Le squadre di soccorso continuano a scavare nei tunnel delle centrali e nelle vallate devastate, mentre migliaia di sfollati affrontano isolamento, scarsità di medicinali e collegamenti distrutti. Il bilancio resta provvisorio e centinaia di stranieri non sono ancora stati rintracciati.
Oltre 1.250 morti, migliaia di dispersi e quasi 900 lavoratori ancora cercati nelle centrali idroelettriche: in Nepal l’alluvione ha cancellato villaggi, strade e ponti lungo la valle del Bhote Koshi.
Il fango ha coperto strade, case e interi villaggi, mentre nei tunnel delle centrali idroelettriche i soccorritori continuano a cercare centinaia di lavoratori dei quali non si hanno più notizie. A più di una settimana dall’alluvione che il 26 agosto ha devastato il Nepal settentrionale e le zone tibetane oltre il confine cinese, il numero delle vittime ha superato quota 1.250 e rimane destinato a cambiare man mano che vengono raggiunte le aree rimaste isolate.
Nel briefing ufficiale del 3 settembre il governo nepalese aveva confermato 1.252 corpi recuperati e 4.216 persone ancora disperse. Nelle ore successive il bilancio è salito a 1.259 vittime, e oltre 5.000 persone ancora non rintracciate nel Paese. In Tibet le autorità cinesi hanno segnalato altre 21 vittime e 541 dispersi. Le differenze tra gli aggiornamenti dipendono anche dalla continua verifica degli elenchi e dal progressivo ristabilimento dei contatti con comunità e gruppi di turisti rimasti isolati.
Centinaia di lavoratori cercati nei tunnel
Una parte consistente delle operazioni si concentra sugli impianti idroelettrici investiti dalla piena. Circa 900 lavoratori risultano ancora irreperibili e le squadre nepalesi, affiancate da specialisti provenienti da India, Cina e Corea del Sud, stanno tentando di raggiungere gallerie sommerse o ostruite da enormi quantità di fango e detriti.
Le planimetrie delle centrali sono diventate uno degli strumenti più importanti per orientare i soccorritori. Più di 500 ingegneri stanno condividendo attraverso un gruppo WhatsApp disegni tecnici, informazioni sulla struttura dei tunnel e indicazioni sugli ultimi luoghi nei quali erano stati localizzati i lavoratori. La piena avrebbe depositato circa 2,2 milioni di tonnellate di fango, modificando o rendendo inaccessibili diversi passaggi sotterranei. Finora non sono stati confermati nuovi salvataggi dalle gallerie sulle quali si stanno concentrando le ricerche.
La speranza delle famiglie è che alcuni operai abbiano avuto il tempo di raggiungere camere interne non completamente invase dall’acqua. Le operazioni procedono però lentamente: in alcuni punti è necessario utilizzare escavatori e cariche controllate per superare le masse di roccia che bloccano gli ingressi.
Villaggi cancellati e migliaia di case da ricostruire
Dall’alto, alcune zone della valle del Trishuli appaiono ormai come distese uniformi di fango grigio. Syabrubesi, uno dei centri investiti dalla piena, è stato praticamente spazzato via, mentre anche l’area del valico di Gyirong, al confine con la Cina, ha perso edifici, ponti e strutture che fino al 26 agosto segnavano il passaggio tra i due Paesi.
Il governo stima che circa 20.000 abitazioni dovranno essere ricostruite o rese nuovamente abitabili, con almeno 7.500 case completamente distrutte. Migliaia di persone sono state trasferite nei centri di accoglienza temporanei e più di 22.000 bambini hanno bisogno urgente di acqua potabile e servizi igienici. Il 7 settembre sarà osservata una giornata nazionale di lutto.
Nelle comunità più isolate anche procurarsi medicine o attraversare un corso d’acqua è diventato complicato. In alcune comunità isolate gli abitanti sono stati costretti a scambiare parte degli aiuti alimentari per procurarsi medicinali, mentre dove i ponti sono crollati sono comparsi collegamenti improvvisati con carrucole e funi.
Quasi 600 stranieri ancora senza contatti
La zona colpita si trova lungo uno dei principali percorsi utilizzati dai pellegrini e dai turisti diretti verso l’Himalaya e il monte Kailash. Nel briefing di giovedì il ministero degli Esteri nepalese indicava circa 590 cittadini stranieri di 34 Paesi ancora dispersi, mentre più di 300 erano già stati messi in salvo o avevano ristabilito i contatti.
Alcuni nominativi inizialmente inseriti negli elenchi dei dispersi sono stati successivamente rimossi dopo che i turisti sono riusciti a comunicare con le autorità. La distruzione delle reti telefoniche e delle strade ha reso particolarmente difficile distinguere, soprattutto nei primi giorni, chi fosse stato effettivamente travolto dalla piena da chi fosse semplicemente rimasto isolato.
Il collasso sulle montagne e l’onda di acqua e detriti
La catastrofe è iniziata il 26 agosto, quando una massa di ghiaccio, roccia e terreno è collassata nell’area himalayana e ha generato una violentissima piena lungo il sistema del Bhote Koshi. La massa d’acqua e detriti ha attraversato rapidamente le vallate, trascinando edifici, infrastrutture e persone per decine di chilometri. Le immagini satellitari analizzate nei giorni successivi hanno mostrato l’estensione del cedimento e la trasformazione di ampie porzioni del territorio.
Gli scienziati stanno ancora studiando la sequenza esatta che ha prodotto il disastro. Il riscaldamento accelerato dell’Himalaya aumenta però l’instabilità di ghiacciai, pareti rocciose e laghi glaciali, rendendo eventi di questo tipo una minaccia sempre più difficile da gestire nelle vallate densamente abitate a valle. Il Nepal ha perso una parte consistente della propria massa glaciale negli ultimi decenni e il rapido cambiamento delle temperature sta modificando ambienti montani che per secoli erano rimasti relativamente stabili.
Per migliaia di famiglie il passaggio dalla ricerca alla ricostruzione è ancora lontano. Finché resteranno persone non rintracciate nelle centrali, nei villaggi e lungo il percorso della piena, squadre militari e soccorritori continueranno a scavare. In molte aree, intanto, la vita quotidiana deve ricominciare senza case, strade e ponti che esistevano appena una settimana fa.
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FOTO: Times Now / YouTube
