Dovevano essere 17 centesimi di sollievo. Alla pompa ne sono rimasti molti meno, mentre per appena due giorni di proroga lo Stato mette sul tavolo altri 20,8 milioni di euro. Il paradosso è che più carburante si consuma, maggiore è il beneficio incassato.
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Il governo ha deciso di regalare allo sconto sul gasolio altre quarantotto ore di vita. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto sulle accise mobili che mantiene fino al 26 agosto la riduzione di 17 centesimi al litro. Per coprire soltanto il 25 e il 26 agosto vengono utilizzati 20,8 milioni di euro dell’extragettito Iva prodotto proprio dall’aumento del prezzo del petrolio. Fino al 24 agosto la misura era invece finanziata attraverso tagli alle spese dei ministeri.
Il meccanismo ha una sua eleganza contabile. Il petrolio aumenta, lo Stato incassa più Iva e restituisce una parte di quelle entrate riducendo temporaneamente l’accisa. Il problema arriva quando si guarda il tabellone del distributore.
Il 4 agosto, giorno in cui il governo decise di prorogare il taglio, il gasolio costava in autostrada mediamente 2,173 euro al litro. Il 18 agosto, con i 17 centesimi di sconto ancora pienamente in vigore, costava di nuovo 2,173 euro. Identico. Il beneficio fiscale era ancora scritto nel decreto, ma il prezzo aveva già recuperato tutto il terreno perso.
Cinque giorni dopo è andata persino peggio: il gasolio in autostrada è salito a 2,203 euro al litro. Sulla rete ordinaria ha raggiunto 2,130 euro. Il prezzo sale mentre lo Stato continua a spendere risorse per tenerlo artificialmente più basso.
Basta poi prendere un pieno da 50 litri per vedere quanto si è assottigliato lo sconto.
Diciassette centesimi dovrebbero significare 8,50 euro in meno. Al 18 agosto il risparmio effettivo rispetto ai prezzi precedenti alla misura era invece di circa 4,30 euro sulla rete ordinaria e 4,10 euro in autostrada. Quasi metà del vantaggio teorico era già stata assorbita dall’aumento dei prezzi.
Lo Stato riduce una tassa. Il mercato aumenta il prezzo. L’automobilista vede sul decreto 17 centesimi e nel portafoglio ne ritrova molti meno.
Uno sconto che non guarda il reddito
C’è poi una seconda questione, meno visibile sul cartello luminoso del distributore. Lo sconto non distingue tra chi guadagna mille euro al mese e chi ne guadagna diecimila. Non distingue tra chi usa una piccola utilitaria per andare al lavoro e chi percorre migliaia di chilometri con un’auto che consuma il doppio. Non distingue neppure tra chi possiede un’automobile e chi non può permettersela.
La regola è elementare: più litri compri, più denaro pubblico ricevi sotto forma di minore accisa.
Chi acquista 30 litri beneficia teoricamente di 5,10 euro. Chi ne acquista 100 ne riceve 17. Il reddito non compare mai nell’equazione.
Ed è precisamente il limite degli aiuti energetici generalizzati che l’OCSE segnala da tempo. Le misure non mirate hanno un costo fiscale più elevato perché distribuiscono il beneficio anche a chi non ha bisogno di sostegno e tendono a favorire maggiormente, in valore assoluto, le famiglie più abbienti, che mediamente consumano più energia. Nel 2024 il 71,4% del costo fiscale degli interventi di sostegno ai combustibili fossili censiti dall’OCSE era ancora costituito da misure scarsamente mirate.
Chiamarlo semplicemente “aiuto agli automobilisti” nasconde quindi una domanda piuttosto scomoda: quali automobilisti?
Per una famiglia che deve scegliere quanto mettere nel serbatoio, qualche euro può avere un peso reale. Ma proprio per questo un trasferimento selettivo potrebbe concentrare più risorse su quella famiglia invece di distribuire lo stesso sconto per litro anche a chi non ne ha alcun bisogno.
Ventidue milioni quasi prima di accorgersene
Per due giorni servono 20,8 milioni di euro. Non per costruire una misura strutturale, non per sostenere specificamente redditi bassi, pendolari o imprese più esposte ai costi del trasporto. Servono per mantenere per altre 48 ore una riduzione generalizzata del prezzo del diesel.
E il mercato ha già dimostrato quanto rapidamente possa neutralizzarla.
C’è anche un’altra anomalia. Quando il greggio sale, il trasferimento alla pompa tende a essere rapido; quando scende, la discesa è più lenta. L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani ha rilevato questa asimmetria: circa due terzi dell’aumento del petrolio vengono trasferiti ai prezzi dei carburanti entro tre giorni e quasi completamente entro dieci, mentre le riduzioni impiegano molto più tempo a manifestarsi integralmente.
In questo circuito lo Stato continua a rincorrere il prezzo con le accise mentre il prezzo continua a correre davanti allo Stato.
Il 27 agosto lo sconto, salvo un’altra proroga, finirà. Resteranno i milioni spesi, un prezzo del diesel già sopra i livelli raggiunti quando il taglio era stato prorogato e una domanda che nessun centesimo temporaneo riesce a cancellare: se per proteggere chi non riesce più a sostenere il costo del carburante si finanzia anche chi può consumarne quanto vuole, è davvero quello il modo migliore di spendere denaro pubblico?
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