LA FIFA GLI CROLLA INTORNO

Infantino cerca Trump per salvarsi: la rivolta FIFA diventa una crisi di potere

Quando il calcio mondiale si ribella, Gianni Infantino guarda a Washington. Il presidente della FIFA, già contestato per la sua vicinanza a Donald Trump, avrebbe cercato proprio il leader americano per uscire dall’isolamento. Ma questa volta dall’altra parte del telefono non risponde nessuno.

Dopo il naufragio del piano da 4,2 miliardi, il presidente avrebbe tentato più volte di raggiungere la Casa Bianca. La telefonata con Rubio viene smentita, mentre UEFA e federazioni preparano la sfida alla sua rielezione

Infantino cerca Trump per salvarsi: la rivolta FIFA diventa una crisi di potere
La FIFA si ribella e Infantino cerca Trump: il presidente prova a salvare una poltrona che fino a pochi giorni fa sembrava inattaccabile.

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Gianni Infantino avrebbe provato ripetutamente a contattare Donald Trump dopo il crollo del progetto con cui la FIFA voleva cedere agli investitori privati una quota delle attività commerciali legate ai Mondiali. Le telefonate, secondo quanto riportato dal New York Post e ripreso da Reuters, non avrebbero però raggiunto il presidente americano. Il numero uno della FIFA si sentirebbe isolato, travolto dalle critiche e sempre più esposto alla contestazione interna.

Non è soltanto l’ultima scena di un rapporto personale diventato ingombrante. È il rovesciamento perfetto della crisi che attraversa il governo del calcio: l’uomo accusato di avere avvicinato troppo la FIFA al potere politico cerca ora proprio nel potere politico la protezione necessaria per conservare la propria posizione.

LA TELEFONATA CHE NON ARRIVA

Secondo la ricostruzione americana, Infantino avrebbe cercato Trump più volte dopo il ritiro del progetto FIFA Forward Enterprise. Avrebbe inoltre programmato un colloquio con il segretario di Stato Marco Rubio per ottenere il sostegno dell’amministrazione statunitense.

La risposta è arrivata pubblicamente dal Dipartimento di Stato. Dylan Johnson, responsabile degli Affari pubblici globali, ha negato che fosse prevista una telefonata tra Rubio e Infantino. Anche fonti FIFA hanno smentito l’esistenza di colloqui con membri dell’amministrazione Trump. Resta però in piedi la parte centrale della ricostruzione: il presidente del calcio mondiale avrebbe cercato a Washington quegli alleati che non riesce più a trovare dentro la propria organizzazione.

Il dettaglio politico pesa almeno quanto quello personale. Infantino e Trump hanno costruito negli anni una relazione molto stretta, esibita durante il Mondiale e consacrata dalla consegna al presidente americano del primo FIFA Peace Prize. Ora, però, quella vicinanza non produce automaticamente un intervento in suo favore.

IL PIANO CHE HA FATTO ESPLODERE LA FIFA

A precipitare la situazione è stato il progetto per trasferire le attività commerciali e organizzative dei Mondiali in una nuova società aperta ai capitali privati. L’operazione prevedeva la vendita di circa il 20 per cento della nuova entità, con l’obiettivo di raccogliere fino a 4,2 miliardi di dollari.

Tra gli investitori destinati a sostenere il piano figurava Thrive Capital, società fondata da Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Trump. Il progetto avrebbe attribuito alla nuova struttura il controllo su una parte decisiva del patrimonio economico della FIFA e delle sue competizioni almeno fino al 2038.

Infantino lo presentava come un acceleratore degli investimenti e dello sviluppo del calcio mondiale. Per le confederazioni che si sono ribellate, invece, significava consegnare ai privati una parte del potere e delle entrate che appartengono alle 211 federazioni affiliate.

La protesta è cresciuta in pochi giorni fino a costringere Infantino alla ritirata. UEFA, Concacaf e Confederazione asiatica hanno respinto il piano; le 55 federazioni europee erano arrivate a concordare il boicottaggio delle manifestazioni FIFA finché il progetto fosse rimasto sul tavolo.

LA RIVOLTA NON FINISCE CON IL RITIRO DEL PROGETTO

Il piano è stato cancellato, ma la crisi non si è chiusa. Come avevamo raccontato, la rivolta dentro la FIFA era già cominciata prima dello scandalo finanziario. Una parte del Consiglio vuole convocare una riunione straordinaria e chiede una verifica indipendente sulla decisione di revocare la squalifica dello statunitense Folarin Balogun durante i Mondiali.

Quella vicenda aveva coinvolto direttamente Trump, che aveva telefonato a Infantino chiedendo alla FIFA di riesaminare il provvedimento. La federazione ha sempre sostenuto che la decisione fosse stata assunta in modo indipendente dagli organi competenti, ma non ha ancora pubblicato una relazione completa sul procedimento.

Il caso Balogun e il progetto di privatizzazione appartengono a due piani differenti, ma producono la stessa domanda: quanto potere ha concentrato Infantino intorno alla propria presidenza e quanto è rimasto degli strumenti di controllo interni alla FIFA?

È qui che la ricerca del sostegno di Trump assume un significato ancora più pesante. Non sarebbe soltanto la richiesta d’aiuto di un dirigente in difficoltà, ma la conferma del cortocircuito contestato dai suoi avversari: il destino della più importante organizzazione calcistica del mondo affidato al rapporto personale tra il suo presidente e la Casa Bianca.

LA UEFA PREPARA LA GUERRA LEGALE

La UEFA non si limita più alle dichiarazioni politiche. I suoi legali hanno formalmente avvisato la FIFA di conservare documenti, dati e comunicazioni relativi al progetto, prospettando possibili azioni giudiziarie, arbitrati e ricorsi agli organismi di controllo.

La comunicazione riguarda diciotto dirigenti, compresi Infantino, il direttore finanziario Thomas Peyer e Arsène Wenger. La confederazione europea ritiene che l’operazione possa essere incompatibile con una corretta gestione del calcio e vuole impedire che eventuali prove vengano eliminate o modificate.

Nel frattempo l’Europa cerca apertamente un candidato alternativo per le elezioni presidenziali del marzo 2027. Diverse federazioni hanno cominciato a ritirare le lettere con cui avevano già promesso il proprio sostegno a Infantino, fino a poche settimane fa considerato praticamente certo della rielezione.

UNA POLTRONA CHE SEMBRAVA INATTACCABILE

Alla fine del Mondiale, Infantino poteva contare su circa duecento dichiarazioni di appoggio tra le 211 federazioni affiliate. La partita sembrava già chiusa. In pochi giorni, invece, il presidente è passato dalla celebrazione del torneo alla necessità di difendere il proprio incarico.

La sua forza non è ancora scomparsa. Africa e Sudamerica continuano a rappresentare una base elettorale importante, mentre il Qatar ha espresso pubblicamente il proprio sostegno. Ma la compattezza costruita negli anni si è spezzata e le lettere già sottoscritte possono essere ritirate prima della scadenza per la presentazione delle candidature.

Per rovesciarlo non basta la rivolta europea. Servono voti asiatici, nuove candidature e soprattutto la capacità di trasformare lo scandalo in una vera alternativa di governo. Ma per la prima volta la domanda non è più se qualcuno abbia il coraggio di sfidare Infantino. È se Infantino riesca ancora ad arrivare alle elezioni come il padrone indiscusso della FIFA.

TRUMP NON È PIÙ SOLTANTO UN ALLEATO

Il tentativo di raggiungere Trump chiude il cerchio. La vicinanza al presidente americano aveva rafforzato Infantino nel percorso verso il Mondiale statunitense; oggi rischia di diventare il simbolo della sua vulnerabilità.

Cercare la Casa Bianca mentre UEFA, Concacaf e una parte del Consiglio mettono in discussione la sua leadership significa riconoscere che il problema non riguarda più un progetto sbagliato. Riguarda il potere.

Infantino può ancora sopravvivere alla rivolta, ma non può più fingere che nulla sia accaduto. Il piano è stato ritirato, gli investitori sono rimasti fuori e il Mondiale è finito. A restare aperta è la battaglia per il controllo della FIFA. E questa volta nemmeno una telefonata a Trump sembra sufficiente per chiuderla.

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