LA DIPLOMAZIA DEL RICATTO

Trump minaccia chi aiuta l’Iran, quattro governi europei avvertono chi costruisce E1: la diplomazia passa dal portafoglio

Washington promette conseguenze economiche a chi offre una «via di salvezza» a Teheran. Francia, Germania, Italia e Regno Unito invitano le imprese a non partecipare ai bandi israeliani in Cisgiordania. Misure diverse, ma con un elemento comune: colpire anche chi rende possibile la scelta contestata.

Nel giro di poche ore Donald Trump e quattro governi europei hanno scelto la pressione economica per intervenire su due crisi completamente diverse. Washington vuole isolare l’Iran rendendo più costoso aiutarlo. Roma, Parigi, Berlino e Londra provano a scoraggiare le imprese interessate ai cantieri israeliani di E1. Non sono misure equivalenti, ma raccontano lo stesso cambiamento nel modo di esercitare pressione internazionale.

Trump minaccia chi aiuta l’Iran, quattro governi europei avvertono chi costruisce E1: la diplomazia passa dal portafoglio
Trump minaccia chi offre ossigeno economico all’Iran, quattro governi europei avvertono chi partecipa ai cantieri israeliani di E1. Cambiano gli obiettivi, ma il messaggio comincia ad assomigliarsi: «Se li aiuti, il prezzo può pagarlo anche tu».

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Donald Trump ha annunciato una nuova offensiva economica contro l’Iran e ha esteso il messaggio ben oltre Teheran. Paesi, banche, imprese e strutture che continueranno a garantire alla Repubblica islamica canali economici rischiano conseguenze da parte degli Stati Uniti.

L’obiettivo non è soltanto comprimere direttamente l’economia iraniana. Washington vuole rendere meno conveniente anche per gli altri mantenerla collegata ai mercati internazionali.

Nelle stesse ore Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno chiesto a Israele di fermare il progetto E1 in Cisgiordania. La nota contiene però un passaggio che va oltre la consueta condanna diplomatica: i quattro governi invitano le imprese a non partecipare ai bandi e richiamano i possibili rischi legali e reputazionali legati alla costruzione degli insediamenti.

Il bersaglio cambia, così come cambiano dimensione e natura delle misure. Il principio operativo presenta però una somiglianza evidente: fare pressione non soltanto sul governo che prende una decisione, ma anche sui soggetti necessari per attuarla.

Se aiutare qualcuno diventa troppo costoso

Le sanzioni economiche non sono certo una novità nella politica internazionale. La differenza sta nella capacità crescente di estenderne gli effetti a soggetti che non sono direttamente parte del conflitto.

Nel caso iraniano, Washington punta sugli interlocutori economici di Teheran. L’Iran può resistere alle sanzioni finché continua a vendere petrolio, ricevere pagamenti, utilizzare intermediari e mantenere rapporti commerciali con altri Paesi.

Per gli Stati Uniti diventa quindi decisivo modificare il calcolo di quei partner.

Una banca può essere disposta a lavorare con l’Iran. Un’impresa può voler continuare a esportare. Un governo può ritenere conveniente mantenere aperti determinati scambi. Ma quella convenienza cambia se dall’altra parte compare il rischio di perdere accesso al mercato americano, ai circuiti finanziari o ai rapporti con Washington. Trump ha scelto una definizione esplicita: guerra economica.

Non punta soltanto a togliere risorse all’Iran. Punta a ridurre il numero di soggetti disposti a fornirgliele.

E1, la pressione europea arriva alle imprese

Sul progetto israeliano E1 il meccanismo è più limitato. Francia, Germania, Italia e Regno Unito non hanno annunciato una campagna economica contro Israele. Hanno contestato un progetto specifico e si sono rivolti alle imprese che potrebbero partecipare alla sua realizzazione.

E1 prevede migliaia di abitazioni nell’area compresa tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim. Per i governi europei, costruire in quel corridoio comprometterebbe ulteriormente la continuità territoriale palestinese e renderebbe ancora più difficile una futura soluzione a due Stati.

Israele può approvare un piano urbanistico e pubblicare un bando. Per trasformarlo in quartieri servono però società di costruzione, fornitori, finanziamenti, assicurazioni e contratti.

L’avvertimento europeo interviene su questo passaggio. Alle aziende non viene detto soltanto che il progetto è politicamente contestato. Viene ricordato che parteciparvi può comportare conseguenze legali e reputazionali. La pressione diplomatica entra così direttamente nella valutazione economica dell’impresa.

Due misure diverse, una leva sempre più utilizzata

Mettere sullo stesso piano Washington e i quattro governi europei sarebbe sbagliato.

Trump minaccia conseguenze molto più ampie contro soggetti e Paesi che continuino ad aiutare economicamente l’Iran. La posizione europea riguarda invece imprese coinvolte in uno specifico progetto di insediamento e viene motivata con il diritto internazionale e con la tutela della soluzione a due Stati.

Cambiano obiettivi, scala e fondamento politico.

Resta però un dato comune: il rapporto con un terzo soggetto viene utilizzato per condizionare quello con il destinatario principale della pressione. Un metodo che è particolarmente efficace nelle economie interconnesse.

Un Paese può decidere di ignorare una protesta diplomatica. È più difficile ignorare la fuga di un investitore, il rifiuto di una banca, la rinuncia di un fornitore o la perdita di un mercato.

Per questo la pressione economica tende ad allargarsi. Non riguarda più soltanto chi subisce formalmente una sanzione. Coinvolge chi commercia con lui, chi lo finanzia, chi trasporta le sue merci o chi partecipa materialmente a un progetto contestato.

Il confine tra sanzione e ricatto dipende anche da chi lo traccia

Ogni governo attribuisce una legittimità diversa agli strumenti che utilizza.

Washington considera la pressione economica sull’Iran parte della propria strategia contro Teheran. Francia, Germania, Italia e Regno Unito sostengono che il progetto E1 contrasti con il diritto internazionale e con la prospettiva di due Stati.

Le ragioni politiche e giuridiche non sono intercambiabili. Per chi deve decidere se mantenere un rapporto economico, però, il problema può diventare molto concreto: valutare quale relazione sia più importante e quale rischio sia disposto ad assumersi.

Questo è uno degli effetti meno raccontati della competizione geopolitica contemporanea.

Il potere non si misura soltanto nella capacità di imporre direttamente una decisione. Conta anche la capacità di convincere gli altri che continuare a fare affari con qualcuno non conviene più.

Trump lo sta facendo con l’Iran attraverso una pressione dichiaratamente aggressiva. I quattro governi europei utilizzano una leva molto più circoscritta nei confronti delle imprese interessate a E1.

Il linguaggio è diverso. Anche gli strumenti lo sono. Ma il denaro, ancora una volta, parla più forte di molti comunicati diplomatici.

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FOTO: Frames dai canali YouTube © The White House / Euronews

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