein e ha recepito le parti del nuovo Patto che costituiscono sviluppo dell’acquis Schengen-Dublino.

Per Finlandia e Svezia non sono ancora stati comunicati numeri complessivi. Helsinki afferma esplicitamente che sta preparando i trasferimenti. Stoccolma precisa che per la Svezia non si tratta nemmeno di una vera inversione di rotta: alcuni trasferimenti verso l’Italia sono già avvenuti e con il nuovo Patto il meccanismo starebbe semplicemente funzionando meglio.

I Paesi Bassi hanno scelto invece una linea netta sulla data di applicazione. Il governo olandese procederà con i trasferimenti verso l’Italia per chi è entrato dopo il 12 giugno, mentre i casi precedenti resteranno esclusi. Il ministro per l’Asilo Bart van den Brink, che questa settimana ha incontrato Matteo Piantedosi, ha sintetizzato la scelta spiegando che Amsterdam intende ripartire con il nuovo sistema senza riaprire il pregresso.

L’ingresso dell’Irlanda nel gruppo ha per ora un peso soprattutto politico, ma anche Dublino ha un arretrato che mostra perché la ripresa del meccanismo conta. Nel 2025 le autorità irlandesi hanno inviato 94 richieste di trasferimento verso l’Italia; Roma ne aveva accettate 23, ma nessuno di quei trasferimenti risulta poi essere stato effettivamente eseguito. Il vecchio sistema produceva quindi anche tra Irlanda e Italia la stessa distanza tra decisioni formali e spostamenti reali che il nuovo Patto punta a ridurre.

Francia e Spagna, per ora, non seguono gli altri

Non esiste dunque un fronte europeo compatto contro Roma. Francia e Spagna hanno fatto sapere che per il momento non intendono unirsi alla linea seguita dagli altri Paesi. Parigi mantiene una fase di collaborazione con l’Italia, mentre Madrid preferisce affrontare la questione attraverso i meccanismi di solidarietà previsti dal nuovo Patto.

La distinzione conta perché il Patto europeo contiene due principi che operano contemporaneamente.

Da una parte resta la responsabilità dello Stato competente per la domanda di asilo. Dall’altra viene introdotta una solidarietà obbligatoria ma flessibile verso i Paesi sottoposti a pressione migratoria: gli altri Stati possono contribuire attraverso ricollocamenti, contributi finanziari oppure misure operative.

Il nuovo sistema non prometteva quindi all’Italia la cancellazione della regola del primo ingresso. Prometteva di compensarne il peso attraverso la solidarietà europea, pretendendo contemporaneamente che Roma rispettasse le proprie responsabilità.

Per gli Stati che partecipano al Fondo europeo Asilo, migrazione e integrazione è previsto anche un contributo di 10.000 euro per ogni persona trasferita nel Paese competente, uno degli strumenti con cui il nuovo sistema cerca di rendere effettivi i trasferimenti.

Meloni respinge l’idea del “boomerang”

Giorgia Meloni respinge la lettura secondo cui il ritorno dei dublinanti dimostrerebbe il fallimento della strategia italiana sul nuovo Patto. La presidente del Consiglio sostiene che le nuove regole tutelino maggiormente proprio gli Stati di primo ingresso, anche attraverso procedure più rapide e il rafforzamento del principio del Paese terzo sicuro, e ricorda che dal 2023 l’Italia ha respinto circa 80 mila richieste di presa in carico provenienti dagli altri Stati membri.

La rivendicazione del governo non cancella però il punto centrale emerso in queste settimane. Il nuovo Patto offre all’Italia strumenti di solidarietà e nuove possibilità sui rimpatri, ma contemporaneamente rende più difficile sottrarsi alle responsabilità attribuite dalle regole europee. L’arrivo dei primi trasferimenti e l’allargamento a sette Paesi non dimostrano quindi, da soli, né un “boomerang” né una vittoria del governo: mostrano piuttosto che le due componenti del Patto stanno cominciando a funzionare contemporaneamente.

Il problema per l’Italia non sono ancora quattro persone

I quattro richiedenti arrivati dall’Austria non mettono certamente sotto pressione il sistema italiano. Nemmeno i primi voli svizzeri o i singoli casi tedeschi cambiano da soli gli equilibri dell’accoglienza.

Il segnale politico è molto più grande dei numeri iniziali.

Per anni l’Italia ha potuto sostenere che l’assenza di capacità ricettiva impedisse materialmente il ritorno dei richiedenti asilo. Il nuovo regolamento, la sentenza della Corte di giustizia e la pressione crescente degli altri Paesi rendono quella posizione molto più difficile da mantenere.

Restano da capire le dimensioni effettive del fenomeno. I 24.152 casi richiesti all’Italia nel 2025 non possono essere trasformati automaticamente in 24.152 persone destinate a tornare, così come gli 11.745 casi Dublino registrati dalla Germania nel primo semestre 2026 riguardano diversi possibili Paesi responsabili e non soltanto l’Italia.

Ma il rapporto tra richiesta e trasferimento potrebbe cambiare profondamente.

Il sistema precedente produceva decine di migliaia di pratiche e pochissimi spostamenti reali. Il Patto del 2026 è stato costruito anche per ridurre quella distanza.

Per l’Italia significa scoprire l’altra faccia della riforma europea sull’immigrazione: chiedere solidarietà agli altri Stati continua a essere possibile, ma accettare i richiedenti di propria competenza torna a essere parte dello stesso accordo.

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FOTO: © TGCOM24 / YouTube – frame da video

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