Meloni celebra il tetto del 30%, ma la misura può riguardare meno di 300 studenti
Giorgia Meloni durante la firma del decreto sulla scuola che introduce, tra le altre misure, il tetto del 30% per alcune classi con studenti stranieri.

SCUOLA E INTEGRAZIONE

Meloni celebra il tetto del 30%, ma la misura può riguardare meno di 300 studenti

Il governo rivendica il decreto come una risposta alle «classi-ghetto», ma una proiezione del Politecnico di Milano ridimensiona drasticamente la portata concreta della norma.

Giorgia Meloni ha presentato il limite agli studenti stranieri come uno degli strumenti destinati a cambiare l’integrazione nelle scuole italiane, mentre Valditara ha richiamato le 34 mila classi nelle quali gli alunni senza cittadinanza italiana superano già il 30%. Applicando però i criteri effettivi del decreto, le classi interessate potrebbero essere appena 155 e i ragazzi da ricollocare circa 290.

Tra le 34 mila classi evocate dal governo e quelle sulle quali il decreto potrebbe realmente intervenire c’è una distanza enorme, perché dal calcolo restano fuori gli studenti nati in Italia e gran parte di quelli già inseriti da anni nel sistema scolastico.

Giorgia Meloni lo ha rivendicato come uno dei passaggi più significativi del nuovo decreto sulla scuola, parlando di una misura di «buonsenso» capace di favorire l’integrazione, evitare le «classi-ghetto» e garantire agli studenti le stesse opportunità. Il limite del 30% è diventato così il simbolo politico del provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, accompagnato da un dato altrettanto efficace nella comunicazione: secondo il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, in Italia esistono circa 34 mila classi nelle quali gli studenti senza cittadinanza italiana superano già quella percentuale.

Il numero suggerisce un intervento destinato a modificare in profondità l’organizzazione della scuola, ma il testo approvato dal governo restringe molto la platea sulla quale il nuovo limite potrà effettivamente operare. Dal 2027-2028 la soglia riguarderà infatti le nuove classi prime e non comprenderà indistintamente tutti gli studenti stranieri: nella primaria saranno conteggiati gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati nel nostro Paese o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia, mentre alle medie e alle superiori entreranno nel calcolo quelli che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema nazionale di istruzione.

Una proiezione elaborata dal Laboratorio di Politica sociale del Politecnico di Milano sui dati ministeriali del 2022-2023 mostra quanto questi criteri possano cambiare la dimensione del fenomeno. Le classi potenzialmente oltre la soglia sarebbero circa 155 in tutta Italia, meno dello 0,5% del totale considerato, mentre gli studenti che dovrebbero essere redistribuiti sarebbero circa 290. Si tratta di una stima e non del numero definitivo che emergerà quando la norma entrerà in vigore, ma la distanza rispetto alle 34 mila classi utilizzate nel dibattito politico resta tale da modificare radicalmente la percezione della misura.

Dalle 34 mila classi del governo alle 155 della stima

I due numeri descrivono realtà diverse, perché le 34 mila classi indicate da Valditara comprendono tutti gli studenti con cittadinanza non italiana, mentre il decreto esclude dal limite una parte molto ampia di loro. I ragazzi nati in Italia, che costituiscono ormai circa due terzi degli studenti stranieri presenti nelle scuole, non rientrano nel tetto, così come vengono esclusi molti di coloro che hanno già completato un percorso scolastico sufficiente nel nostro Paese.

La scelta del governo riconosce implicitamente che la cittadinanza, da sola, non permette di misurare la difficoltà di integrazione scolastica, perché un ragazzo nato e cresciuto in Italia non presenta necessariamente gli stessi bisogni linguistici di uno studente arrivato da pochi mesi. Proprio questa distinzione, però, rende molto più ristretto il campo nel quale il limite del 30% potrà produrre effetti concreti e apre una distanza evidente tra la dimensione politica attribuita alla norma e quella che emerge applicandone materialmente i criteri.

Su circa 69 mila studenti stranieri di prima generazione presenti nelle classi iniziali considerate dalla proiezione, sarebbero circa 26 mila quelli che possiedono i requisiti teorici indicati dal decreto. Una volta individuati quelli concentrati nella stessa classe oltre la soglia del 30%, il numero scenderebbe però a poche centinaia, fino ai circa 290 ragazzi che potrebbero dover essere distribuiti diversamente tra istituti o sezioni.

Le classi-ghetto non nascono soltanto dentro la scuola

La sproporzione numerica non cancella il problema che il governo intende affrontare, perché una forte concentrazione di studenti appena arrivati in Italia può rendere più complesso il lavoro degli insegnanti e rallentare l’apprendimento quando molti ragazzi devono contemporaneamente acquisire le competenze linguistiche necessarie per seguire le lezioni. Il nodo riguarda però fenomeni molto più ampi della composizione di una singola classe e coinvolge la distribuzione delle famiglie nei quartieri, le disuguaglianze economiche, la concentrazione della popolazione straniera in determinate aree e le scelte degli stessi genitori italiani.

È proprio su quest’ultimo elemento che la ricerca del Politecnico richiama l’attenzione, perché la segregazione scolastica può crescere anche quando le famiglie evitano gli istituti nei quali percepiscono una maggiore presenza di studenti stranieri o situazioni sociali più difficili. In questo caso la concentrazione non nasce soltanto dall’arrivo di nuovi alunni, ma da un progressivo spostamento degli altri verso scuole considerate più attrattive, con un meccanismo che il semplice trasferimento degli studenti eccedenti non può necessariamente interrompere.

Lo stesso rendimento scolastico non dipende esclusivamente dalla provenienza o dalla conoscenza iniziale dell’italiano, perché condizioni economiche e culturali della famiglia incidono anche sugli studenti italiani. Se l’obiettivo è evitare che in alcune scuole si accumulino tutte le fragilità, la composizione delle classi rappresenta quindi soltanto una parte di un problema che comprende risorse disponibili, insegnamento della lingua, sostegno didattico e capacità del sistema di mantenere attrattivi gli istituti collocati nelle aree più difficili.

Il limite del 30% non nasce con questo governo

La soglia scelta dall’esecutivo non compare per la prima volta nella politica scolastica italiana. Già nel 2010 una circolare ministeriale indicava, «di norma», un limite del 30% per gli alunni con cittadinanza non italiana, prevedendo però margini di flessibilità collegati soprattutto alle competenze linguistiche e alle caratteristiche dei territori. La percentuale poteva essere superata quando gli studenti possedevano una conoscenza adeguata dell’italiano oppure ridotta quando la presenza di ragazzi appena arrivati rendeva più complessa l’attività didattica.

Il decreto Meloni-Valditara rende più definito il meccanismo e stabilisce criteri specifici per individuare gli studenti che devono essere conteggiati, prevedendo inoltre che, quando le domande di iscrizione non consentano di rispettare il limite, gli uffici scolastici e i dirigenti intervengano per distribuire gli alunni tra scuole vicine, tenendo conto della distanza dal domicilio e delle esigenze familiari. La novità sta quindi nella struttura più vincolante dell’intervento, non nella scoperta di una soglia che il sistema scolastico conosce da oltre quindici anni.

Il decreto contiene molto più del tetto, ma il governo ha scelto il 30% come bandiera

Il provvedimento stanzia anche 17,5 milioni di euro per rafforzare l’insegnamento dell’italiano nelle situazioni nelle quali la soglia non possa essere rispettata e introduce percorsi linguistici destinati ai genitori quando le difficoltà nella conoscenza della lingua compromettono l’inserimento scolastico dei figli. Per chi rifiuta di partecipare sono previste sanzioni da 200 a 1.000 euro, mentre altre norme intervengono sulla dispersione, sul sostegno, sui libri di testo, sull’edilizia e sul divieto di coprire il volto negli ambienti scolastici.

Il decreto è quindi molto più ampio della norma sulle classi, ma è stato lo stesso governo a scegliere il 30% come elemento più riconoscibile della propria iniziativa politica, legandolo direttamente alla promessa di superare le «classi-ghetto». Proprio questa enfasi rende inevitabile confrontare l’obiettivo annunciato con la dimensione dell’intervento che potrebbe derivarne, soprattutto se una disposizione presentata come una svolta nazionale dovesse alla fine determinare lo spostamento di meno di trecento studenti.

La questione non è stabilire se quei ragazzi siano pochi e quindi irrilevanti, perché anche una sola classe può beneficiare di una composizione più equilibrata quando le difficoltà linguistiche diventano particolarmente concentrate. Il problema è capire quanto una misura numericamente così circoscritta possa essere caricata della responsabilità di correggere un fenomeno che riguarda invece l’organizzazione dei territori, i divari sociali e la capacità della scuola di integrare studenti con percorsi molto diversi.

La distanza tra la bandiera politica e la scuola reale

Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri dovrà ancora completare il proprio percorso prima che le nuove regole entrino effettivamente in vigore, mentre il tetto del 30% è previsto soltanto dall’anno scolastico 2027-2028. Ci sarà quindi tempo per verificare se le stime elaborate sui dati disponibili saranno confermate e se il passaggio parlamentare modificherà alcuni aspetti della disciplina.

La celebrazione politica, invece, è già cominciata e presenta la nuova soglia come una risposta capace di cambiare il modo in cui la scuola affronta l’integrazione. I numeri disponibili restituiscono per ora una realtà molto meno imponente, nella quale una misura diventata simbolo della lotta alle «classi-ghetto» potrebbe interessare direttamente appena 155 classi e richiedere la ricollocazione di circa 290 studenti in tutto il Paese.

Se quelle stime saranno confermate, il vero giudizio sul decreto non potrà quindi fermarsi al rispetto formale del 30%, ma dovrà misurare ciò che accade nelle migliaia di scuole che continueranno ad affrontare difficoltà linguistiche, disuguaglianze sociali e concentrazioni territoriali senza rientrare nei criteri della nuova norma. Perché tra una soglia trasformata in bandiera politica e la capacità di cambiare davvero la scuola resta una distanza che, almeno per ora, i numeri rendono difficile ignorare.

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FOTO: TG La7 / YouTube

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