Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele attaccavano l’Iran. Donald Trump prevedeva una campagna di poche settimane e ancora recentemente l’ha definita una “piccola deviazione”. Il conflitto è invece entrato nel settimo mese senza una vittoria politica, senza un accordo su Hormuz e con costi che ormai si propagano molto oltre il Medio Oriente.
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele aprivano la guerra contro l’Iran. Pochi giorni dopo Donald Trump indicava un orizzonte di quattro o cinque settimane, lasciando intendere che l’enorme superiorità militare americana e israeliana avrebbe consentito di chiudere rapidamente la partita. Ancora la scorsa settimana il presidente ha descritto l’intervento come una “piccola deviazione” necessaria per affrontare la minaccia iraniana. Sono passati sei mesi e quella deviazione occupa ormai una parte centrale della politica estera americana, condiziona i mercati dell’energia e arriva alle elezioni di metà mandato senza che Washington possa indicare quando e come dovrebbe finire.
L’Iran ha pagato un prezzo enorme. Gli attacchi hanno colpito strutture militari e nucleari, vertici politici e apparati di sicurezza; l’economia è sotto pressione, le entrate sono diminuite e il Paese continua a subire le conseguenze del blocco. Il risultato che avrebbe dovuto chiudere la guerra, però, non è arrivato. Il sistema di potere iraniano continua a funzionare e Teheran conserva capacità sufficienti per colpire nella regione e mantenere sotto pressione lo Stretto di Hormuz. Reuters descrive il quadro dopo sei mesi come uno stallo costoso nel quale l’Iran è molto più debole rispetto a febbraio, ma non abbastanza da essere costretto alla capitolazione.
Resta aperto anche il dossier nucleare attorno al quale Washington aveva costruito una parte essenziale della giustificazione dell’intervento. Gli impianti iraniani hanno subito danni pesanti, ma l’assenza degli ispettori delle Nazioni Unite impedisce ancora di ricostruire con certezza lo stato complessivo del programma. Sei mesi di guerra hanno quindi ridotto le capacità iraniane senza produrre una conclusione verificabile della questione nucleare né un accordo capace di impedirne la ripresa.
Washington ha cambiato il modo di combattere
Anche la strategia americana racconta quanto siano lontane le previsioni iniziali. I grandi attacchi delle prime fasi hanno lasciato progressivamente più spazio al blocco navale, alle sanzioni e alla pressione finanziaria. L’operazione Economic Outcast punta a rendere più difficile per Teheran vendere petrolio, utilizzare il sistema finanziario internazionale e aggirare le restrizioni attraverso società, navi e intermediari stranieri.
Il linguaggio della Casa Bianca resta aggressivo, mentre le scelte concrete mostrano maggiore prudenza. Washington ha iniziato a rimandare personale nelle rappresentanze diplomatiche della regione e per il momento evita una nuova offensiva militare su larga scala. Anche sul fronte economico gli Stati Uniti non hanno colpito con tutta la forza disponibile la Cina, principale acquirente del greggio iraniano. Un intervento contro le grandi raffinerie o le istituzioni che sostengono quegli acquisti potrebbe togliere altro petrolio dal mercato proprio mentre i flussi attraverso Hormuz restano drasticamente ridotti.
La guerra ha così prodotto un vincolo che a febbraio pesava molto meno sulle decisioni americane. Aumentare la pressione su Teheran significa anche rischiare di restringere ulteriormente l’offerta energetica, far salire petrolio e carburanti e trasferire una parte del costo sulle economie occidentali. Ridurla significa invece concedere all’Iran il tempo sul quale la sua strategia di resistenza sembra ormai puntare.
Neppure gli arsenali sono rimasti fuori da questo calcolo. Secondo fonti citate da Reuters, l’Esercito americano ha utilizzato durante il conflitto praticamente tutte le proprie disponibilità di ATACMS e Precision Strike Missile. Tra febbraio e luglio sarebbe stato consumato circa il 65% degli intercettori Patriot e lo stock dei THAAD sarebbe sceso almeno del 38%; poco meno della metà delle scorte globali di Tomahawk sarebbe stata utilizzata dall’inizio della guerra. Sono armi fondamentali non soltanto contro l’Iran, ma nell’intera pianificazione americana nei confronti di avversari come Russia e Cina.
Il Pentagono sta cercando di recuperare terreno con commesse che hanno ormai una dimensione industriale. Raytheon ha ottenuto un contratto da 22,9 miliardi di dollari in sette anni per portare la produzione annuale dei Tomahawk dagli attuali circa 60 a oltre mille, mentre programmi separati puntano ad aumentare anche la produzione dei sistemi difensivi. Ricostituire alcune delle scorte richiederà comunque anni, tanto che Rheinmetall prevede ricavi dalla nuova produzione di ATACMS soltanto dal 2028.
Il costo finanziario era già arrivato a 37,5 miliardi di dollari nelle stime diffuse dal Pentagono a luglio, cifra che comprendeva spese sostenute e previste fino a settembre. A questo si aggiungono le perdite umane: 18 militari americani sono morti dall’inizio delle operazioni e centinaia sono rimasti feriti. Una campagna che doveva consumare risorse per poche settimane ha quindi cominciato a incidere sulla capacità militare americana ben oltre il teatro iraniano.
Hormuz ha cambiato la dimensione della guerra
Prima del 28 febbraio lo Stretto di Hormuz era attraversato da circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua crisi ha trasformato rapidamente uno scontro militare regionale in un problema energetico globale.
I numeri mostrano quanto la normalizzazione sia ancora lontana. Mercoledì Kpler ha contato 10 navi commodity visibili attraverso lo Stretto, contro otto martedì e una media di circa 15 nei dieci giorni precedenti. Alcune unità viaggiano con i sistemi AIS spenti e quindi il dato può sottostimare i transiti effettivi, ma su scala mensile il crollo è evidente: ad agosto Kpler ha tracciato appena 2,3 milioni di barili al giorno di esportazioni di greggio attraverso Hormuz. Le importazioni asiatiche di greggio risultano ancora circa il 14% inferiori ai livelli precedenti al conflitto.
Iran e Oman cercano da settimane di costruire un regime provvisorio che consenta una maggiore circolazione delle navi commerciali e il Qatar è entrato direttamente nella mediazione. Teheran ha però collegato la riapertura dello Stretto a condizioni che riguardano ormai l’intera guerra: fine del blocco americano sui porti iraniani, compensazioni, alleggerimento delle sanzioni e conclusione delle ostilità. Donald Trump, nello stesso momento, ha respinto l’ipotesi di tornare ai termini del memorandum raggiunto a giugno e ha dichiarato che Stati Uniti e Iran non stanno negoziando direttamente.
Il traffico energetico si è adattato senza riuscire a sostituire Hormuz. Nel Golfo di Oman sono aumentati i trasferimenti nave-a-nave, alcuni produttori hanno organizzato nuovi sistemi di carico al di fuori dello Stretto e le compagnie hanno cominciato a incorporare nelle proprie decisioni liste nere, autorizzazioni iraniane, blocco americano e costi assicurativi più elevati. Il commercio continua, ma lungo una rete più lenta, costosa e fragile.
Dallo Stretto alla bolletta italiana
Il 27 agosto Facile.it ha pubblicato una proiezione che rende molto concreta questa catena. Secondo i forward dell’energia elaborati da EEX e analizzati dalla società, tra settembre e dicembre una famiglia tipo italiana con un contratto indicizzato nel mercato libero potrebbe spendere 982 euro tra luce e gas, 270 euro in più rispetto allo stesso periodo del 2025. L’incremento complessivo sfiorerebbe il 40%.
Le quotazioni all’ingrosso sulle quali si basa la stima si sono mosse molto più velocemente delle bollette finali: per i prossimi quattro mesi il PUN, riferimento del mercato elettrico italiano, viene indicato in aumento del 65% rispetto allo scorso anno, mentre il PSV del gas registra un incremento del 113%. Se quei valori saranno confermati, la spesa elettrica della famiglia presa come riferimento da Facile.it salirà a 273 euro, +27%, mentre quella del gas raggiungerà 709 euro, il 43% in più su base annua.
Facile.it collega esplicitamente il rischio di un autunno e di un inverno più costosi al protrarsi del conflitto. La stima utilizza i forward aggiornati al 25 agosto e considera una famiglia con consumi annui di 2.000 kWh di elettricità e 1.100 metri cubi standard di gas, includendo materia prima, trasporto, oneri, imposte e Iva. Non è quindi una previsione astratta sul prezzo del petrolio, ma una simulazione di ciò che le tensioni già incorporate nei mercati energetici possono produrre nelle fatture italiane.
L’Europa entra in questa crisi con una dipendenza dalle importazioni energetiche che trasmette rapidamente gli shock internazionali ai prezzi interni. Hormuz non è una rotta periferica: è il passaggio attraverso il quale arrivano sul mercato mondiale enormi quantità di petrolio e GNL del Golfo. Quando quella circolazione viene compressa per mesi, il problema non resta davanti alle coste iraniane e omanite. Si trasferisce sulle quotazioni del gas, sull’elettricità, sui carburanti, sui costi di trasporto e infine sulle famiglie e sulle imprese europee.
Per gli italiani il conto previsto da Facile.it arriva proprio mentre la guerra supera di molte volte la durata indicata all’inizio da Trump. I 270 euro aggiuntivi stimati tra settembre e dicembre non sono il “prezzo della guerra” calcolato in una bolletta, ma mostrano con chiarezza come la crisi energetica provocata dalla lunga paralisi di una delle principali arterie mondiali abbia ormai raggiunto consumatori che vivono a migliaia di chilometri dal Golfo.
Anche in America la guerra è diventata un problema di portafoglio
Lo stesso meccanismo pesa sulla politica interna americana. Reuters rileva che la benzina costa ormai quasi un dollaro al gallone più di un anno fa, un problema particolarmente sensibile per un presidente che aveva costruito una parte della propria campagna sulla promessa di ridurre rapidamente i prezzi dell’energia. La guerra entra così nelle elezioni di metà mandato non soltanto attraverso le immagini dei combattimenti o il dibattito sulla politica estera, ma attraverso ciò che gli elettori pagano ogni settimana.
Il sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato il 24 agosto fotografa un deterioramento netto. Il gradimento di Trump è al 33%, mentre soltanto il 31% degli americani approva la guerra contro l’Iran, rispetto al 37% di marzo. Tra gli elettori repubblicani il sostegno resta maggioritario, ma è sceso dal 77 al 69%. Ancora più significativo è ciò che gli americani pensano della durata: l’83% ritiene ormai che il conflitto continuerà a lungo.
Trump aveva promesso di non trascinare gli Stati Uniti in un’altra guerra interminabile e, contemporaneamente, di rendere l’energia più economica. Sei mesi dopo le due questioni si sono incrociate. Colpire più duramente le reti che permettono all’Iran di vendere petrolio, a cominciare da quelle cinesi, potrebbe aumentare la pressione su Teheran ma anche il prezzo del greggio. Accettare compromessi sul controllo di Hormuz offrirebbe una strada verso la normalizzazione dei flussi, ma costringerebbe Washington a concedere all’Iran una parte di ciò che gli Stati Uniti volevano impedirgli di ottenere.
Il risultato è molto diverso dalla guerra immaginata a marzo. Gli Stati Uniti hanno la superiorità militare per infliggere altri danni all’Iran, ma ogni nuova escalation ha un costo crescente in missili, petrolio, consenso e stabilità regionale. Teheran non può imporre una sconfitta militare a Washington, ma è riuscita finora a sopravvivere abbastanza a lungo da trasformare Hormuz e il tempo in strumenti di pressione.
Nessuna delle due parti ha ottenuto ciò che voleva. L’Iran è più debole, ma non ha capitolato; gli Stati Uniti hanno colpito profondamente il suo apparato militare, ma non hanno prodotto un accordo definitivo sul nucleare né una riapertura stabile dello Stretto. Washington sta quindi cercando di ridurre l’intensità militare senza rinunciare alla pressione economica, mentre Teheran tenta di arrivare al negoziato conservando abbastanza leve da non presentarsi al tavolo da sconfitta.
A marzo Donald Trump parlava di quattro o cinque settimane. A fine agosto la Casa Bianca non indica più una data e deve calibrare ogni passo tenendo insieme arsenali da ricostruire, elezioni che si avvicinano, petrolio, rapporti con la Cina e una rotta energetica dalla quale continua a dipendere una parte enorme dell’economia mondiale.
La guerra che doveva durare poche settimane non ha più una scadenza. E il suo conto, sei mesi dopo, non lo stanno pagando soltanto Washington e Teheran.
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