Il presidente iraniano accusa Washington di terrorismo e respinge qualsiasi imposizione sul programma nucleare, ma nelle stesse ore Stati Uniti e Iran riaprono un canale diplomatico dopo mesi di guerra. Le posizioni restano lontane e Teheran continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva negoziale.
Iran e Stati Uniti tornano a parlarsi mentre continuano a minacciarsi: a New York la diplomazia riapre una porta che sette mesi di guerra non sono riusciti né a spalancare né a chiudere definitivamente.
Masoud Pezeshkian è salito sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite poche ore dopo che Donald Trump aveva minacciato di “annientare” l’Iran se non fosse arrivato un accordo, e ha scelto di rispondere sullo stesso terreno politico. Se il presidente americano descrive Teheran come una minaccia terroristica, ha sostenuto Pezeshkian, gli iraniani si considerano invece vittime del terrorismo e degli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele dall’inizio della guerra, il 28 febbraio. Per rafforzare il messaggio ha mostrato immagini della Guida Suprema Ali Khamenei, uccisa nei raid, e degli studenti morti nel bombardamento della scuola di Minab, trasformando il palco dell’Onu nel luogo in cui l’Iran prova a ribaltare la rappresentazione americana del conflitto.
Il discorso è stato duro, ma non ha chiuso la porta alla diplomazia. Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non intende rinunciare alla tecnologia nucleare per finalità civili e ha separato ancora una volta questa rivendicazione dalla costruzione di un’arma atomica, che Teheran afferma di non volere. La linea resta quella di un Paese disposto a negoziare ma non ad accettare un accordo costruito come resa, mentre Washington continua a indicare proprio l’impossibilità per l’Iran di arrivare alla bomba come condizione centrale di qualsiasi intesa.
La tensione è arrivata anche nell’aula delle Nazioni Unite, dove esponenti della delegazione americana hanno lasciato la sala durante l’intervento del presidente iraniano. Il gesto ha reso ancora più visibile uno scontro che nelle stesse ore assumeva però una forma molto diversa lontano dalle telecamere: rappresentanti dei due Paesi avevano appena ripreso contatti indiretti con la mediazione del Qatar, nei primi colloqui di questo tipo dopo mesi, senza che dalle rispettive posizioni pubbliche emergessero concessioni sostanziali.
Lo scontro pubblico e il negoziato dietro le quinte
La contraddizione della giornata newyorkese sta proprio nella distanza tra il linguaggio utilizzato davanti alle Nazioni Unite e quello necessario per riaprire un negoziato. Trump ha lasciato aperta la possibilità di un accordo ma, nel discorso pronunciato il giorno precedente, ha accompagnato quell’apertura con la minaccia di una nuova escalation militare se Teheran non accetterà le condizioni americane. Pezeshkian gli ha risposto sostenendo che sette mesi di guerra hanno già dimostrato l’impossibilità di costringere l’Iran alla resa e che la pressione militare e le sanzioni finiscono per rafforzare la resistenza iraniana anziché piegarla.
Dietro quella retorica, però, il canale diplomatico si è rimesso in movimento. I contatti a New York si sono svolti attraverso mediatori che hanno fatto da tramite tra le delegazioni, e un alto funzionario iraniano ha riconosciuto che le distanze rimangono profonde ma che il confronto deve continuare. Washington parla a sua volta di disponibilità a raggiungere un’intesa, con Marco Rubio che ribadisce come il nodo del programma nucleare resti irrinunciabile per gli Stati Uniti.
Teheran porta al tavolo condizioni altrettanto pesanti: chiede la fine delle operazioni militari, un alleggerimento della pressione americana, lo sblocco degli asset iraniani e una soluzione che riconosca il diritto al nucleare civile. La possibilità di arrivare rapidamente a un’intesa resta quindi lontana, ma il semplice ritorno al negoziato segna una differenza rispetto alle settimane nelle quali il confronto era affidato quasi esclusivamente alle armi.
Hormuz resta la leva più pesante di Teheran
Il dossier sul quale l’Iran dispone della maggiore capacità di pressione rimane lo Stretto di Hormuz. Pezeshkian ha contestato l’idea che altri Paesi possano utilizzare liberamente quel passaggio strategico mentre Teheran viene sottoposta, a suo giudizio, a blocchi e operazioni militari, collegando esplicitamente la sicurezza della navigazione alla fine della pressione americana.
Nei giorni precedenti l’Iran aveva già fatto arrivare a Washington, attraverso mediatori, una proposta che prevede la possibilità di riaprire pienamente Hormuz entro sette giorni in cambio di un alleggerimento della pressione militare statunitense e del blocco dei porti iraniani. La proposta conferma che lo Stretto non viene più utilizzato soltanto come strumento militare, ma come una delle principali monete di scambio nel negoziato per arrivare alla fine delle ostilità.
La distanza tra il linguaggio diplomatico di Pezeshkian e quello degli apparati di sicurezza iraniani resta però evidente. Nelle stesse ore in cui il presidente parlava all’Onu di cooperazione con i Paesi vicini, Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, avvertiva che gli aeroporti degli Stati della regione potrebbero essere messi nelle condizioni di non funzionare qualora quei governi collaborassero con Washington nel bloccare le compagnie aeree iraniane colpite dalle nuove sanzioni americane.
È una minaccia che allarga ulteriormente il terreno dello scontro, perché coinvolge direttamente Paesi che Teheran dichiara contemporaneamente di non considerare avversari. La strategia iraniana continua quindi a muoversi lungo due linee che soltanto in apparenza sono incompatibili: offrire ai vicini cooperazione e sicurezza se restano fuori dalla pressione americana, ma ricordare loro che un eventuale allineamento alle misure di Washington avrebbe conseguenze dirette.
Il nucleare resta il punto nel quale tutto può fallire
La questione nucleare continua intanto a delimitare lo spazio entro il quale il negoziato può muoversi. Pezeshkian insiste sulla distinzione tra arma atomica e tecnologia civile, sostenendo che l’Iran non intende costruire la prima ma non accetterà restrizioni che gli impediscano di sviluppare la seconda nei settori dell’energia, della sanità e dell’agricoltura. Nel discorso all’Onu ha inoltre accusato l’Occidente di applicare un doppio standard verso Israele, che secondo Teheran dispone di armi nucleari senza essere sottoposto allo stesso regime di controlli imposto alla Repubblica islamica.
Per Washington quella distinzione non basta a risolvere il problema, perché anni di arricchimento dell’uranio e di scontri con gli organismi internazionali hanno trasformato il livello delle capacità iraniane nel centro stesso della disputa. Rubio ha ribadito che Trump rimane disponibile a un accordo, ma che la garanzia sull’assenza di un’arma nucleare dovrà essere verificabile e rappresenterà una parte indispensabile dell’intesa.
Il ritorno al dialogo non significa quindi che la pace sia vicina. Le trattative ripartono mentre la guerra continua, il traffico attraverso Hormuz resta limitato e le minacce reciproche vengono utilizzate dagli stessi governi che stanno tentando di costruire un compromesso. Un’altra nave è stata colpita nelle acque dello Stretto proprio nella giornata del discorso di Pezeshkian, ulteriore segnale di quanto la distanza tra il tavolo negoziale e la situazione sul terreno rimanga ampia.
A New York emerge però una differenza rispetto alle fasi più dure del conflitto: Washington e Teheran sono tornate a considerare la diplomazia uno strumento utilizzabile senza aver rinunciato alla pressione militare. Trump minaccia nuovi attacchi mentre autorizza i propri emissari a trattare; Pezeshkian proclama che l’Iran non si arrenderà mentre la sua delegazione consegna condizioni e proposte ai mediatori. Nessuna delle due parti vuole apparire debole davanti al proprio fronte interno e nessuna sembra ancora disposta a pagare il costo politico di una concessione evidente.
Per questo il vero significato della giornata dell’Onu non sta nell’uscita degli americani dall’aula né nella durezza delle parole pronunciate dal podio. Sta nel fatto che, dopo sette mesi di guerra, Iran e Stati Uniti continuano a considerare insufficiente la forza per ottenere ciò che vogliono dall’avversario e tornano a parlarsi proprio mentre cercano di convincerlo che sono ancora pronti a colpirlo. È dentro questa contraddizione, molto più che nelle dichiarazioni di disponibilità al dialogo, che si giocherà la possibilità di riaprire Hormuz e impedire al conflitto di entrare in una nuova fase.
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