L’Italia riapre la strada all’atomo, ma la partita comincia adesso
Una centrale nucleare in funzione. Con l’approvazione definitiva della legge delega, l’Italia torna a costruire un quadro normativo per la produzione di energia atomica, mentre restano da definire tecnologie, costi, siti e gestione dei rifiuti.

RITORNO AL NUCLEARE

L’Italia riapre la strada all’atomo, ma la partita comincia adesso

Il Senato approva definitivamente la legge delega. Pichetto indica il 2033-34 per le prime centrali, ma costi, tecnologie, scorie e localizzazione restano ancora da definire

Con 81 voti favorevoli il Parlamento consegna al governo il mandato per ricostruire il quadro normativo del nucleare italiano. Meloni parla di scelta storica, ma l’approvazione non equivale ancora al ritorno delle centrali: gran parte delle decisioni più difficili passa ora ai decreti attuativi.

Il nucleare rientra nella legislazione italiana quasi quarant’anni dopo il referendum, ma la domanda decisiva non è più se riaprire quella porta: è quanto costerà attraversarla e chi accetterà di ospitare gli impianti.

Per quasi quarant’anni il nucleare italiano è rimasto sospeso tra il ricordo del referendum del 1987, le centrali dismesse e una produzione elettrica che continuava comunque a utilizzare energia atomica importata dai Paesi vicini. Il voto del Senato del 23 settembre cambia formalmente quel quadro: con 81 sì, 51 no e sette astensioni, il Parlamento ha approvato definitivamente la legge delega che consente al governo di ricostruire una disciplina organica per la produzione di energia nucleare in Italia. Non sono state autorizzate centrali né individuati siti, ma è stato rimosso uno degli ostacoli politici e normativi che per decenni hanno tenuto il Paese fuori dalla produzione atomica.

Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato come un impegno mantenuto e lo ha presentato come una scelta necessaria per ridurre la dipendenza energetica dall’estero, sostenere famiglie e imprese e rispondere all’aumento della domanda elettrica legato anche a data center e intelligenza artificiale. Il governo insiste inoltre sulla distanza tra il progetto attuale e le centrali del passato, indicando nelle tecnologie di nuova generazione e nei piccoli reattori modulari uno dei possibili strumenti della futura strategia energetica italiana. Il messaggio politico è chiaro: se l’Italia acquista già elettricità prodotta dal nucleare oltreconfine, continuare a escluderne per principio la produzione nazionale viene presentato come una contraddizione da superare.

Con il voto del Parlamento si apre soprattutto la fase in cui la scelta politica dovrà essere tradotta in regole operative, perché saranno i decreti del governo a definire costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza, autorizzazioni, ricerca, controlli, combustibile esaurito, smantellamento delle installazioni e gestione dei rifiuti radioattivi. Pichetto Fratin ha promesso di presentare le norme attuative entro la fine dell’anno, mentre il testo affida all’esecutivo un perimetro molto ampio nel quale dovranno essere stabilite anche le modalità di coinvolgimento dei territori interessati. Durante l’esame parlamentare il governo ha inoltre accettato l’impegno a prevedere forme di consultazione pubblica nei procedimenti relativi ai nuovi impianti.

Dal voto politico alla prova dei numeri

La parte più delicata della scelta italiana riguarda tutto ciò che deve ancora trasformare il via libera politico in un programma industriale concreto: il governo indica nel 2033-34 l’orizzonte possibile per l’avvio delle prime centrali, ma Pichetto stesso ha presentato quella data come una stima costruita sulle valutazioni disponibili e non come una scadenza già fissata. Da qui ad allora dovranno maturare tecnologie che oggi stanno entrando nella fase industriale, arrivare investimenti per miliardi, essere definite procedure autorizzative e individuati territori disponibili ad accogliere gli impianti.

La scommessa italiana guarda soprattutto agli Small Modular Reactors, reattori di dimensioni inferiori rispetto alle grandi centrali tradizionali e progettati per essere costruiti in modo più standardizzato. EDF punta a realizzarne dieci nell’Unione europea entro il 2035 e uno dei progetti previsti riguarda proprio l’Italia, con Edison, Saipem e Webuild tra i soggetti industriali interessati. Il gruppo francese stima per i propri reattori una potenza di circa 400 megawatt e un costo di produzione dell’elettricità nell’ordine dei 100 euro per megawattora, ma lo stesso programma richiederà investimenti per decine di miliardi e arriva dopo la revisione di precedenti progetti nucleari più ambiziosi frenati da costi e ritardi.

Questo rende prematuro trasformare il voto del Senato nella promessa di bollette più basse, perchè il nucleare può offrire produzione programmabile e a basse emissioni, ma il prezzo finale dipenderà dal costo dei reattori, dal finanziamento degli investimenti, dalla durata dei cantieri, dai sistemi di garanzia pubblica, dalla gestione delle scorie e dal rapporto con un mercato elettrico che nel frattempo continuerà a cambiare. La legge apre la possibilità di costruire quegli impianti; non ha ancora dimostrato quanto costerà l’energia che produrranno né quale parte del rischio finanziario resterà agli operatori e quale eventualmente finirà sulle spalle dello Stato.

Su queste lacune l’opposizione ha concentrato l’attacco parlamentare: il Pd ha contestato una delega considerata troppo ampia, sostenendo che al momento del voto non siano ancora definiti costi, coperture, tecnologie, modello di sicurezza e modalità di finanziamento. Il Movimento 5 Stelle ha insistito sulla necessità di confrontare tempi e costi del nucleare con rinnovabili e sistemi di accumulo, ricordando inoltre che gli italiani si sono già espressi sul tema attraverso le consultazioni referendarie del 1987 e del 2011.

Il punto non è liquidare quelle obiezioni come il semplice riflesso dell’antico scontro ideologico sull’atomo, perché proprio il governo sostiene di voler superare quella contrapposizione affidandosi a tecnologie diverse da quelle del passato. Se il nuovo nucleare deve essere giudicato sul terreno della convenienza, della sicurezza e della capacità di garantire energia stabile, allora sarà su quei parametri che dovrà essere misurato quando arriveranno progetti, prezzi e tempi verificabili.

Il nodo dei territori e delle scorie

Tra le questioni più difficili da tradurre in pratica c’è la localizzazione degli impianti, perché una maggioranza parlamentare può approvare il ritorno del nucleare, ma costruire una centrale significa individuare un territorio concreto, aprire procedure ambientali, coinvolgere amministrazioni e comunità locali e affrontare un consenso che non può essere dato per acquisito. La scelta dei siti non è quindi un dettaglio accessorio della legge, ma uno dei passaggi che possono determinare la differenza tra un programma scritto e una centrale realmente costruita.

Accanto alla localizzazione resta poi il nodo dei rifiuti radioattivi, che l’Italia conosce già per l’eredità della precedente stagione nucleare e per i materiali prodotti dalle attività mediche e industriali. La nuova strategia dovrà integrare queste esigenze con quelle future, affrontando una questione che il Paese non ha ancora risolto definitivamente nemmeno per ciò che resta del passato. Inserire il tema nella legge delega è necessario, ma trasformarlo in un sistema operativo, condiviso e stabile sarà molto più difficile.

La maggioranza risponde indicando il nucleare come una componente di un mix nel quale le rinnovabili continueranno ad avere un ruolo centrale, non come una loro alternativa. Pichetto ha motivato la scelta con la necessità di disporre di una produzione programmabile capace di accompagnare la progressiva uscita dalle fonti fossili, mentre una parte dell’opposizione contesta che investire sull’atomo possa sottrarre risorse e tempo alla crescita di rinnovabili, accumuli e reti. Lo scontro dei prossimi anni passerà quindi meno dalla vecchia domanda “nucleare sì o no” e molto di più dal confronto su quale combinazione produca energia in tempi compatibili con gli obiettivi climatici e a un costo sostenibile.

Una legge storica non basta a costruire una centrale

Definire “storica” la giornata del Senato non è improprio sul piano politico, perché il Parlamento ha effettivamente rimesso il nucleare dentro la strategia energetica nazionale dopo decenni di esclusione. Ma proprio la portata della decisione impone di distinguere il risultato legislativo dalla sua realizzazione industriale. Il governo ha ottenuto l’autorizzazione a costruire il quadro nel quale il nucleare potrà tornare; deve ancora dimostrare che dentro quel quadro esistano tecnologie mature, investitori disposti a sostenere i costi, territori disponibili e tempi compatibili con le promesse formulate oggi.

La scadenza del 2033-34 indicata da Pichetto sarà il primo vero banco di prova della narrazione governativa, perché sette o otto anni sono pochissimi per una filiera che in Italia deve essere in parte ricostruita, ma abbastanza per trasformare una promessa politica in un progetto verificabile. Se entro quella data saranno stati individuati i siti, autorizzati gli impianti e avviati cantieri credibili, il voto del 23 settembre potrà essere ricordato davvero come l’inizio di una nuova stagione energetica; se invece costi, autorizzazioni, opposizioni territoriali e sviluppo tecnologico continueranno a spostare in avanti l’orizzonte, resterà soprattutto una legge che ha riaperto una possibilità.

Il ritorno del nucleare italiano comincia quindi con un paradosso solo apparente: la decisione politica più importante è stata presa proprio nel momento in cui le decisioni concrete devono ancora essere prese quasi tutte. Meloni può rivendicare di avere riaperto una porta che la politica italiana aveva tenuto chiusa per decenni; da oggi, però, il governo non dovrà più convincere il Parlamento che il nucleare merita di tornare. Dovrà dimostrare agli italiani che può essere costruito nei tempi annunciati, che il prezzo dell’energia giustificherà l’investimento e che qualcuno sarà disposto ad avere quegli impianti sul proprio territorio. È lì, molto più che negli 81 voti del Senato, che si deciderà se l’atomo è davvero tornato in Italia.

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FOTO: Getty Images

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Rossano Matarazzo

Project Manager Rotonotizie - Editore Worldcoast -

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