Il governo Meloni ha rivendicato il superamento della stagione dei bonus, il contenimento degli sprechi e una maggiore efficienza dello Stato. Quasi quattro anni dopo, alcune misure sono state effettivamente ridotte, ma nuovi apparati e nuove agevolazioni hanno preso il posto di una parte di quelli cancellati.
La verifica delle decisioni assunte durante la legislatura mostra almeno 30 milioni di euro l’anno di maggiori costi organizzativi direttamente identificabili, senza conteggiare PNRR e strutture ereditate dai governi precedenti.
Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi, nell’autunno del 2022, uno dei messaggi più riconoscibili del nuovo governo riguardava la necessità di interrompere la politica degli interventi temporanei, ridurre la frammentazione della spesa e sostituire la logica dei bonus con misure più strutturali. Negli anni successivi quella impostazione è rimasta al centro della comunicazione dell’esecutivo, fino a diventare parte della più ampia rivendicazione sui conti pubblici, sulla riduzione degli sprechi e su una maggiore sobrietà della macchina statale rispetto ai governi precedenti.
La ricostruzione delle decisioni assunte durante la legislatura restituisce però un quadro più complesso, perché alla riduzione di alcuni grandi strumenti si è accompagnata la nascita di nuove agevolazioni, mentre diversi ministeri hanno ottenuto più risorse per gli uffici che assistono direttamente l’autorità politica e, accanto alle amministrazioni ordinarie, sono cresciuti commissari, strutture di missione, segreterie tecniche e organismi dedicati a singoli dossier. Non si tratta di dimostrare che ciascuna di queste strutture sia inutile o che ogni aumento di spesa costituisca uno spreco, ma di verificare se la rappresentazione di uno Stato alleggerito trovi effettivamente riscontro nelle scelte organizzative compiute dal governo.
I bonus non sono scomparsi, è cambiato il modo di distribuirli
Il ridimensionamento di alcune agevolazioni ereditate dal passato è reale e riguarda soprattutto il sistema dei bonus edilizi e della cessione dei crediti, sul quale il governo è intervenuto in maniera molto più restrittiva rispetto alla fase precedente. Anche altre misure sono state lasciate scadere, ridotte o sostituite, e sarebbe quindi sbagliato sostenere che nulla sia cambiato rispetto agli anni precedenti.
Il punto, tuttavia, è che dalla riduzione di alcuni bonus non discende automaticamente l’abbandono della politica dei bonus. Durante la legislatura sono infatti comparsi la Carta Dedicata a te, il Bonus Natale, il Bonus nuovi nati, gli incentivi per l’assunzione di giovani e donne, il Bonus ZES, la Dote famiglia per lo sport, il Bonus elettrodomestici e diversi contributi straordinari destinati alle bollette. In altri casi il governo ha scelto di rafforzare o rendere più stabile strumenti già esistenti, come è avvenuto con il Bonus psicologo, nato prima dell’attuale esecutivo ma successivamente consolidato e rifinanziato.
Una ricostruzione delle misure approvate durante il governo Meloni arriva a contare quasi trenta interventi temporanei tra contributi, sconti e agevolazioni. La cifra può variare in base al perimetro utilizzato, perché la parola “bonus” non corrisponde a una categoria contabile precisa e può comprendere crediti d’imposta, esoneri contributivi, contributi una tantum o trasferimenti diretti, ma la tendenza resta leggibile: il ricorso a strumenti selettivi e temporanei non è stato abbandonato, bensì riorganizzato intorno a platee più circoscritte, definite dal reddito, dalla condizione familiare, dall’età, dal tipo di occupazione o dall’area geografica.
La differenza rispetto al passato riguarda quindi soprattutto la configurazione degli interventi: alcune agevolazioni generalizzate sono state ridimensionate, mentre sono aumentate misure più mirate e spesso soggette a requisiti specifici, con un modello che consente di concentrare la spesa ma che resta pienamente interno alla logica dei bonus che il governo aveva promesso di superare.
Il numero dei membri del governo non è cresciuto, ma diversi staff sì
Il confronto sul numero delle cariche politiche richiede altrettanta precisione, perché il governo Meloni non ha aumentato il numero complessivo dei propri componenti rispetto al Conte II. Tra presidente del Consiglio, ministri, viceministri e sottosegretari si arriva in entrambi i casi a 65 persone, cioè al limite previsto dalla normativa, anche se la distribuzione è diversa: Meloni ha scelto più ministri e meno sottosegretari rispetto al secondo governo Conte.
La situazione cambia quando dal numero delle cariche si passa alla dimensione delle strutture che lavorano direttamente per quelle cariche. Gli uffici di diretta collaborazione comprendono gabinetti, segreterie, uffici legislativi, consiglieri, esperti e personale che assiste ministri e sottosegretari nell’esercizio delle funzioni politiche. Una parte di questi addetti proviene dalla pubblica amministrazione e non può quindi essere descritta semplicisticamente come personale politico aggiuntivo, ma si tratta comunque di risorse organizzative destinate al supporto diretto dell’autorità di governo.
Una ricostruzione parlamentare realizzata nel 2025 ha quantificato in circa 9,5 milioni di euro annui i maggiori oneri derivanti dagli ampliamenti di questi uffici approvati durante la legislatura, individuando inoltre circa 150 posizioni aggiuntive autorizzate, pur con la cautela necessaria nei casi in cui le norme abbiano aumentato gli stanziamenti senza specificare in modo puntuale il numero degli addetti.
Gli aumenti non hanno interessato ogni ministero nello stesso modo, ma si ritrovano in diversi dicasteri. Alla Difesa il contingente degli uffici del ministro è passato dalla configurazione precedente di 116 unità a 160, alla Salute è salito da 100 a 130, all’Agricoltura da 75 a 100, mentre al Lavoro sono state autorizzate ulteriori venti unità e all’Ambiente fino a trenta. Nel frattempo sono aumentate anche le risorse destinate alle indennità degli uffici di diretta collaborazione e, nel 2026, il Ministero della Giustizia ha ottenuto ulteriori stanziamenti per circa 2,5 milioni di euro annui.
Il quadro non consente di sostenere che ogni dicastero abbia aumentato il proprio staff, perché in alcuni casi i contingenti sono rimasti sostanzialmente invariati e in altri il confronto è reso più complesso dalle riorganizzazioni amministrative avvenute tra una legislatura e l’altra. Permette però di escludere che la linea generale sia stata quella di una contrazione uniforme degli apparati di supporto politico, dal momento che in numerosi ministeri le risorse disponibili e, in alcuni casi, il numero degli addetti autorizzati sono cresciuti.
La crescita più visibile è nelle strutture speciali
Accanto agli uffici ministeriali si è sviluppato un secondo livello della macchina di governo, formato da strutture di missione, commissari straordinari, subcommissari, segreterie tecniche ed esperti incaricati di seguire progetti o emergenze specifiche. È un modello che consente all’esecutivo di concentrare competenze e responsabilità su singoli dossier, spesso sottraendoli almeno in parte alla gestione ordinaria dei ministeri, ma che comporta inevitabilmente nuovi costi organizzativi.
La struttura di missione dedicata al Piano Mattei, una delle iniziative qualificanti dell’attuale governo, comporta un onere annuo di circa 2,8 milioni di euro. Per il commissario nazionale alla scarsità idrica, la relativa struttura di supporto e le risorse tecniche collegate il costo per il 2026 si avvicina a 1,8 milioni, mentre la struttura commissariale destinata a Caivano e alle altre aree considerate ad alta vulnerabilità supera nello stesso anno i 5 milioni.
Altri costi derivano dal nuovo commissario del Piano Casa e dalla sua struttura, per oltre un milione di euro nel 2026, dal commissario per l’edilizia penitenziaria, al quale sono collegati circa 995 mila euro tra compensi, esperti, missioni e funzionamento, e dalla struttura commissariale incaricata della ricostruzione dopo le alluvioni in Emilia-Romagna, Toscana e Marche, per la quale nel 2026 sono autorizzati poco più di 3 milioni di euro relativi al commissario e all’apparato di supporto.
A questi si aggiunge la struttura destinata agli interventi pubblici nell’area dei Campi Flegrei, finanziata per circa 3,7 milioni di euro l’anno tra il 2025 e il 2027. Anche in questo caso il dato riguarda il costo dell’organizzazione commissariale e non le risorse destinate materialmente alle opere, che appartengono a una categoria completamente diversa e che sarebbe scorretto sommare alla spesa necessaria per mantenere la struttura amministrativa.
Il minimo documentabile supera 30 milioni di euro l’anno
Una volta separate le risorse destinate agli interventi da quelle necessarie a sostenere gli apparati che li amministrano, per il 2026 emerge oltre 30 milioni di euro di maggiore spesa organizzativa direttamente riconducibile a decisioni assunte durante l’attuale legislatura. Nel calcolo rientrano gli ampliamenti degli uffici di diretta collaborazione quantificati in sede parlamentare e alcune delle principali strutture o gestioni commissariali create o potenziate sotto il governo Meloni.
La cifra rappresenta un livello minimo e non il costo complessivo della macchina costruita dall’esecutivo. Sono state infatti escluse tutte le componenti per le quali non è possibile attribuire con sufficiente certezza l’aumento di spesa alle decisioni dell’attuale governo: la struttura PNRR ereditata dai precedenti esecutivi, il Ministero autonomo del Turismo ricostituito sotto Draghi, gli incrementi generali del bilancio di Palazzo Chigi legati a funzioni o riorganizzazioni non separabili, le risorse destinate materialmente alle opere amministrate dai commissari e parte delle convenzioni, delle consulenze e delle funzioni successivamente trasferite dalle strutture di missione ai dipartimenti ordinari.
La scelta di escludere queste voci rende il dato più prudente, ma anche più significativo. Gli oltre 30 milioni non rappresentano tutto ciò che oggi costa la macchina aggiuntiva, ma soltanto la parte che può essere ricondotta alle scelte organizzative della legislatura senza forzare il confronto. Un perimetro più ampio produrrebbe inevitabilmente una cifra superiore, ma includerebbe anche costi la cui origine politica e amministrativa sarebbe più difficile da isolare.
Il confronto con Palazzo Chigi
Un secondo indicatore arriva dalla Presidenza del Consiglio, dove è possibile confrontare nel tempo le stesse grandi categorie di spesa, pur con tutte le cautele imposte dalle nuove competenze assunte negli ultimi anni. Nel 2020, durante il Conte II, considerando uffici di diretta collaborazione, personale delle strutture di missione e relativo funzionamento, erano previsti circa 21,75 milioni di euro. Nel 2025, sotto il governo Meloni, le stesse voci hanno sfiorato 59,9 milioni, mentre nel 2026 ammontano a circa 52,7 milioni.
La differenza non può essere attribuita integralmente all’attuale esecutivo, perché nel frattempo sono intervenuti il PNRR, nuove funzioni amministrative e successive riorganizzazioni. Anche il calo registrato nel 2026 non coincide interamente con un risparmio, dal momento che una parte delle strutture è stata trasformata in dipartimenti ordinari e le relative spese sono state trasferite in altri capitoli di bilancio. Il confronto conserva tuttavia un significato preciso: la macchina operativa di Palazzo Chigi non si è mossa nella direzione di una semplice contrazione, ma ha visto crescere strutture, competenze e risorse prima che alcune di esse venissero ricollocate nell’amministrazione ordinaria.
Una struttura diversa, non necessariamente più piccola
I numeri non consentono di concludere che ogni nuovo commissario, ogni struttura speciale o ogni incremento di organico rappresenti uno spreco. Una gestione commissariale può accelerare interventi bloccati, un ufficio più numeroso può rispondere a nuove competenze e una struttura di missione può concentrare responsabilità che altrimenti resterebbero disperse tra più amministrazioni. Per stabilire se la maggiore spesa abbia prodotto maggiore efficienza bisognerebbe confrontare risorse utilizzate, risultati raggiunti, tempi di realizzazione e possibili sovrapposizioni di competenze.
Quello che il dato finanziario consente già di verificare è un aspetto più circoscritto. Durante questa legislatura lo Stato non è stato semplicemente alleggerito: alcune grandi agevolazioni sono state ridimensionate e sostituite da interventi più selettivi, il numero complessivo dei componenti del governo è rimasto invariato rispetto al Conte II, ma diversi uffici che lavorano direttamente a supporto dell’autorità politica sono cresciuti e il ricorso a commissari e strutture speciali ha prodotto nuovi costi organizzativi.
Si tratta di una scelta politica e amministrativa che può essere difesa sostenendo che concentri meglio le responsabilità e renda più rapida l’azione dell’esecutivo. È però più difficile presentarla come una semplice riduzione della macchina pubblica, perché le norme approvate durante la legislatura mostrano un processo diverso: mentre alcune strutture e alcune agevolazioni venivano eliminate o ridotte, altre venivano create, ampliate o trasferite in nuove sedi amministrative.
La distanza tra la comunicazione e i provvedimenti adottati si misura quindi meno nel numero delle cariche formali che nella rete costruita attorno all’azione del governo. La promessa era quella di uno Stato più leggero, di una spesa meno frammentata e di una stagione dei bonus finalmente superata; il risultato è stato invece un sistema nel quale molte agevolazioni sono state sostituite da altre, diversi staff ministeriali sono cresciuti e nuove strutture commissariali hanno aggiunto costi permanenti o pluriennali alla macchina pubblica.
Il confronto con Palazzo Chigi rende difficile ridurre tutto a una diversa organizzazione amministrativa. Nel 2020, sotto il Conte II, le grandi voci relative agli uffici di diretta collaborazione, al personale delle strutture di missione e al loro funzionamento valevano circa 21,75 milioni di euro. Nel 2025, sotto Meloni, hanno sfiorato 59,9 milioni e nel 2026 restano attorno a 52,7 milioni, mentre il minimo di nuove spese organizzative direttamente riconducibili alle scelte della legislatura supera già i 30 milioni l’anno.
Il punto politico è allora molto più semplice di quanto suggeriscano gli slogan. Questo governo ha certamente tagliato alcune misure, ma non ha costruito uno Stato più leggero: ha costruito un altro Stato, più selettivo nei trasferimenti, più concentrato nei centri decisionali e più incline a governare attraverso staff rafforzati, commissari e strutture speciali. È una scelta legittima, ma raccontarla come una riduzione della macchina pubblica significa confondere la sostituzione con il risparmio.
Perché quando una struttura viene chiusa e un’altra viene aperta, quando un bonus scompare e ne nasce un altro, quando gli uffici politici si ampliano e i commissari aumentano, la spesa non viene cancellata: cambia destinazione. E ‘qui che la narrazione del governo mostra il suo limite più evidente, perché la retorica dello Stato più sobrio non coincide con la traiettoria delle decisioni che quello stesso governo ha assunto. Ma questo, alla premier, conviene non farlo notare.
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