Valter Lavitola è in carcere come presunto mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025 a Campo Ascolano. Le carte descrivono un progetto politico costruito attorno a Sigfrido Ranucci, ma collocano il giornalista dalla parte della vittima.

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Una bomba non per fermare Sigfrido Ranucci, ma per trasformarlo in un simbolo nazionale. È questa l’ipotesi che cambia il significato dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel territorio di Pomezia. Un’azione che, secondo il giudice, sarebbe stata organizzata per accrescerne la popolarità e preparare una possibile discesa in politica.
Il 10 agosto 2026 i carabinieri del Nucleo investigativo hanno eseguito la misura cautelare in carcere nei confronti di Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore ritenuto dalla Procura di Roma il presunto mandante dell’attentato. Un ordine di arresto è stato emesso anche per Gomes Clesio Tavares, considerato dagli inquirenti l’intermediario tra Lavitola e il gruppo accusato di avere materialmente collocato l’ordigno.
Tavares si troverebbe in Africa e ha fatto sapere di non voler rientrare in Italia. Per i quattro presunti esecutori erano già state disposte misure cautelari, successivamente confermate dal Tribunale del Riesame insieme all’aggravante del metodo mafioso.
Il progetto politico costruito attorno a Ranucci
Il movente viene ricostruito in un’ordinanza di quasi duecento pagine. Secondo il gip, Lavitola avrebbe voluto favorire l’ascesa politica di Ranucci e assicurarsi, di conseguenza, un ruolo centrale nel nuovo progetto.
L’idea non sarebbe nata dopo l’attentato. Già nel 2024 Lavitola avrebbe iniziato a prospettare al giornalista una candidatura alle elezioni politiche, indicandolo come una figura capace di modificare gli equilibri esistenti. In una conversazione acquisita dagli investigatori gli avrebbe scritto: «Tra due anni fai il presidente».
Il progetto sarebbe diventato progressivamente più concreto. Lavitola avrebbe commissionato anche un sondaggio sulla popolarità del conduttore di Report, arrivando a ipotizzare per lui un consenso vicino al 30 per cento, persino senza l’appoggio di un partito già strutturato.
Secondo la ricostruzione del giudice, l’attentato avrebbe dovuto far apparire Ranucci come il bersaglio di una ritorsione legata alle sue inchieste. Agli occhi dell’opinione pubblica, la bomba avrebbe quindi rafforzato l’immagine del giornalista minacciato per il proprio lavoro, trasformandolo in una possibile figura politica nazionale.
Il punto decisivo: Ranucci non sapeva dell’attentato
È proprio qui che le carte fissano una distinzione indispensabile. Ranucci può avere mostrato curiosità verso l’ipotesi di una candidatura o avere discusso con Lavitola di scenari politici, ma questo non significa che conoscesse il progetto criminale.
Nell’ordinanza viene precisato che non è emerso alcun elemento capace di dimostrare un accordo tra il giornalista e Lavitola sull’attentato. Al contrario, il gip considera Ranucci la persona offesa e lo descrive come vittima della manipolazione dell’indagato.
La bomba avrebbe dovuto spaventarlo e, contemporaneamente, produrre un effetto pubblico favorevole alla sua immagine. L’azione, nella ricostruzione giudiziaria, sarebbe stata organizzata all’insaputa del conduttore e senza l’intenzione di colpirlo fisicamente. Resta tuttavia la gravità di un ordigno esploso davanti alla sua abitazione, che danneggiò pesantemente la sua automobile e quella della figlia e avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili.
Lavitola ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo che l’amicizia con Ranucci fosse incompatibile con il ruolo di mandante. Anche dopo la perquisizione aveva dichiarato di non avere organizzato l’attentato.
Perché anche Report è finito sotto esame
Il rapporto tra Ranucci e Lavitola non era occasionale. Tra i due esistevano un’amicizia personale, contatti frequenti e un rapporto giornalistico: Lavitola era stato anche una fonte per Report.
È questo legame ad avere spinto la Rai ad avviare verifiche interne sulle inchieste della trasmissione e sulla gestione delle fonti. Il 4 agosto Ranucci è stato ascoltato per circa cinque ore dalla Commissione stabile per il Codice etico dell’azienda.
Durante l’audizione avrebbe presentato documenti e testimonianze per ricostruire la genesi delle inchieste e dimostrare che Lavitola non ne fosse l’ispiratore. La Rai è inoltre in attesa del via libera della Procura per avviare un eventuale audit interno.
Già a luglio la Direzione Approfondimento aveva sospeso cautelativamente le repliche estive di Report, confermando però il ritorno della trasmissione con la nuova stagione prevista per novembre.
L’inchiesta penale e il giudizio su Report restano due piani distinti
L’arresto di Lavitola non chiude il caso. Dovranno essere verificate la tenuta dell’impianto accusatorio, la ricostruzione del movente e le responsabilità delle persone coinvolte. La misura cautelare non equivale a una condanna e ogni accusa dovrà essere provata nel contraddittorio processuale.
Allo stesso modo, il rapporto tra un giornalista e una fonte può essere sottoposto alle verifiche previste dall’azienda, ma non può essere automaticamente trasformato in una prova di complicità. Nell’attuale ricostruzione giudiziaria Ranucci non è indagato: è la vittima dell’attentato.
Il rischio, denunciato anche dal suo legale Roberto De Vita, è che la vicenda venga utilizzata per regolare conti politici con Report e delegittimare il lavoro della redazione. Le carte, almeno su un punto, sono esplicite: il presunto progetto era di Lavitola, mentre Ranucci sarebbe rimasto all’oscuro della bomba pensata per modificare la sua vita e la sua immagine pubblica.
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FOTO: Frame dal video TG1/Youtube
