Israele porta il progetto E1 dalla carta verso la costruzione e riapre uno dei dossier più esplosivi del conflitto israelo-palestinese. Roma, Parigi, Berlino e Londra reagiscono insieme: i bandi devono essere ritirati e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania deve fermarsi.

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Secondo la dichiarazione congiunta diffusa oggi da Francia, Germania, Italia e Regno Unito, la pubblicazione dei bandi israeliani per il progetto E1 è «inaccettabile». Il motivo va molto oltre le nuove case: costruire in quella fascia di territorio a est di Gerusalemme interromperebbe la continuità tra il nord e il sud della Cisgiordania e renderebbe ancora più difficile collegare territorialmente un futuro Stato palestinese.
Il bando aperto dal governo israeliano riguarda 1.234 unità abitative distribuite in sette complessi residenziali, circa un terzo delle 3.401 abitazioni previste dall’intero progetto E1 approvato nell’agosto 2025. Le offerte dovranno essere presentate entro il 19 ottobre, pochi giorni prima delle elezioni israeliane previste per il 27 ottobre.
E1 non è una colonia qualunque
Basta guardare la mappa per capire perché quelle quattro sigle – E1 – provocano da anni una reazione internazionale tanto forte.
L’area si trova tra Gerusalemme Est e l’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim, nel cuore geografico della Cisgiordania. La costruzione di un grande insediamento israeliano in quel corridoio taglierebbe la connessione territoriale palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme e dividerebbe di fatto la Cisgiordania settentrionale da quella meridionale. È proprio questa caratteristica ad aver congelato per anni il progetto sotto la pressione di numerosi governi occidentali.
Il governo Netanyahu ha però cambiato passo. Nel 2025 il piano per oltre 3.400 abitazioni ha ottenuto l’approvazione definitiva e ora l’apertura delle gare rende il progetto molto più concreto.
Non si discute più soltanto di una linea tracciata su un piano urbanistico. Si comincia a decidere chi costruirà.
Ed è su questo passaggio che arriva la risposta europea.
Roma, Parigi, Berlino e Londra: «Ritirate immediatamente i piani»
I quattro governi sostengono che E1 comprometterebbe la prospettiva dei due Stati creando una frattura nella Cisgiordania e danneggiando la continuità territoriale palestinese. Chiedono quindi a Israele di ritirare immediatamente i piani e di porre fine all’espansione degli insediamenti.
La dichiarazione richiama inoltre la posizione consolidata delle Nazioni Unite e di gran parte della comunità internazionale, secondo cui gli insediamenti israeliani nei territori occupati violano il diritto internazionale. Israele contesta questa interpretazione e rivendica legami storici e giuridici con la Cisgiordania.
Il linguaggio usato dai quattro Paesi diventa ancora più significativo quando si passa dalle dichiarazioni politiche agli operatori economici.
Francia, Germania, Italia e Regno Unito invitano direttamente le imprese a non partecipare alle gare. Le società interessate, avvertono, devono considerare le possibili conseguenze legali e reputazionali e il rischio di essere coinvolte in gravi violazioni del diritto internazionale.
È un salto di qualità rispetto alla semplice condanna diplomatica: il messaggio punta anche a rendere più difficile la realizzazione materiale del progetto.
Il progetto che Smotrich aveva legato alla fine dello Stato palestinese
La natura politica di E1 non è mai stata nascosta.
Quando nell’agosto 2025 il progetto ricevette il via libera definitivo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori dell’espansione degli insediamenti, lo presentò apertamente come uno strumento capace di impedire la nascita di uno Stato palestinese. Il piano prevede circa 3.400 abitazioni nell’area compresa tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim.
La posizione israeliana parte da un presupposto opposto a quello sostenuto dai governi europei: ampi settori della maggioranza considerano la Cisgiordania parte integrante della storia e della sicurezza di Israele e respingono l’idea che l’espansione degli insediamenti debba essere subordinata alla costruzione di uno Stato palestinese.
Proprio per questo E1 concentra in pochi chilometri quadrati l’intero conflitto politico sul futuro della regione.
Da una parte c’è il progetto israeliano di consolidare la propria presenza tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim. Dall’altra, la convinzione europea che senza continuità territoriale in Cisgiordania la formula dei due Stati rischi di sopravvivere soltanto nei comunicati diplomatici.
La partita ora si sposta dalle dichiarazioni ai cantieri
Il progetto E1 era rimasto per anni una delle grandi linee rosse della diplomazia internazionale. La sua approvazione nel 2025 aveva già provocato una condanna delle Nazioni Unite, secondo cui la costruzione avrebbe separato la Cisgiordania settentrionale da quella meridionale e compromesso gravemente la continuità territoriale palestinese.
L’apertura delle gare cambia però la natura dello scontro.
Il nodo non è più soltanto se Israele intenda costruire E1, ma quanto rapidamente il progetto possa trasformarsi in contratti, infrastrutture e abitazioni difficili da cancellare con una successiva decisione politica.
Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto per questo di intervenire insieme e di rivolgersi non soltanto al governo Netanyahu, ma anche alle imprese che potrebbero partecipare.
La geografia della Cisgiordania si decide anche così: non con una nuova frontiera formalmente tracciata, ma attraverso strade, quartieri e insediamenti che possono rendere quella frontiera, un giorno, impossibile da disegnare.
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