Gas, l’Europa teme l’inverno: l’Italia parte avanti
Una nave metaniera attraccata a un terminale GNL con i serbatoi di stoccaggio: l’Europa entra verso l’inverno con riserve inferiori alla media, mentre cresce il peso delle forniture alternative.

LA PROVA DELL’INVERNO

Gas, l’Europa teme l’inverno: l’Italia parte avanti

Le riserve europee sono ai livelli più bassi da tredici anni, mentre Germania, Olanda e Regno Unito arrivano all’autunno particolarmente esposti. L’Italia ha già riempito circa l’80% dei depositi, ma la crisi di Hormuz e il crollo delle forniture qatariote possono ancora pesare sui prezzi.

L’Europa ha più terminali, più fornitori e consuma meno gas rispetto alla crisi del 2022, ma entra verso l’inverno con depositi insolitamente scarichi e un mercato mondiale del GNL reso molto più stretto dalla guerra con l’Iran. L’Italia parte da una posizione migliore, anche se una stagione molto fredda trasformerebbe rapidamente il vantaggio delle scorte in una corsa alle forniture alternative.

L’Italia ha già nei depositi molto più gas della media europea, ma 29 carichi del Qatar destinati a Edison sono stati cancellati: il vero rischio dell’inverno potrebbe non essere restare senza energia, bensì doverla comprare molto più cara.

L’Europa arriva all’autunno con i depositi scarichi

Mentre le temperature estive rendono ancora lontana l’idea dei riscaldamenti accesi, il mercato europeo del gas sta già facendo i conti con l’inverno. Nell’ultima settimana di agosto gli stoccaggi dell’Unione risultano pieni per circa il 63%, contro livelli intorno all’80% registrati nello stesso periodo negli anni recenti. Secondo l’analisi riportata da Adnkronos, mantenendo l’attuale ritmo di riempimento l’Europa potrebbe affrontare la stagione fredda con riserve inferiori di circa un quinto rispetto alla media degli ultimi cinque anni e ai livelli più bassi dal 2013.

Il dato non equivale a una previsione di carenza, perché dopo la crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina l’Europa ha moltiplicato i terminali per il gas naturale liquefatto, ridotto i consumi e diversificato profondamente le proprie forniture. Ma significa che il margine disponibile per assorbire un inverno particolarmente freddo, un nuovo problema sulle rotte internazionali o un aumento improvviso della domanda è diventato molto più stretto. L’Agenzia internazionale dell’Energia indica proprio nella combinazione tra basse scorte e temperature rigide uno dei principali rischi dei prossimi mesi.

Il quadro è inoltre molto diverso da Paese a Paese. La Germania, che dispone della maggiore capacità di stoccaggio del continente, ha depositi poco sopra il 50%; Reuters indicava venerdì un livello del 51,64%, contro il 76% registrato un anno prima. Belgio e Paesi Bassi si trovano rispettivamente intorno al 51% e al 45%, mentre il Regno Unito continua a essere particolarmente vulnerabile per la scarsissima capacità interna di accumulo.

L’Italia entra nell’inverno da una posizione diversa

In questa geografia delle riserve l’Italia costituisce una delle eccezioni più evidenti. I depositi hanno già raggiunto circa l’80% della capacità, un livello nettamente superiore alla media europea e che colloca il Paese insieme alla Polonia tra quelli arrivati più preparati alla fase finale della campagna di riempimento.

È una protezione importante perché durante i mesi più freddi gli stoccaggi non servono soltanto a garantire una riserva d’emergenza, ma diventano una componente ordinaria del sistema: quando la domanda aumenta, il gas accumulato durante l’estate viene progressivamente immesso nella rete e riduce la quantità che deve essere acquistata giorno per giorno sui mercati internazionali.

Avere depositi più pieni significa quindi entrare nell’inverno con maggiore capacità di assorbire un eventuale shock, ma non rende l’Italia indipendente da quello che accade nel resto del mercato europeo. Il gas circola attraverso una rete interconnessa, i prezzi vengono determinati su mercati comuni e soprattutto una parte consistente delle forniture italiane continua ad arrivare dall’estero.

Il problema che nel 2022 non c’era si chiama Qatar

La differenza più importante rispetto agli ultimi inverni arriva dal Golfo. Prima della guerra il Qatar forniva circa un quinto del GNL mondiale, ma le difficoltà di navigazione attraverso Hormuz e gli attacchi che hanno interessato le rotte regionali hanno fatto precipitare le esportazioni qatariote del 96%: nei primi sei mesi del conflitto sono partiti appena 18 carichi, contro 509 nello stesso periodo dell’anno precedente.

Per l’Italia questa non è una variabile lontana. Edison dispone di un contratto di lungo periodo con QatarEnergy per 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, equivalenti a circa il 10% dei consumi nazionali, ma venerdì la compagnia qatariota ha prorogato fino ai primi di novembre la sospensione delle consegne. Dall’inizio della crisi sono ormai 29 i carichi cancellati, per circa 3,8 miliardi di metri cubi di gas. Edison ne ha già sostituiti 21 acquistando volumi alternativi, soprattutto attraverso il mercato del GNL.

Rispetto alla grande emergenza del 2022, l’Europa dispone oggi di una rete di approvvigionamento molto più flessibile: la dipendenza da poche grandi pipeline è diminuita, sono aumentate le capacità di rigassificazione e il GNL può essere acquistato dagli Stati Uniti, dall’Africa e da altri produttori per sostituire almeno in parte i volumi che vengono meno. Le esportazioni americane di GNL sono infatti cresciute del 23% nel 2026, contribuendo ad assorbire parte del vuoto lasciato dal Qatar, ma questa maggiore possibilità di scelta non mette il continente al riparo dalle conseguenze economiche della crisi, perché ogni fornitura sostitutiva deve essere acquistata su un mercato internazionale diventato più competitivo e quindi più costoso.

La questione dell’inverno europeo si sposta così dalla disponibilità fisica del gas al prezzo necessario per assicurarselo, soprattutto se una stagione particolarmente fredda dovesse aumentare contemporaneamente la domanda in Europa e in Asia.

Se farà freddo, Europa e Asia si contenderanno gli stessi carichi

Quando un cargo di GNL lascia gli Stati Uniti non è automaticamente destinato all’Europa. Può essere venduto in Asia se un compratore giapponese, sudcoreano o cinese è disposto a offrire di più, e lo stesso meccanismo vale per buona parte dell’offerta mondiale disponibile.

La crisi qatariota ha quindi trasformato quello che in condizioni normali sarebbe stato un sistema di sicurezza in una competizione internazionale per una quantità più ridotta di gas. I prezzi del GNL in Europa e Asia sono già tornati sui livelli più elevati dal 2022-2023, mentre una parte degli operatori europei ha rallentato gli acquisti estivi proprio perché riempire i depositi ai prezzi correnti risultava poco conveniente.

Un inverno mite consentirebbe all’Europa di assorbire più facilmente il ritardo negli stoccaggi e la riduzione delle forniture qatariote. Una sequenza prolungata di temperature rigide cambierebbe invece rapidamente il quadro, accelerando il prelievo dai depositi proprio mentre Europa e Asia tornerebbero a contendersi gli stessi carichi di GNL sul mercato internazionale. In quel caso la disponibilità fisica del gas resterebbe solo una parte del problema, perché la pressione si trasferirebbe quasi immediatamente sui prezzi e sul costo necessario per assicurarsi nuove forniture.

L’Italia è più protetta, non è un’isola

Con depositi intorno all’80%, collegamenti con Algeria, Azerbaigian e Nord Europa, terminali di rigassificazione e una rete di approvvigionamento molto più diversificata rispetto a pochi anni fa, l’Italia affronta l’inverno da una posizione decisamente migliore rispetto a Germania, Paesi Bassi o Regno Unito.

La cancellazione delle forniture qatariote dimostra però quanto rapidamente possa cambiare l’equilibrio. Edison è riuscita finora a reperire sul mercato gran parte dei volumi mancanti, ma farlo significa acquistare gas alternativo nello stesso mercato sul quale dovranno presentarsi gli altri Paesi europei se le loro riserve si riveleranno insufficienti.

Per questo l’inverno 2026-27 difficilmente può essere raccontato semplicemente come il ritorno dello spettro del 2022. L’Europa dispone oggi di più strumenti per evitare una vera carenza, ma parte con meno gas nei depositi proprio mentre uno dei maggiori esportatori mondiali è quasi scomparso dal mercato.

L’Italia ha costruito un cuscinetto molto più spesso degli altri. Se l’inverno sarà mite potrebbe bastare a tenerla lontana dalle tensioni peggiori; se il freddo aumenterà rapidamente i consumi, il problema non sarà soltanto quanto gas abbiamo immagazzinato, ma quanto dovremo pagare quello che ancora ci servirà.

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