Ebola, oltre 7.000 casi in Congo: il virus raggiunge una settima provincia
Operatori sanitari impegnati nelle procedure di protezione durante la risposta all’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo. © Channel 4 News/YouTube

EMERGENZA EBOLA

Ebola, oltre 7.000 casi in Congo: il virus raggiunge una settima provincia

L’epidemia di Bundibugyo è ormai la più grave mai registrata nella Repubblica democratica del Congo. Un caso confermato nel South Ubangi allarga il fronte a nord-ovest, mentre personale e fondi non bastano a sostenere la risposta.

L’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo ha superato 7.000 casi confermati e continua ad allargarsi. I dati diffusi venerdì dal governo indicano 7.022 infezioni e 3.398 morti, con il virus individuato per la prima volta anche nel South Ubangi, provincia nord-occidentale distante centinaia di chilometri dalle aree orientali nelle quali l’epidemia ha avuto origine. È ormai la peggiore epidemia di Ebola nella storia del Paese e la seconda più grande mai registrata al mondo dopo quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.

Il numero dei casi continua a crescere, ma è l’allargamento geografico a rendere più difficile il controllo: l’Ebola non resta più confinata all’est del Congo e costringe la risposta sanitaria a inseguire nuovi focolai su un territorio enorme.

Un caso a centinaia di chilometri dall’epicentro

Nel South Ubangi è risultato positivo un uomo di 23 anni morto l’8 settembre. Secondo le autorità congolesi, aveva lasciato il South Kivu il 10 luglio, trascorso un periodo all’estero e poi fatto ritorno nel Paese prima di raggiungere la provincia nord-occidentale, che confina con la Repubblica del Congo e la Repubblica Centrafricana. Le operazioni di tracciamento dei contatti sono già iniziate.

Il ritrovamento del virus in una nuova provincia non significa ancora che nel South Ubangi sia iniziata una catena di trasmissione autonoma, ma mostra quanto la mobilità delle persone possa trasportare l’infezione ben oltre le aree nelle quali circola con maggiore intensità.

Fino al 7 settembre l’Organizzazione mondiale della sanità registrava 6.757 casi confermati e 3.267 morti nel solo Congo, distribuiti in 61 zone sanitarie di sei province. In poco più di due settimane erano stati aggiunti quasi mille casi. L’Ituri rimaneva di gran lunga l’epicentro, con oltre 5.400 infezioni confermate.

Quasi un malato su due muore

La letalità osservata resta altissima. Nei dati OMS aggiornati al 7 settembre, il 48,3% dei casi confermati in Congo era risultato fatale. L’organizzazione attribuisce il dato anche ai ritardi nell’individuazione dei malati, alle difficoltà di accesso alle cure e all’impossibilità di interrompere rapidamente le catene di contagio in molte delle aree colpite.

A rendere tutto più complicato contribuisce il contesto dell’est congolese: insicurezza, sfollamenti, comunità minerarie, insediamenti sovraffollati, carenze di acqua e servizi sanitari. In alcune zone i team sanitari faticano perfino a raggiungere i pazienti o a ricostruirne i contatti.

Il ceppo responsabile è Bundibugyo, diverso dallo Zaire ebolavirus che ha provocato molte delle epidemie più note degli ultimi decenni. L’OMS continua a classificare l’epidemia come emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, status dichiarato a maggio e confermato ad agosto.

Mancano personale, posti letto e fondi

Alla crescita dei contagi si accompagna una difficoltà sempre più evidente nel sostenere la risposta. L’OMS stima che siano già stati predisposti quasi 1.400 posti letto in 59 centri di trattamento, ma ne servirebbero altri 1.600. Per arrivare alla capacità prevista di 3.000 letti sarebbero necessari circa 9.000 operatori sanitari, quindi almeno 5.000 assunzioni e formazioni aggiuntive.

Anche i costi sono enormi. Gestire un centro Ebola da 50 posti può richiedere circa 500.000 dollari, mentre il piano di risposta del governo congolese prevede 1,3 miliardi di dollari nei prossimi sei mesi. L’OMS segnala però una carenza di organizzazioni internazionali in grado di assumere la gestione dei centri e collega parte della difficoltà ai tagli più ampi subiti dai finanziamenti umanitari.

Kinshasa, OMS e Africa CDC hanno già varato un piano rivisto di 180 giorni per decentralizzare la risposta e portarla più vicino alle comunità colpite. Ma il virus continua a spostare più lontano il fronte dell’emergenza, costringendo il Congo a inseguirlo su distanze sempre maggiori mentre personale, strutture e fondi diventano sempre più difficili da reperire.

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