LA PORTA SI CHIUDE

Iran, Dubai chiude la via che aggirava le sanzioni

Per decenni l’emirato è stato il grande retroporto commerciale di Teheran. La stretta americana e il cambio di rotta degli Emirati stanno spingendo merci e intermediari verso Oman e Turchia.

Le sanzioni contro l’Iran non passano più soltanto da Washington. Negli Emirati banche, commercianti e società che per anni hanno tenuto aperti i collegamenti economici con Teheran stanno entrando nel mirino dei controlli, mentre Dubai rischia di perdere il ruolo di principale valvola esterna dell’economia iraniana.

Se Dubai smette davvero di funzionare come porta laterale dell’Iran, per Teheran il problema non sarà soltanto vendere meno petrolio: diventerà più difficile pagare, importare merci e tenere in vita quella rete commerciale che aveva imparato a sopravvivere alle sanzioni.

Dubai, la capitale economica iraniana fuori dall’Iran

Per capire quanto possa pesare il cambiamento bisogna guardare a ciò che Dubai ha rappresentato per l’Iran negli ultimi decenni. La vicinanza geografica, i collegamenti marittimi attraverso il Golfo, il porto di Jebel Ali, una vasta comunità iraniana e un sistema commerciale costruito sull’intermediazione hanno trasformato l’emirato in una sorta di capitale economica esterna di Teheran.

Quando le sanzioni rendevano difficile acquistare direttamente dall’Europa o utilizzare normalmente il sistema bancario internazionale, una parte delle merci continuava a raggiungere l’Iran attraverso gli Emirati. Piccole imbarcazioni, grandi compagnie logistiche, società di trading e intermediari finanziari hanno mantenuto per anni un circuito che permetteva all’economia iraniana di restare collegata ai mercati mondiali anche nei periodi di maggiore isolamento. Il Financial Times descrive Dubai come lo storico hub commerciale offshore dell’Iran, una relazione tanto profonda da essere sopravvissuta a ripetute campagne sanzionatorie americane.

Quell’equilibrio ora sta cedendo sotto il peso della guerra e della nuova offensiva economica degli Stati Uniti.

La stretta americana arriva dentro gli Emirati

Washington non sta più cercando soltanto di impedire all’Iran di utilizzare banche americane o di vendere liberamente il proprio petrolio. L’“Economic D-Day” lanciato dall’amministrazione Trump punta direttamente ai Paesi, agli istituti finanziari e alle società straniere che continuano a mantenere rapporti economici con Teheran, con la minaccia di escluderli dal sistema finanziario basato sul dollaro.

Il caso Banque Misr mostra quanto velocemente questa strategia possa propagarsi. Il Tesoro americano ha contestato alle filiali emiratine della banca egiziana di avere movimentato circa 1,8 miliardi di dollari per 103 società riconducibili alle reti finanziarie ombra iraniane e ha avviato il procedimento per impedirne l’accesso alle transazioni in dollari e ai rapporti di corrispondenza con le banche statunitensi.

La risposta di Abu Dhabi è arrivata quasi immediatamente. La Banca centrale degli Emirati ha annunciato un esame speciale e urgente delle filiali di Banque Misr, compresa una revisione forense retrospettiva delle operazioni contestate dagli Stati Uniti. Non è soltanto un problema per una banca egiziana: è un messaggio all’intero sistema finanziario emiratino, e per chi lavora con l’Iran, il rischio perciò non è più teorico.

I commercianti cominciano a cercare un’altra strada

Gli effetti sono già visibili nella rete commerciale che unisce Dubai e le coste iraniane. Secondo il Financial Times, il traffico iraniano è diminuito, alcuni esercizi hanno chiuso e tra commercianti e intermediari cresce la ricerca di rotte alternative. Oman e Turchia stanno emergendo come possibili nuovi punti di passaggio per una parte delle merci che prima transitavano attraverso gli Emirati.

Il legame economico tra Iran ed Emirati resta comunque profondo. I collegamenti aerei continuano, alcune banche iraniane mantengono una presenza nel Paese e una parte degli scambi poggia ancora su reti commerciali e imprenditoriali costruite in decenni. Oggi però quelle relazioni devono fare i conti non soltanto con la pressione americana, ma anche con il deterioramento dei rapporti politici e di sicurezza tra Teheran e Abu Dhabi, che rende sempre più difficile tenere separati affari e geopolitica.

La guerra ha colpito direttamente il Golfo, missili iraniani sono stati rilevati dagli Emirati e il porto di Fujairah è già entrato nella geografia militare del conflitto. Dubai non può più trattare il rapporto con l’Iran come una semplice questione commerciale separata dalla sicurezza nazionale.

Per Teheran arriva nel momento peggiore

Per l’Iran la perdita anche parziale della piattaforma emiratina arriva mentre l’economia sta già mostrando quanto siano pesanti sei mesi di guerra, blocco navale e nuove sanzioni. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso che il commercio estero è diminuito di quasi il 35%, mentre l’inflazione annua ha raggiunto il 66%. Anche Mojtaba Khamenei ha chiesto al governo di affrontare prezzi, disoccupazione e difficoltà economiche.

Teheran ha imparato durante decenni di isolamento a costruire società di comodo, triangolazioni commerciali, reti bancarie parallele e rotte alternative. Anche questa volta proverà a spostare rapidamente i flussi verso Paesi meno disposti ad applicare la pressione americana. L’Iraq offre già un esempio della capacità degli Stati Uniti di colpire le banche straniere accusate di facilitare gli scambi iraniani, mentre Turchia e Cina sono tra i grandi partner sui quali Washington vuole aumentare la pressione.

Oman presenta un caso ancora più particolare. Muscat è contemporaneamente mediatore nei negoziati su Hormuz e possibile nuova piattaforma commerciale per gli operatori che cercano un’alternativa agli Emirati. Iran e Oman stanno inoltre discutendo un corridoio per la navigazione attraverso lo Stretto, legando ancora di più la piccola monarchia alla nuova geografia economica della crisi.

La pressione si sposta dalle rotte ai circuiti finanziari

La crisi di Hormuz ha monopolizzato per mesi l’attenzione perché dallo Stretto passa una quota decisiva delle esportazioni energetiche del Golfo, ma la capacità dell’Iran di reggere l’isolamento dipende anche da un sistema meno visibile e altrettanto importante, costruito nel tempo attraverso banche, società di trading, porti e intermediari capaci di mantenere aperti pagamenti, importazioni e triangolazioni commerciali anche quando le sanzioni rendevano impraticabili i canali ordinari.

Dubai ha occupato per decenni una posizione centrale dentro questa rete, offrendo alle imprese iraniane accesso a infrastrutture logistiche, servizi finanziari e collegamenti internazionali che hanno consentito a Teheran di assorbire almeno in parte gli effetti delle diverse campagne sanzionatorie. La stretta che ora attraversa gli Emirati può quindi incidere ben oltre il valore degli scambi bilaterali: costringe aziende e intermediari iraniani a ricostruire altrove circuiti che a Dubai erano già consolidati, spostando società, conti, rotte e rapporti commerciali verso Oman, Turchia, Iraq e altri mercati disposti a sostenere il rischio di entrare nel mirino americano.

Teheran dispone ancora di strumenti per adattarsi e l’esperienza accumulata durante decenni di sanzioni rende improbabile una paralisi immediata dei commerci, ma ogni nuova triangolazione aumenta costi, tempi e dipendenza da intermediari proprio mentre Pezeshkian ammette una contrazione del commercio estero vicina al 35% e un’inflazione arrivata al 66%. La pressione americana, in altre parole, sta cercando di colpire contemporaneamente le due infrastrutture attraverso cui l’Iran continua a mantenere un rapporto con l’economia internazionale: le rotte fisiche del Golfo e i circuiti commerciali e finanziari che permettono alle merci di attraversarle.

Hormuz resta il fronte più visibile della crisi, ma la partita che si sta aprendo negli Emirati può avere conseguenze altrettanto durature. Se Dubai perderà progressivamente il ruolo di grande piattaforma esterna dell’economia iraniana, Teheran dovrà ridisegnare una parte della rete che per anni le ha permesso di convivere con le sanzioni occidentali, mentre Washington avrà ottenuto un risultato che non passa da mine, navi da guerra o blocchi navali, ma dalla progressiva chiusura di uno dei principali accessi dell’Iran ai mercati internazionali.

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FOTO: © Getty Images/Canva.com

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