Islanda, perché torna a guardare all’Europa
La bandiera islandese a Reykjavik nel giorno del referendum sulla riapertura dei negoziati di adesione all’Unione europea.

Islanda, perché torna a guardare all’Europa

Dopo tredici anni Reykjavik rimette sul tavolo l’ingresso nell’Unione europea. Dietro il referendum ci sono tassi all’8%, pesca, costo della vita e la nuova instabilità dell’Artico.

L’Islanda è già dentro il mercato unico e Schengen, ma resta fuori dalle istituzioni che decidono le regole che applica. Il referendum di oggi non stabilisce l’ingresso nell’Unione europea: decide se riaprire un negoziato abbandonato nel 2013, quando Bruxelles sembrava molto meno necessaria di quanto appaia oggi.

Per anni la corona, la pesca e la sovranità hanno tenuto l’Islanda lontana dall’Unione. Adesso inflazione, mutui costosi e tensioni nell’Artico stanno cambiando il peso di quella scelta.

Non è ancora un voto sull’ingresso nell’Unione europea

Gli islandesi hanno votato sabato sulla riapertura dei negoziati di adesione all’Unione europea e, alla chiusura dei seggi, il Paese resta diviso quasi perfettamente a metà. Lo scrutinio è iniziato nella notte, dopo una campagna segnata da tassi all’8%, costo della vita, pesca, sicurezza artica e da una mobilitazione euroscettica che ha portato in piazza a Reykjavik anche il movimento Áfram Ísland. Il referendum non decide l’ingresso nell’UE, ma se riaprire il negoziato abbandonato nel 2013

È una distinzione importante perché consente agli elettori favorevoli al negoziato di sostenere che oggi non si stia cedendo sovranità, ma soltanto chiedendo a Bruxelles quali condizioni sarebbe disposta a concedere all’Islanda. Dall’altra parte, il fronte contrario teme che la riapertura della trattativa avvii un processo politico difficile da fermare e riporti immediatamente al centro questioni che il Paese considera vitali, a cominciare dalla gestione delle proprie acque e delle risorse ittiche.

L’equilibrio è talmente fragile che gli ultimi sondaggi hanno fotografato due Paesi diversi a distanza di pochi giorni. Una rilevazione Maskina aveva indicato il 51,3% favorevole alla riapertura dei negoziati contro il 48,7% contrario; il Gallup diffuso venerdì ha rovesciato il quadro, con il 51,6% contrario e il 48,4% favorevole. Il referendum è quindi arrivato al voto senza un favorito reale.

L’opposizione al ritorno al tavolo con Bruxelles non è rimasta confinata ai partiti. Nei giorni precedenti il voto il movimento Áfram Ísland ha portato in piazza a Reykjavik i contrari alla ripresa dei negoziati, raccogliendo soprattutto le paure legate alla perdita di controllo sulla pesca, alla sovranità nazionale e alla possibilità che un nuovo negoziato finisca per trasformarsi, politicamente, in una strada difficile da interrompere.

L’Europa che l’Islanda aveva lasciato nel 2013 non è più la stessa

Reykjavik aveva presentato domanda di adesione nel 2009, quando il collasso del proprio sistema bancario aveva mostrato con particolare brutalità quanto potesse essere vulnerabile una piccola economia aperta e dotata di una valuta nazionale. Quattro anni dopo, con il ritorno al governo delle forze euroscettiche e con l’emergenza finanziaria ormai meno pressante, il processo venne congelato.

Da allora l’Islanda ha continuato a vivere in una posizione europea molto particolare. Fa parte dello Spazio economico europeo, partecipa al mercato unico, aderisce a Schengen e all’EFTA insieme a Norvegia e Liechtenstein. Una parte considerevole delle norme europee entra quindi già nella legislazione islandese, ma Reykjavik non ha commissari, eurodeputati o ministri con diritto di voto quando quelle regole vengono definite.

Per molti anni questo compromesso è apparso conveniente: accesso al mercato europeo senza appartenenza politica piena, mantenimento della corona e soprattutto controllo nazionale sulle risorse marine. Il contesto nel quale quel compromesso era stato costruito si è però deteriorato. La guerra in Ucraina ha restituito valore strategico al Nord Atlantico, la competizione nell’Artico è aumentata e le ripetute pressioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno reso meno astratta, anche per gli islandesi, la domanda su quale spazio possa avere un piccolo Stato quando le grandi potenze tornano a contendersi territori e rotte.

Mutui e costo della vita pesano quanto la geopolitica

La campagna elettorale, tuttavia, si è giocata molto meno sulle mappe dell’Artico che sui conti delle famiglie islandesi. Il tasso ufficiale della banca centrale è ancora all’8%, contro il 2,25% della Banca centrale europea, e anni di inflazione hanno reso particolarmente pesanti mutui e finanziamenti. I sostenitori del sì vedono nell’adesione all’Unione, e in prospettiva nella possibilità di adottare l’euro, uno strumento per ridurre la volatilità della corona e portare il costo del denaro verso livelli più vicini a quelli dell’Eurozona.

Non esiste però alcun automatismo tra ingresso nell’UE e soluzione dei problemi economici islandesi. Anche una parte degli economisti favorevoli al negoziato riconosce che Bruxelles non eliminerebbe le fragilità strutturali del Paese; l’argomento del sì è piuttosto che una valuta più stabile e un’integrazione politica più profonda possano creare condizioni migliori per affrontarle.

Gli oppositori ribaltano il ragionamento. La leader del Partito dell’Indipendenza, Gudrun Hafsteinsdottir, sostiene che inflazione, abitazioni costose e tassi elevati siano problemi che la politica islandese deve risolvere da sola e che attribuire all’Unione europea una capacità quasi terapeutica significhi sottovalutare il prezzo dell’adesione. La corona, per il fronte del no, continua inoltre a offrire uno strumento di adattamento importante per un’economia piccola, fortemente esposta al turismo, all’energia e alle esportazioni.

La pesca resta la linea rossa

Sul tavolo dei negoziati tornerebbe inevitabilmente la questione che contribuì a bloccarli già oltre un decennio fa. La pesca non rappresenta soltanto un settore economico fondamentale per l’Islanda: è una parte della sua identità politica e della storia attraverso cui il Paese ha costruito la propria sovranità.

La politica comune europea della pesca prevede una gestione condivisa delle risorse e quote determinate anche sulla base delle attività storiche nelle diverse acque. Alcuni funzionari islandesi ritengono che Reykjavik potrebbe negoziare condizioni molto favorevoli, anche perché le flotte dei Paesi UE non pescano nelle acque islandesi da decenni; gli oppositori temono invece che qualsiasi compromesso iniziale possa essere modificato in seguito e che l’ingresso nell’Unione apra prima o poi l’accesso a risorse che l’Islanda considera esclusivamente proprie.

È una controversia che rende il dossier islandese molto diverso dalle altre candidature europee. Bruxelles non deve chiedere a Reykjavik le trasformazioni istituzionali richieste a Ucraina o Balcani occidentali: gran parte della legislazione comunitaria è già stata recepita e il Paese dispone di istituzioni ed economia pienamente compatibili con gli standard europei. Il negoziato potrebbe quindi procedere rapidamente proprio sulle questioni tecniche, mentre rischierebbe di concentrarsi duramente su pochi interessi nazionali molto sensibili.

Un piccolo Paese in uno dei punti più strategici dell’Atlantico

L’Islanda non possiede un esercito ma appartiene alla NATO e occupa una posizione geografica che è tornata centrale nella sicurezza occidentale. Si trova nel cosiddetto GIUK gap, il corridoio marittimo tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito attraverso il quale devono transitare le unità russe che dal Nord cercano accesso all’Atlantico. Con il ritorno della competizione militare nell’Artico e nel Nord Atlantico, la collocazione dell’isola vale oggi molto più di quanto valesse negli anni in cui il negoziato europeo venne accantonato.

Anche per Bruxelles l’eventuale adesione avrebbe quindi un significato che supera largamente i circa 400 mila abitanti dell’Islanda. L’Unione estenderebbe la propria presenza politica nell’Artico, rafforzerebbe il proprio peso nel Nord Atlantico e incorporerebbe un Paese già profondamente integrato nelle strutture economiche europee.

Per Reykjavik il calcolo è speculare. Essere piccoli aveva consentito per anni di mantenere una notevole libertà di movimento tra Europa e Atlantico; in un sistema internazionale più conflittuale, la stessa dimensione può essere percepita come una vulnerabilità. Le pressioni americane sulla Groenlandia hanno contribuito a riportare questa considerazione dentro un dibattito che fino a pochi anni fa sembrava dominato quasi esclusivamente da valuta e pesca.

L’Islanda decide se tornare al tavolo

Qualunque sia il risultato delle urne, l’Islanda non entrerà nell’Unione europea domani. Una vittoria del sì aprirebbe un negoziato e lascerebbe agli elettori la decisione definitiva dopo aver conosciuto condizioni, deroghe e compromessi ottenuti da Bruxelles; una vittoria del no potrebbe invece archiviare il dossier per molti anni, tanto che la premier Kristrun Frostadottir ha presentato il referendum come un momento nel quale chiarire definitivamente la posizione del Paese.

Il significato politico del voto è già evidente prima dello scrutinio. Nel 2013 l’Islanda poteva permettersi di considerare l’adesione europea soprattutto come una questione di convenienza economica e di sovranità sulle proprie risorse. Tredici anni dopo deve fare lo stesso calcolo con tassi all’8%, un costo della vita più difficile da sostenere e un Artico nel quale Stati Uniti, Russia ed Europa hanno ricominciato a misurare il proprio peso.

Non è diventata improvvisamente meno gelosa della propria indipendenza. È cambiato il prezzo che potrebbe avere continuare a esercitarla da sola.

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