Siria, l’Onu: operazioni israeliane possono essere crimini di guerra
Militari e mezzi israeliani lungo una strada nel sud della Siria

SIRIA, ALLARME ONU

Siria, l’Onu: operazioni israeliane possono essere crimini di guerra

La Commissione internazionale d’inchiesta denuncia incursioni, posti di blocco e infrastrutture militari ormai consolidate nel sud del Paese. Identificati 49 siriani detenuti, tra cui due minori. Israele respinge le accuse e sostiene che la presenza sia necessaria per la propria sicurezza.

La presenza militare israeliana nel sud della Siria non appare più agli investigatori delle Nazioni Unite come una misura limitata all’emergenza seguita alla caduta di Bashar al-Assad. Le operazioni si sono fatte «sempre più prolungate e consolidate» e alcune condotte, in particolare la detenzione e il trasferimento di civili oltre confine, potrebbero configurare crimini di guerra.

A quasi due anni dalla caduta di Assad, il confine meridionale siriano rischia così di trasformarsi da zona di sicurezza temporanea in una nuova presenza militare destinata a durare.

Incursioni, perquisizioni e strutture militari nel sud della Siria

L’avvertimento è arrivato davanti al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, dove Fionnuala Ní Aoláin, componente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Siria, ha ricostruito l’evoluzione delle operazioni israeliane nelle province meridionali di Quneitra e Daraa. Gli investigatori hanno documentato incursioni terrestri ricorrenti, pattugliamenti, raid, perquisizioni, posti di blocco temporanei e la costruzione di infrastrutture militari fisse all’interno del territorio siriano.

Le truppe israeliane erano entrate nella zona cuscinetto sorvegliata dalle Nazioni Unite nel dicembre 2024, subito dopo il collasso del governo di Assad. Israele aveva presentato quella decisione come una misura temporanea, necessaria a impedire che l’instabilità della transizione siriana producesse nuove minacce lungo il confine. Da allora, però, l’esercito israeliano ha assunto il controllo di ulteriori posizioni e condotto centinaia di attacchi contro infrastrutture militari siriane.

Damascus e le Nazioni Unite considerano quel dispiegamento incompatibile con la sovranità territoriale siriana e con l’accordo di disimpegno del 1974, che dopo la guerra del 1973 aveva istituito una fascia di separazione tra le forze israeliane e siriane sotto supervisione ONU. Israele sostiene invece che l’assetto di sicurezza precedente non possa essere dato per acquisito dopo la dissoluzione del vecchio regime e che le operazioni siano rivolte alla protezione del proprio territorio.

I 49 siriani detenuti e il timore di trasferimenti in Israele

La parte più grave dell’aggiornamento riguarda le detenzioni. Alla fine di giugno la Commissione aveva identificato 49 cittadini siriani, compresi due minori, fermati dalle forze israeliane in territorio siriano e ritenuti successivamente trasferiti oltre il confine. Alcuni sarebbero detenuti senza possibilità di comunicare con l’esterno, circostanza che ha sollevato preoccupazioni per possibili maltrattamenti o torture.

Per gli investigatori internazionali, proprio la detenzione e il trasferimento di civili da un territorio sotto controllo militare possono assumere una rilevanza molto diversa da quella di una normale operazione di sicurezza. La Commissione ha affermato che tali atti «possono costituire crimini di guerra» e ha descritto la presenza israeliana nel sud della Siria come una forma di occupazione belligerante, richiamando gli obblighi che il diritto internazionale umanitario impone alla potenza occupante nei confronti della popolazione civile.

Le conseguenze non si fermano alle detenzioni. Secondo la Commissione, le attività militari hanno provocato anche spostamenti della popolazione e limitazioni alla vita quotidiana delle comunità locali. Human Rights Watch aveva già documentato nel corso del 2025 requisizioni e demolizioni di abitazioni, limitazioni all’accesso ai terreni agricoli e la creazione di postazioni militari permanenti nell’area meridionale.

Israele respinge il rapporto: «Nessuna ambizione territoriale»

La missione israeliana a Ginevra ha respinto le conclusioni della Commissione, accusandola di trasformare la sessione in un’iniziativa ostile a Israele e ribadendo che lo Stato ebraico non avrebbe ambizioni territoriali in Siria. La linea israeliana resta quella formulata dopo la caduta di Assad: le operazioni nel sud sarebbero dettate esclusivamente dalla necessità di impedire che gruppi ostili possano avvicinarsi al confine e sfruttare il vuoto di sicurezza.

La distanza tra le due letture diventa però sempre più evidente proprio con il passare del tempo. Una misura presentata inizialmente come temporanea viene oggi descritta dagli investigatori ONU attraverso posti di blocco, pattugliamenti ricorrenti, infrastrutture fisse e una presenza militare che si è spinta oltre la fascia di separazione del Golan. La Commissione ha fatto propria la posizione del segretario generale António Guterres secondo cui le violazioni della sovranità e dell’integrità territoriale siriana devono cessare.

Una nuova incognita nella ricostruzione siriana

Per il nuovo governo di Damasco il dossier israeliano si aggiunge a una transizione già gravata dalla ricostruzione economica, dalla riorganizzazione delle forze di sicurezza e dal difficile processo di accertamento delle responsabilità per gli abusi commessi durante gli anni di Assad. La delegazione siriana ha accolto favorevolmente le conclusioni della Commissione e ha promesso collaborazione con i meccanismi delle Nazioni Unite, chiedendo nello stesso tempo che anche le operazioni israeliane siano sottoposte a responsabilità internazionale.

Il problema che emerge dal rapporto va quindi oltre la singola incursione o il singolo raid. Nel sud della Siria sta prendendo forma un assetto militare che l’Onu considera ormai consolidato e che Israele continua a giustificare con esigenze di sicurezza. Quanto più quella presenza si prolunga e si traduce in infrastrutture, controlli territoriali e detenzioni, tanto più diventa difficile considerarla una semplice parentesi aperta dalla caduta di Assad.

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FOTO: frame video Crux / YouTube

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